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Il caso Ludwig: psicosi o ideologia?

di Valerio Evangelisti (da "L'Europeo", agosto 2005)

LudwigVolantino.jpgIl delitto di Pierrot

E’ il 4 marzo 1984, di sera. Sulla pista della discoteca “Melamara”, a Castiglione delle Stiviere, circa quattrocento ragazzi stanno ballando. Molti sono in maschera. Entra un giovane vestito da Pierrot. Resta in disparte, si guarda attorno. Poco dopo apre un ingresso di sicurezza. Entra un secondo giovane: capelli lunghi ma tagliati con regolarità, barbetta, tratti delicati. Regge due grosse borse, contenenti altrettante taniche di benzina.
Approfittando della semioscurità che regna negli angoli lontani della pista, il Pierrot e il suo compagno vuotano la benzina sulla moquette, poi le danno fuoco, pronti a fuggire per l’uscita secondaria. Si aspettano che le fiamme dilaghino fino al centro della discoteca, e che avvolgano in un’unica vampata i quattrocento ballerini. Le cose vanno diversamente. La moquette è antincendio. La benzina brucia ma il tessuto no. Le fiamme guizzano, però si spengono subito.

I due non hanno il tempo di allontanarsi. La folla dei giovani è loro addosso, urla, li trattiene, li percuote. Poco dopo li affida alle mani delle forze dell’ordine, che li trascinano via.
L’identificazione è di quelle che lasciano sbalorditi. Entrambi i giovani risiedono a Verona e appartengono a famiglie più che benestanti, perfettamente inserite nella locale “società che conta”. Il Pierrot si chiama Wolfgang Abel, ha 29 anni e ha, come il complice, un aspetto angelico. Laureato da poco in matematica, per pressione familiare, coltiva in privato una passione per la filosofia. Il padre rappresenta in Italia un gruppo assicurativo tedesco leader in Europa. Wolfgang parla bene l’italiano, ma con un marcato accento germanico.
Il suo compagno è invece figlio di un chirurgo rinomato, primario d’ospedale. Si chiama Marco Furlan, ha 28 anni, è laureando in fisica. Il suo sodalizio con Abel era così stretto, fin dai tempi del liceo, che qualcuno aveva sospettato l’esistenza, tra i due, di un legame omosessuale. Non era così: entrambi i giovani avevano ragazze, anche se il rapporto sentimentale era di quelli effimeri. Li accomunava, piuttosto, un’ideologia politica di estrema destra, prossima al nazismo (o a quello chiamato dagli adepti “pensiero tradizionale”). Simile opzione non aveva, peraltro, risvolti militanti. Mai i due amici si erano mischiati alle attività, particolarmente fervide, dell’estremismo fascista veronese. Nemmeno erano stati colti a frequentarne i luoghi di ritrovo, fossero bar, circoli o salotti. Se un tratto caratterizzava la loro vita conosciuta, era l’austerità e il rifuggire dalle occasioni mondane. Tutto il contrario di ciò che il loro aspetto, e la loro estrazione sociale, avrebbero suggerito.
Durante i primi interrogatori, Abel e Furlan rispondono poco o nulla. Ci vogliono il raffronto col recente incendio della discoteca “Liverpool” di Monaco di Baviera, alcune perquisizioni domiciliari, e l’esame dei materiali ritrovati, perché gli inquirenti annuncino il loro trionfo e, nel contempo, il loro sollievo: finalmente si è scoperto chi è “Ludwig”.

