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I giornali a processo: il caso 7 aprile - Diciottesima parte

di Luca Barbieri

AutonomiaPadova.jpgQui le precedenti puntate.

c) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

5. Il castello assediato

Veniamo ora a esaminare i singoli elementi che compongono questa narrazione. Personaggi e luoghi che caratterizzano l’inchiesta attraverso le pagine dei quotidiani. Come si è visto, il lettore si è trovato di fronte a un avvenimento “epocale”. Abbiamo anche visto che dalle pagine dei quotidiani si attendono due cose: da una parte “nuovi clamorosi sviluppi” e dall’altra parte una “reazione” da parte del mondo dell’Autonomia che si suppone colpito a morte. Ad alimentare questo timore ha contribuito l’esplosione che a Thiene, a pochissimi giorni dal blitz, ha ucciso tre giovani autonomi che stavano confezionando un ordigno. A Padova, pur non essendo successo ancora nulla (anzi il mondo dell’Autonomia presenta vistosi segni di sbandamento), la stampa teme imminenti violenze.

A rivelarcelo sono anche le domande che i giornalisti pongono ai protagonisti dell’inchiesta. Così sul Corriere della Sera il 17 aprile Ferrari chiede al procuratore Calogero: «Ha avuto paura, qualche volta in questi giorni?». «No, ho avuto troppo da fare», risponde il procuratore. «Ma è pallido, nervoso, ha dormito quattro ore per notte negli ultimi giorni (due volte su una brandina della Questura), ma riesce a sorridere. E’ uscito dal bunker…».
Un primo elemento: il bunker. Se Calogero è costretto a dormire solo quattro ore a notte, su una brandina (nemmeno un letto), in una Questura che è stata trasformata in un vero e proprio bunker, pensa il lettore, allora la situazione deve essere seria. L’immagine è quella di un’inchiesta “sotto assedio”, in continuo pericolo di reazione. La Questura è come un’isola all’interno di una città in parte ostile. L’Autonomia si muove, come un pesce, nel corpo sociale della città, e uscire può essere (ed effettivamente lo è) pericoloso. L’idea è quella di un castello assediato. Per tutto il 1979 circolano continue rivelazioni di attentati in corso di preparazione contro il Pubblico Ministero Calogero, di manifestazioni, di trame che si stanno elaborando non si sa dove né quando. Per fare un esempio sul Corriere d’Informazione del 26 aprile un’intera pagina viene dedicata a un riassunto dei risultati ottenuti finora dall’inchiesta. Una fonte padovana definita molto vicina al magistrato rivela che l’operazione 7 aprile è stata anticipata (e forse gli arresti, come accenna il titolo, sono stati eseguiti troppo presto bruciando alcune piste) perché «era stato scoperto un piano per una serie di attentati di grandi proporzioni. Tra cui un attentato allo stesso magistrato». Questo per ribadire come tutta la prima fase dell’inchiesta sia segnata da minacce imminenti che mettono in pericolo la vita delle persone.
E la “sfuggevolezza”, questa “inafferrabilità” del mondo dell’Autonomia, che può avere sì il suo centro a Scienze politiche, ma muoversi ovunque, costringe al contrario gli inquirenti a “localizzarsi” in modo molto netto, ad avere quindi un centro di comando facilmente difendibile. E quando ne debbano uscire ovviamente a dotarsi di tutte le precauzioni possibili (scorte, segretezza di destinazione, eccetera).
Il “castello assediato” è quindi in prima battuta Pietro Calogero, in seconda l’intera inchiesta. Nelle cronache dei giornali dei primi giorni il luogo concreto che diventa simbolo di questa condizione è la Procura di Padova.
Isolata ma non del tutto. Non tutta la città le è ostile. La soglia del castello assediato in cui è asserragliato il temerario magistrato, pur circondato dall’indifferenza di una città troppo democristiana, viene comunque varcata da cittadini coraggiosi che sono disposti a squarciare il velo di silenzio e a raccontare tutto ciò che sanno. «Tutti i testi si sono presentati spontaneamente: questo afflusso è ancora in evoluzione? E non hanno paura? “Certo ma sono cittadini con la spina dorsale”» (Corriere della Sera, intervista a Fais). Cittadini insomma, capaci di resistere e non farsi impaurire dalle intimidazioni e dalle minacce degli autonomi. Magari con la tessera del PCI in tasca...
Il 1979, nonostante la violenta manifestazione di dicembre, passa comunque senza una reazione concreta diretta contro gli inquirenti. Ci sono sì le scritte minacciose sui muri, quelle che compaiono sulle case dei testi, i progetti, scoperti, di attentati a Calogero, altri episodi di violenza all’interno dell’università (come l’agguato al professor Angelo Ventura) ma, per fortuna, nulla di più. Se ne dovrebbe dedurre che forse la capacità di reazione del mondo dell’Autonomia padovana (che si segnala per il fatto di non riuscire quasi mai a organizzare una manifestazione unitaria) non è quella che si temeva all’inizio. Invece, pur diluita, questa tensione sui quotidiani rimane viva. A contribuire a questa sorta di paura diffusa anche le precauzioni (eccessive) dello Stato per questo processo. Tanto che per il troncone padovano accanto al carcere Due Palazzi a Padova, in piena campagna, si costruisce anche una nuova aula bunker (più grande di quella del Foro Italico che verrà presidiata da mezzi anfibi ed elicotteri): costa nove miliardi, è protetta da un centinaio di porte blindate, vetri antiproiettili e un sistema di telecamere a circuito chiuso e...ci piove dentro. Sono particolari che nell’economia di un articolo dedicato a un processo inevitabilmente a tratti noioso pesano oltremodo, creando ansie, paure e timori che se forse erano giustificati nel 1979, di certo non lo sono più, in questa misura, nel 1985.