Ludwig, pioggia di sangue

Era opinione comune, fino alla cattura di Abel e Furlan, che Ludwig fosse il nome di un’organizzazione clandestina di estremissima destra, dedita da un decennio ad azioni efferate. Era apparsa la prima volta, come sigla, nel novembre 1980. Figurava nell’intestazione di un volantino, scritto a caratteri pseudo-runici, pervenuto al Gazzettino di Venezia. Vi si rivendicavano, con abbondanza di dettagli probanti, tre delitti commessi negli anni precedenti e rimasti senza colpevole: nel 1977 un nomade di Verona, bruciato vivo nella sua roulotte (a quel tempo Furlan era minorenne); nel 1978 un sommelier padovano notoriamente omosessuale, ucciso a colpi di bastone e di coltello; nel 1979 un tossicomane di Venezia, anch’egli bastonato e trafitto decine di volte.
Ancora prima che arrivasse la rivendicazione, e senza che si fosse sospettata un’unica mano, risultava piuttosto chiara la finalità, per così dire “esemplare”, di quegli omicidi. Si trattava di emarginati o comunque di diversi, scelti tra le categorie più invise all’estrema destra; le uccisioni erano state compiute con tale brutalità e sadismo da far pensare alla volontà di “impartire una lezione” che restasse nella memoria.
Il volantino, recante l’aquila nazista disegnata con cura e la classica scritta Gott mit uns, conferma che il movente era ideologico: si trattava di punire sottouomini indegni di vivere per via della loro impurità, sociale, razziale o morale. Altri sottouomini sarebbero seguiti.
Il 20 dicembre 1980 toccò a una prostituta cinquantaduenne di Vicenza, massacrata a colpi di accetta. Il 24 maggio 1981 fu la volta di tre giovani che, a Verona, dormivano in una costruzione frequentata da tossicodipendenti. Le fu dato fuoco. Due si salvarono, il terzo morì tra le fiamme.
A questo punto, Ludwig pare cambiare obiettivo. Il 20 luglio 1982, a Vicenza, due anziani frati sono selvaggiamente uccisi a martellate. Il 26 febbraio 1983, a Trento, Ludwig assassina a colpi di martello un sacerdote altrettanto anziano. Particolare raccapricciante, gli infigge nel cranio spezzato un punteruolo, al cui manico è legato un crocifisso. Nel solito volantino di rivendicazione si leggerà che, in quel modo, il misterioso Ludwig ha inteso colpire chi “tradisce il vero Dio”.
A ben vedere, è una motivazione piuttosto curiosa, rispetto alle precedenti. Normalmente, i gruppetti di ispirazione nazista (che in quegli anni sono decine, anche se per lo più poco significativi) si dichiarano pagani, sulla scorta di Julius Evola e degli altri teorici di riferimento. Bisognerà attendere la nascita di Forza Nuova, molto più tardi, perché una parte della destra estrema abbracci l’integralismo cattolico. Invece il volantino sembra collocarsi in una polemica tutta interna al cattolicesimo, malgrado aquile e rune. I frati uccisi appartenevano a un ordine in rotta di collisione col Vaticano, o quanto meno con la sua ala più conservatrice. Forse bisogna capire quale Gott Ludwig vedeva al proprio fianco, mentre altri lo tradivano. Ma le rivendicazioni che Ludwig diffonde alla stampa sono sempre elementari, quasi bambinesche. In tutta la sua vicenda, non partorirà mai un documento coerentemente ideologico.
Eppure è un docente universitario di Brescia, un intellettuale, a essere arrestato nel marzo 1883 quale sospetto Ludwig. Il quotidiano milanese La Notte lo battezza “Il prof. Computer” e lo definisce “sommerso da indizi”. Quali sarebbero questi indizi? Anzitutto il docente aveva collezionato sul caso Ludwig tutto ciò che aveva trovato (dirà poi di essere un criminologo dilettante). Si trovava a Trento al momento dell’assassinio dell’anziano prete. Sebbene non si occupasse di politica, era ben nota la sua devozione religiosa intensa, unita a un carattere chiuso e solitario.
Inoltre conosceva il tedesco e conduceva studi su una Bibbia in quella lingua. Determinante, poi, secondo gli inquirenti e i giornali meno scrupolosi, il fatto che il professore avesse in tasca, all’atto dell’arresto, alcuni adesivi di quelli usati per contrassegnare le lettere espresso. L’ultima rivendicazione di Ludwig era pervenuta appunto per espresso.
E’ chiaro che chi conduce le indagini, premuto da un’opinione pubblica spaventata e impaziente, sta perdendo la calma. Otto giorni dopo la cattura, il docente viene rimesso in libertà con tante scuse. Nel frattempo, suo padre ha avuto un malore, psicologi improvvisati lo hanno definito sulla stampa “sessuofobo impotente”, un noto avvocato ha parlato della sua personalità come “da manuale psichiatrico”. L’aggettivo più benevolo è stato “fanatico”.
Presumibilmente, il vero Ludwig se la ride.

“La nostra democrazia è lo sterminio.”

Una nuova svolta nella sua carriera sanguinaria si produce il 14 maggio 1983. Ludwig abbandona l’area del Nordest, in cui aveva sempre operato, e si sposta a settentrione. Allo stesso tempo passa dagli assassinii di poche persone agli eccidi collettivi. Quel giorno, presa di mira è la pornografia. A Milano brucia il cinema Eros Sexy Center, con un bilancio di sei morti tra gli spettatori. A parte scoperte di qualche valore sociologico (alcuni dei deceduti erano personaggi che non ci si sarebbe attesi di trovare in un luogo simile), è piuttosto evidente che Ludwig, dopo avere affrontato quelle che considera tare sociali, adesso se la prende con supposte tare morali. Lo si vede bene nel citato rogo della discoteca “Liverpool” – in realtà piuttosto un night-club – che avviene a Monaco di Baviera l’8 gennaio 1984. Vi muore solo una ragazza italiana che lavorava nel locale, ma obiettivo di Ludwig era la massa dei presenti. Molti di questi restano ustionati.
“Al Liverpool non si scopa più”, annuncia trionfante il consueto volantino. “Ferro e fuoco sono la punizione nazista”.
Ludwig si attribuisce anche il rogo di un sexy club di Amsterdam andato a fuoco nel dicembre ’83, con tredici vittime. E’ l’unico caso in cui la rivendicazione appare dubbia, visto che la polizia olandese segue tutt’altra pista e annuncerà di avere risolto il caso. Invece sulla discoteca di Monaco non sussistono margini di incertezza, visto che il volantino descrive con precisione marca e numero di serie di una sveglia rinvenuta sul luogo dell’eccidio.
Si tratta dell’ultimo crimine rivendicato dalla misteriosa sigla. Seguono l’attentato fallito di Castiglione delle Stiviere e l’arresto di Abel e Furlan.
In questo caso gli indizi ci sono; e sono seri, tanto che ormai si può parlare di prove. Entrambi i giovani hanno in casa quaderni a quadretti di cui si sono serviti per allineare le lettere scritte su fogli poggiati sopra.. Un procedimento chiamato Esda, in uso presso la polizia tedesca, consente di ricostruire sui quaderni le lettere tracciate sui fogli sovrastanti. Sotto gli occhi degli agenti germanici, prima ancora che giungano dall’Italia copie dei volantini diffusi in passato (il dettaglio è importante, perché poi Abel parlerà di un complotto ai suoi danni), appaiono le ultime rivendicazioni di Ludwig: “La nostra fede è il nazismo, la nostra giustizia è la morte, la nostra democrazia è lo sterminio. Il fine della nostra vita è la morte di coloro che tradiscono il vero Dio”.
C’è dell’altro. Sul luogo del rogo del nomade di Venezia era stato trovato un paio di occhiali da vista Ray-Ban. Il grado di miopia di chi portava le lenti coincide con quello di cui soffre Abel. Gli spostamenti noti della coppia hanno per meta il luogo di molti dei delitti. Le borse usate da Furlan per la tentata strage di Castiglione delle Stiviere paiono le medesime della discoteca “Liverpool”. Molti testimoni riconoscono i due giovani dalle foto, nonché gli abiti di Abel rintracciati nella sua casa di Monaco. Inoltre nell’abitazione veronese dello stesso Abel viene scoperto un romanzo di Ignazio Silone, L’avventura di un povero cristiano, in cui è ripetutamente sottolineato il nome di uno dei personaggi, frate Ludovico, religioso intransigente e inquisitore in pectore. Secondo il giudice istruttore Mario Sannite la sigla Ludwig avrebbe dunque origine letteraria.
Chiaramente, la prova determinante è data dal testo dei volantini ricostruito col metodo Esda. Non sono vera prova, invece, gli occhiali ritrovati a Venezia. Se le lenti hanno lo stesso spessore di quelle che Abel deve portare, e marca e modello degli occhiali che indossa nei giorni dell’arresto sono i medesimi, la distanza interpupillare risulta notevolmente inferiore. Tutti gli altri sono indizi.
C’è in ogni caso materiale sufficiente per imbastire il processo. Abel e Furlan restano, finché possono, ostinatamente muti, e continuano a negare tutto. Abel contesta le simpatie di estrema destra che gli sono attribuite (confermate dagli ex compagni di scuola e da vari testimoni), e si proclama “ecologista”. Quanto al tentato rogo della discoteca Melamara, gli arrestati si giustificano dicendo che si trattava di uno stupido scherzo. Solo Abel, in un secondo tempo, manifesterà il proprio disprezzo verso i locali di quel tipo, da lui visti come sentine di immoralità e centri di spaccio di droga.