Il castello assediato, si diceva, è metaforicamente tutta l’inchiesta. Dal concreto (la persona di Calogero, la Procura) si passa a qualcosa di più astratto (l’insieme degli atti degli inquirenti, addirittura gli esiti processuali). In che senso l’inchiesta è sotto assedio? Lo è perché continuamente insidiata da voci, polemiche e azioni per contrastarla. Forse ancor più che il tema del pericolo fisico (che si concentra nel ’79) è questo il tema che attraversa maggiormente la vicenda, e che più deve far riflettere sul ruolo della stampa.
Due parole innanzitutto sugli schieramenti in campo: la stampa si può definire tutto sommato compatta al fianco dell’inchiesta (come già era accaduto sul caso Moro al fianco del partito della fermezza). Fanno eccezione è vero alcuni giornali di sinistra, e i giornali locali dimostrano forse una maggior prudenza su alcuni temi. Ma i quotidiani nazionali, almeno fino a metà del 1980, fino insomma alle rivelazioni di Patrizio Peci, sono compattamente schierati al fianco dell’inchiesta. Esaminare il corpo sociale è più difficile: ma dalla lettura dei quotidiani è difficile individuare un fronte anti-inchiesta se non nel mondo dell’Autonomia (e come potrebbe essere altrimenti) e in qualche intellettuale di sinistra. Quindi si può supporre, almeno dai testi presi in esame, che l’inchiesta abbia goduto di un ottimo appoggio. Sicuramente tra la stampa e tra le forze politiche, forse anche di una sorta di sostegno popolare. Lo confermano anche i protagonisti che abbiamo interpellato. Lo stesso Sartori, cronista dell’Unità che ha seguito tutta la vicenda processuale, parla inizialmente di una stampa divisa tra “contro” e a “favore”. Ma poi, quando si tratta di citare quali sarebbero le testate “contro”, a parte Manifesto e Mattino di Padova non può citarne nessun’altra. Non è un problema di memoria. Il fatto è che in effetti la stampa, soprattutto quella nazionale, sul 7 aprile è fortemente compatta a sostegno dell’inchiesta avviata da Calogero.
Dalla lettura dei quotidiani appare invece una realtà completamente differente. Sorprendono e stupiscono i continui riferimenti a oscure manovre messe in atto, anche sulla stampa, per screditare l’inchiesta. Gli interventi in questo senso sono veramente numerosi. Sino ad arrivare ad affermare che se l’inchiesta avesse avuto un appoggio maggiore allora avrebbe conseguito i risultati che aveva prefigurato all’inizio.
Dopo pochi giorni l’inchiesta quindi viene avvolta da un grande “polverone” (l’espressione è tratta da un corsivo dell’Unità). Cosa sarebbe questo polverone? Compare soprattutto sulle pagine di Corriere e Unità: il polverone sono quelle voci, quegli opinionisti e quei giornali che continuerebbero a tentare di screditare l’inchiesta, gettando fango, avanzando dubbi.
Qualche brano:
«Una sapiente orchestrazione di voci, illazioni, ipotesi, invenzioni, insinuazioni, calunnie sta già creando presso una parte dell’opinione pubblica l’effetto sperato: impedire che si cominci finalmente ad intravedere un pezzo concreto del terrorismo concreto che da anni sta insanguinando non solo Padova ma l’Italia». (Unità, 25 aprile 1979, un fondo non firmato “Garantisti o neutrali?”)
«L’inchiesta Calogero è da bruciare? No certamente, ma qualcuno ci prova» (titolo di testa, pagina 3, Repubblica del 26 aprile 1979).
Sull’Unità del 21 aprile 1979 nell’articolo di Michele Sartori, “Padova: altri tre nomi nell’inchiesta. Uno è Balestrini”, l’ultima parte è interamente dedicata al tema “continuano le manovre per screditare gli inquirenti” (così annunciato nel sommario dell’articolo):