“Seminfermità mentale”?

Poco prima che inizi il dibattimento, Wolfgang Abel è sottoposto a perizia psichiatrica, che invece Furlan rifiuta. I periti sono Augusto Balloni e Roberto Reggiani. Rilette oggi, le loro relazioni lasciano perplessi. Nel concludere a favore di una seminfermità di mente degli imputati, gli studiosi sottolineano soprattutto le difficoltà dei due in ambiente familiare. La tesi è quella solita, di origine freudiana, della madre fredda e del padre assente, sia per Abel che per Furlan.
Ammesso ciò, e trascurando il fatto che l’indagine andrebbe condotta fino ai primi anni di vita, a partire da tali premesse si ha però la strutturazione di un carattere “schizoide”, o al massimo borderline. Qualcosa di ben lontano dalla patologia schizofrenica che ispira normalmente le mosse di un assassino seriale. Nessuno degli elementi addotti dagli studiosi, dal contesto familiare a una certa mancanza di emotività, porta automaticamente a una diagnosi di seminfermità psichica. E’ vero che dopo l’arresto Abel cerca per cinque volte di suicidarsi (pare che verso il suicidio nutrisse già un’attrazione morbosa, secondo la stampa), e che Furlan, forse allo stesso fine, ingerisce barbiturici. Ma ciò corrisponde semmai a una sintomatologia depressiva, che ben si giustifica con il “sentirsi incastrati” dei due, e che comunque fa a pugni con l’anaffettività diagnosticata dai periti..
Sta di fatto che l’ipotesi della seminfermità domina le venti e passa sedute del processo ad Abel e Furlan, che si conclude il 10 febbraio 1987 con una condanna a trent’anni di prigione (contro l’ergastolo chiesto dal PM). L’ipotesi mette ovviamente in secondo piano le motivazioni ideologiche degli imputati, che dal canto loro si ostinano a tacere. Si dichiaravano nazisti? Era un alibi per giustificare i loro impulsi sadici. Uccidevano dei sacerdoti? In presenza di psicopatici, inutile chiedersi perché. Si trattava del frutto di una religiosità fanatica e perversa.
Il ridurre il caso Ludwig a questione di follia individuale, induce tra l’altro la Corte a trascurare il vero fatto nuovo emerso dal dibattimento e dall’analisi del materiale probatorio: la presenza di almeno un complice. Prima di morire, il nomade bruciato vivo nel ’77 aveva fatto in tempo a dire che i suoi aggressori erano stati tre. I testimoni dell’assassinio dell’omosessuale veneziano avevano parlato di quattro persone. Tre, secondo chi aveva assistito al delitto, erano stati gli uccisori dei frati, tra cui un individuo barbuto con berretto. Lo stesso personaggio, ben diverso di aspetto da Abel o Furlan, aveva acquistato a Bressanone il punteruolo conficcato nel cranio del prete trentino. Tre furono i biglietti venduti a Furlan dalla cassiera dell’Eros Sexy Center di Milano.
Nel corso delle udienze, questi dati sono scartati via via che si affacciano. Vittime delle freddezza familiare, preda di turbe e di deliri d’onnipotenza, i due giovani hanno commesso delitti gratuiti per quasi un decennio, mascherandoli – anche di fronte a se stessi - da “volontà di purificazione”. L’assassinio dei due frati e del prete, a parte i moventi semplicemente pulsionali, era protesta distorta contro i cedimenti della Chiesa a fronte dell’avanzare dei liberi costumi. Il campione preso di mira non era precisamente significativo, ma tant’è. Poco importa, altresì, che i genitori di Abel avessero ricordato il loro rammarico allorché il figlio, ancora giovanissimo, aveva rifiutato di continuare ad andare in chiesa. Di fronte a un quadro clinico (o, per meglio dire, socio-psicologico) che parla di seminfermità mentale, dettagli simili appaiono trascurabili.
Sintetizzo le ulteriori vicende carcerarie e processuali di Abel e Furlan. Sui quindici omicidi attribuiti a Ludwig, cinque sembrano provati con sufficiente certezza. I due giovani evitano l’ergastolo grazie alla “seminfermità” mentale. Nel 1988, a causa di uno sconcertante incidente giuridico, scadono i termini della carcerazione preventiva ed entrambi escono di prigione. Sono costretti al domicilio coatto in piccoli centri del padovano fino alla sentenza di appello che, il 10 aprile 1990, conferma la condanna di primo grado, ma riduce la pena da trent’anni a ventisette. Abel torna in carcere, Furlan si dà alla fuga. Solo quattro anni dopo sarà rintracciato per puro caso a Creta, dove, durante la latitanza, ha lavorato come interprete, garzone di farmacia, cameriere, impiegato di un autonoleggio. Fuggito dal luogo di confino in bicicletta, ha superato le frontiere con la semplice modifica della carta di identità. Una barretta per trasformare la F in una E, una lettera accentata alla fine del cognome, ed è diventato Eurlanì..
Furlan, che viene trovato in possesso di una somma di denaro che le attività svolte a Creta non giustificherebbero, questa volta confessa alla polizia greca i delitti suoi e di Abel – gli atti, però, non i moventi. Le imputazioni erano fondate, lui e l’amico hanno in effetti commesso i crimini imputati loro al processo. Si era trattato di transitorie follie di gioventù. Furlan accenna a complici, almeno uno, però il dettaglio, ancora una volta, viene trascurato. L’iter processuale italiano si è ormai completato. A che pro rivangarlo?

Un altro Ludwig

In pratica, dopo le ammissioni di Furlan, di Ludwig si sa quanto prima, a parte la conferma di responsabilità individuali già accertate. La storia di Ludwig terminerebbe qui, con l’estradizione di Furlan in Italia, dove raggiunge in carcere l’amico. Oggi Abel gode periodicamente di periodi di libertà provvisoria, cosa che accende regolarmente l’indignazione dei giornali più conservatori. Come se, a parte le norme vigenti, nel corso degli anni una personalità non potesse cambiare. Principalmente se a suo tempo agì per motivi non pulsionali, bensì ideologici.
E qui sta il punto. Dalla perizia psichiatrica in avanti, questo binario fu accantonato. Erano pazzi, avevano avuto madri cattive e padri distratti. Uccidevano per il gusto di uccidere, nascondendo le motivazioni vere dietro alibi deliranti (personalmente, propongo che sia vietato ai giornali l’uso ossessivo dell’aggettivo “delirante”, riferito a rivendicazioni di crimini). Erano gli “angeli sterminatori”, secondo la pittoresca definizione di Enzo Biagi: cattolici integralisti decisi a sterminare gli “eretici” col ferro e col fuoco. Ciò sebbene non vi fosse un solo elemento – dico uno – capace di ricollegare Abel e Furlan al cattolicesimo più fanatico e oscurantista.
Un’indagine seria dovrebbe partire dalla firma. Chi era quel “Ludwig” usato come sigla e contrassegno, ovverosia come dichiarazione di identità? Il “frate Ludovico” di Ignazio Silone, come preteso dal giudice istruttore? O una delle altre ipotesi che si sprecarono: il famoso Ludwig di Baviera, Ludovico vescovo di Tolosa, Ludovico di Caloria, ecc.
Azzardo un’ipotesi solo quale analisi possibile e non percorsa. Chiunque abbia una pur minima familiarità con i teorici ispiratori della destra più estrema – che comunque ha un pensiero, e non trascurabile – sa che fra essi figura un filosofo di primo piano, di nome Ludwig Klages (1872-1956). Teorico del razzismo, si riconobbe in parte nel nazionalsocialismo, benché poi ne fosse emarginato, come Julius Evola. Ebbe vita non felice, anche a causa di crisi depressive ricorrenti che gli fecero tentare più volte il suicidio. Si consacrò all’analisi filosofica dopo avere tentato le vie della chimica e della fisica. Le opere maggiori le scrisse a Monaco di Baviera. .
Il suo sistema di pensiero fu definito “metafisica biocentrica”. Non è di dominio comune, a meno che non ci si interessi quasi professionalmente di filosofia, o non si appartenga a quella destra che lo idolatra.
Sono costretto a sintetizzare solo quei punti del pensiero di Klages che confortano il mio assunto, quali esposti in un trattato di oltre un migliaio di pagine intitolato Lo spirito avversario dell’anima (mai tradotto completamente in italiano, anche se le traduzioni di Klages risalgono agli anni Quaranta, e proseguono tuttora). Lo Spirito, da intendersi come ragione, si è incuneato nell’incontro tra corpo e anima, impedendolo per sempre. La colpa va fatta risalire al pensiero giudaico-cristiano, che ha occultato il vero dio, la Madre Terra, e alterato i flussi naturali, basati sulla trasformazione, con inutili e ipocriti precetti moralistici.
Il dio primevo nasce però dall’interno dell’individuo, e dalle nozioni di gerarchia e di ordine che vi sono ospitati. Una masnada di razze sporchicce e inferiori – ebrei, sbandati, gente senza dignità – ha fatto irruzione nella storia, innescandovi un cancro che ormai non ha rimedio. Tra gli stessi ariani esistono differenze: Si va dal gradino più basso, occupati dagli italiani, emotivi, sguaiati, gesticolanti, fino a quello più alto tenuto dagli anglosassoni, capaci di impassibilità. Sta agli ultimi eroi legati alla natura – in questo senso “ecologisti” – combattere una battaglia forse persa in partenza, ma degna di essere affrontata. E dunque menare fendenti tra le larve ebraico-cristiane, e in primo luogo tra il clero, con i suoi inani discorsi di pietà.
L’ideale, impossibile, ma proprio per questo degno di chi ha coraggio, sarebbe la sintesi tra Anima e Corpo oltrepassando le inibizioni che lo Spirito ha posto. Tra cui quella all’Eros, su cui l’impianto cosmico si regge, sostituito dagli ebrei (e dai cristiani di conserva) con la bestiale e putrida sessualità, che si fa finta di avversare mentre la si incoraggia.
Personalmente, se mi fossi dovuto soffermare su un Ludwig, lo avrei fatto con Ludwig Klages (e su un'altra miriade di pensatori di minore dignità intellettuale), piuttosto che sull’improbabile “frate Ludovico” di Ignazio Silone. Di conseguenza, avrei probabilmente meglio compreso la scelta di colpire religiosi cattolici scelti a caso. Bersaglio infimo e casuale per un cattolico fanatico che intenda punire la Chiesa perché remissiva di fronte all’immoralità dilagante. Obiettivo quasi ovvio, proprio perché indifferenziato, di chi imputi al cattolicesimo, e dunque a qualsiasi suo esponente, un tradimento del dio Natura.