…In compenso, le manovre screditanti che abbiamo già descritto nei giorni scorsi continuano a trovare sostenitori nonostante la loro evidente inconsistenza e strumentalità. La “talpa” ad esempio: è stato più volte smentito ufficialmente che si siano verificate fughe di notizie dai tribunali in favore degli arrestati eppure questa falsa voce continua a circolare e a essere accreditata da alcuni quotidiani. Tanto per dare un’idea del clima esistente: anche ieri parecchi inviati hanno assediato il procuratore Fais bombardandolo di richieste: “La talpa, la talpa, la talpa…”. Il magistrato ha chiamato un carabiniere, dicendogli: “Porti subito qui la talpa”. E quello è rientrato poco dopo con un animaletto di peluche che Fais ha ironicamente esibito alla stampa: ormai la beffa pare essere l’unica arma di difesa possibile viste inascoltate le smentite ufficiali.

Ironia certo. Quello dell’Unità è un atteggiamento profondamente in sintonia con gli inquirenti, tanto da sorprendersi che le smentite ufficiali non abbiano valore di verità assoluta. Una cosa abbastanza sorprendente per un giornalista, ancor più dell’Unità, che delle versioni ufficiali è sempre portato a diffidare almeno un po’.
L’editoriale dell’Unità del 22 dicembre ’79 (subito dopo il blitz di Natale) se la prende con i giornali che ora, posti finalmente davanti alle prove inoppugnabili della colpevolezza degli imputati del 7 aprile, si sorprenderebbero della fondatezza delle accuse. «La domanda: “Perché vi stupite?” noi la rivolgiamo non a questa opinione pubblica disorientata bensì ai responsabili della sua manipolazione: organi d’informazione, personaggi politici e intellettuali».
Anche Leo Valiani, sempre il 22 dicembre ’79, batte lo stesso tasto. Il suo editoriale (entusiasta) inizia così: «Dalla scorsa primavera sentiamo il dovere di difendere due magistrati, il procuratore della Repubblica di Padova, Calogero, e il consigliere di istruzione di Roma, Gallucci, dalle calunnie che si sono attirati col coraggio e la lucidità di cui hanno dato prova, individuando e colpendo un paio di santuari dell’eversione». A parte il fatto che sembra curioso che il ruolo della stampa sia quello di difendere i magistrati, qualcuno dovrebbe spiegare dove sono queste calunnie e queste offese.
Antonio Ferrari sul Corriere del 25 gennaio 1981 (in occasione della requisitoria Ciampani) parla di «una polemica alimentata anche da un’insistente campagna denigratoria orchestrata contro Calogero».
Gli anni passano, l’inchiesta è andata avanti ma, ricordando quei giorni, ci si ricorda anche del grande fronte anti-inchiesta. Come il Gazzettino che, a tre anni dal 7 aprile, in prossimità del dibattimento, dedica un numero speciale di due pagine che inizia con una lunga ricostruzione storica basata esclusivamente su brani tratti dall’ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Francesco Amato (per cui, mi sembra, molto parziale). Queste le prime parole dello speciale:

L’accusa è: “criminalizzazione”. Dal 7 aprile 1979 non si sente parlar d’altro. Suonando la grancassa, dando fiato a vecchi tromboni, manovrando fino a farli scoppiare moderni e costosi ciclostili, mobilitando logori arnesi che non negano mai la loro presenza a marce di protesta, approfittando della generosa e passionale voglia di fare di tanti giovani in buona fede, eccoli lì, loro, con il dito puntato. La polizia li trova con armi infilate alla cintola e li arresta. Loro pronti: “ci criminalizzano”.

La mia ipotesi è che si tratti di una sorta di figura retorica. Il pericolo in realtà non è reale: le opinioni che vengono attaccate e bollate come “pericolose” sono in realtà largamente minoritarie sulla stampa. Potrebbe trattarsi piuttosto di una specie di “serrate le fila”, un richiamo all’ordine forse. Ma anche un confine, un modo per limitare il discorso. Se già così le critiche a Calogero (timide, poco riportate sulla stampa e subito rintuzzate) sono considerate “calunnie” infamanti è difficile pensare che qualcuno possa farsi avanti. Una specie di delimitazione forzata dei confini del discorso.
E poi un’altra considerazione. Alla base di questo discorso c’è sostanzialmente un equivoco. I giornali lamentano che Calogero e l’inchiesta sono continuamente sottoposti ad attacchi. L’equivoco deriva dal fatto che mai, nel corso della vicenda, si chiarisce chi sono gli autori di questi attacchi. Non è casuale. Si tratta di voci, di espressioni, dubbi che coinvolgono un’ampia fascia di persone (forse anche una fascia sociale). Sicuramente l’area dell’autonomia. Ma non si possono attribuire a periodici diffusi in poche migliaia di copie come Rosso campagne di stampa. Ma il non indicarlo chiaramente lascia aperto lo spazio all’inserimento ad hoc in questa categoria di singoli “disubbidienti” (garantisti, comunisti non allineati, opinionisti). L’equivoco più grosso riguarda poi la grande carta stampata, quella quotidiana. I riferimenti a una certa stampa che getterebbe fango sull’inchiesta in effetti si sprecano. E letti adesso, sinceramente sorprendono. Il discorso vale essenzialmente per la prima parte della vicenda (prima dei processi insomma). I toni poi si allentano. Non c’è un solo grande quotidiano, non una sola forza dell’arco costituzionale, a parte i radicali, a schierarsi dall’altra parte. Anzi, soprattutto nel 1979, si assiste a un vero e proprio schieramento compatto. Le poche voci discordanti (ospitate su Rinascita oppure nella pagina dei commenti di Repubblica) vengono subito rintuzzate. E allora di quale attacco si parla? E se anche i quotidiani avessero riportato dubbi e opinioni di persone contrarie all’inchiesta (giuristi, politici, foss’anche autonomi) non avrebbero forse svolto semplicemente il proprio dovere informativo?
In questo caso è diverso. Avanzare dubbi, osservare discrepanze, vuol dire gettare fango, chiedere le prove vuol dire reggere il gioco dei terroristi ed esserne fiancheggiatori.

6. Autonomi fascisti

Veniamo quindi ai principali assedianti. Nella costruzione del senso complessivo della vicenda, la definizione dei nemici è importante quasi quanto la definizione degli attori positivi. Una definizione infatti passa anche per la definizione dei suoi opposti, quella, in questo caso, dei nemici. Il 7 aprile tutto trova la sua definizione nelle opposizioni. Se il fenomeno indagato è simile allo squadrismo fascista, l’inchiesta diventa il baluardo dell’antifascismo e della democrazia. La dimensione fascismo-antifascismo, un po’ a sorpresa, è una dimensione rilevante nella vicenda. La questione (ma lo vedremo più avanti) ha le sue ragioni storiche anche nel faticato riconoscimento dell’esistenza di un fenomeno terroristico di sinistra. L’antifascismo che caratterizza l’inchiesta emerge fin dai primi giorni. Bastino due nomi: quello di Pertini e quello di Leo Valiani. Entrambi sono “padri fondatori” della nostra Repubblica. La definizione è praticamente inattaccabile. Scrive Valiani:

Forte del suo intemerato e coerente passato antifascista, e del consenso che il popolo tributa spontaneamente alla sua persona e alle sue parole, il presidente della Repubblica ha interpretato la grande maggioranza degli italiani esprimendo la sua solidarietà all’azione coraggiosa della Procura di Padova, non a caso la medesima che a suo tempo ha contribuito a scoprire le trame dinamitarde di Freda e Ventura. […[ Grazie alla devozione dei servitori dello Stato repubblicano, forse si è in procinto di conseguire qualche risultato.

Calogero, va ricordato, è il magistrato che ha scoperto la trama fascista di Piazza Fontana, un devoto servitore dello Stato repubblicano che ha dimostrato nel passato le sue qualità e il proprio antifascismo. Ovvio quindi che anche questa indagine sia un’indagine antifascista. Se Calogero ha salvato già una volta la democrazia, lo farà anche adesso.
Il discorso, politicamente, parte da lontano, dalla ritrosia storica del PCI ad accettare l’esistenza di un terrorismo e di una violenza sociale di stampo marxista. Lo si vede dalla riluttanza a inserire in questa tradizione le azioni delle BR, al continuo richiamo di agenti esterni che le userebbero in realtà come elementi della reazione. Alla continua richiamata comunanza dei diversi estremismi che altro non appare che l’incapacità di riconoscere le differenze e di assumersi la responsabilità di una tradizione inequivocabilmente rivoluzionaria. Era già tutto scritto sui quotidiani del 1978:

Sono forze che lavorano per la controrivoluzione, quindi di destra, anche quando scelgono di usare manovalanza di sinistra. D’altronde bisogna vedere cosa si intende per sinistra; tra gli uni e gli altri ci sono troppe affinità di linguaggio, e non è forse vero che Freda era di casa a Padova, che oggi è diventata la capitale degli autonomi? Infine sappiamo bene che Lotta Continua e il movimento non hanno mai veramente preso le distanze da autonomia e quando non inneggiano alle BR le mettono, nella migliore delle ipotesi,sullo stesso piano dello Stato Repubblicano.

Così tutto si collega, tutto si spiega. Il cerchio si chiude. Il 27 aprile (1978) l’Unità pubblica in prima pagina su ben sei colonne, sotto il titolo IL LINGUAGGIO DI FREDA E QUELLO DELLE BR, degli estratti di uno scritto di Freda, dell’autunno del 1969 (“alla vigilia della strage di Piazza Fontana”) “nel quale colpiscono alcune espressioni che si direbbero tolte da uno dei tanti comunicati delle BR”. L’identità di linguaggio confermerebbe “il sospetto, non campato in aria, ma fondato su precise risultanze processuali, che gli strateghi della tensione abbiano cercato di giocare su diversi tavoli”. In realtà parlare di identità di linguaggi sembra, a dir poco, eccessivo (25).

Ritorniamo al 7 aprile. Il collegamento autonomia-fascismo non è solo un accostamento dettato dalle suggestioni del momento. Per un certo periodo è una vera e propria pista investigativa. Le voci che filtrano puntualmente dalla Procura di Padova, le prove di collegamenti tra autonomi e fascisti, ci sarebbero eccome. Come scrive Antonio Ferrari sul Corriere della Sera del 13 aprile 1979: «Ad un giornalista che gli domandava se è vero che il neonazista Freda e il direttore del settimanale “Autonomia” Emilio Vesce, oggi imputato, fossero amici e collaborassero alla casa editrice, il procuratore Fais ha risposto: “E’ evidente che, a certi livelli, certi estremi si toccano”»
Una vera e propria offensiva in tal senso, per identificare fenomeni di destra e di sinistra, viene condotta dall’Unità nel mese di maggio nel ’79 quando la cronaca offre lo spunto per un collegamento tra l’inchiesta di Padova e il processo al fascista Claudio Mutti. Per l’Unità il sospetto di un collegamento è una specie di conferma a quanto sempre si è sospettato: l’Autonomia è un fenomeno squadristico, parafascista, che opera contro il movimento operaio. Lo dimostra anche la composizione sociale degli inquisiti: professori universitari, insegnanti, piccolo borghesi. Gente che con la classe operaia non ha nulla a che fare (Unità del 19 maggio). Come se la classe dirigente del PCI uscisse tutta da Mirafiori. Da fascisti si passa poi a Nazisti (il titolo dell’editoriale dell’Unità del 19 maggio) in occasione della distribuzione di un volantino intimidatorio per i testi dell’accusa.

Occorre infine una nota: con il presente capitolo non si vuol dire che sia a priori sbagliato identificare alcune fenomenologie dell’Autonomia con aggettivi che si riferiscono allo squadrismo fascista. Si vuole però porre l’accento sulle ricadute linguistiche che questo atteggiamento comporta. Innanzitutto con la delimitazione di due campi precisi (fascismo e antifascismo) e poi con alcuni effetti collaterali, forse imprevisti, come quello di rinforzare l’immagine di un fenomeno manovrato da forze che vogliono contrastare l’ascesa al potere del PCI o comunque accreditare tesi complottistiche che, oltre a non avere trovato conferma in alcuna sede processuale, rischiano di distorcere la lettura di un fenomeno sociale che, pur non di massa, coinvolse migliaia di persone in tutta Italia. Come dice Giovanni Palombarini: «si era di fronte a un movimento complessivo articolato in mille pezzi che però quando poi li andavi a contare, tra gli attivi e i sostenitori non attivi erano decine di migliaia di persone, con tutte fasce intermedie. Era uno spezzone di società. Non è che si aveva una categoria. C’erano gli operai, gli studenti, gli universitari, i docenti. Nonostante questo carattere c’è stato il rifiuto di andare a vedere. La logica è stata: “c’è un fatto criminale di natura eversiva”. Infatti se chiedi ai giornalisti: “Va bene, erano terroristi ed eversori, ma perché? Come mai tanti e perché tanto tempo?” Sicuramente molti giornalisti diranno che erano dentro la strategia della tensione. Si, ma poi, quando andavi a scavare, parlavi con questi giornalisti e commentatori e gli dicevi che Piazza della Loggia, Piazza Fontana, erano stati guidati da alcune parti deviate dei servizi segreti e gli chiedevi da chi questi fossero a loro volta manovrati, allora uscivano le cose più incredibili. Allora erano, a scelta: la CIA, i grandi industriali italiani che avevano giocato la carta del terrorismo nero per contrastare le forze popolari, gli era andata male e allora mettevano in campo lo stragismo rosso, e poi entravano i servizi israeliani, il KGB. Però la tesi forte era che le forze economiche italiane e internazionali mettevano in moto tutto questo per impedire che la classe operaia quindi il PCI arrivasse al potere. Quando metti in campo una spiegazione del genere un conto è se la riferisci a gruppi piccoli un altro è se la attribuisci a un movimento gigantesco».

NOTE

25) A.Silj, Brigate Rosse-Stato, lo scontro spettacolo nella regia della stampa quotidiana, Firenze, Vallecchi, 1978, pp. 112-113

(18-CONTINUA)

Pubblicato Agosto 15, 2009 03:07 AM | TrackBack

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