Gli epigoni

Tralasciando queste speculazioni, l’intima “politicità” del caso è dimostrata dal fatto che, tolti dalla circolazione Abel e Furlan, Ludwig continua a colpire. Lo fa nel febbraio 1990 a Firenze, quando una banda di giovani con maschere di carnevale attua un massiccio pestaggio contro venditori ambulanti extracomunitari e piccoli spacciatori nordafricani. Il messaggio di rivendicazione, siglato Gott mit uns - Ludwig e scritto con i consueti caratteri simili a rune, ripete frasi note: “La nostra fede è nazismo. La nostra democrazia è sterminio. La nostra giustizia è morte. Firenze ha un male e noi siamo la sua cura. Rivendichiamo il raid punitivo del XXVII febbraio contro gli immigrati extracomunitari. Questo è solo l’inizio. L’erba cattiva bisogna estirparla subito prima che contagi quella buona”.
Il testo può fare sorridere. Vi si cita persino la battuta sul male e la sua cura pronunciata da Sylvester Stallone nel film Cobra. Ma il sorriso si spegne se si pensa al periodo in cui il raid ha luogo. Tutti i delitti di Ludwig, che avevano condotto alla condanna di Abel e Furlan, erano stati commessi in occasione del carnevale o a ridosso del Solstizio d’inverno (salvo uno, attuato nel decennale della strage di Piazza Fontana). Ricorrenze tipicamente pagane, e totalmente estranee all’integralismo cristiano.
Dopo Firenze, l’estirpazione delle erbacce continua nei dintorni di Pisa, vittime bambini nomadi allettati con giocattoli esplosivi (nel caso più grave, avvenuto il 14 marzo 1995, una bimba macedone perde un avambraccio, e il fratellino un occhio), e poi un travestito brasiliano, ferito da un ordigno camuffato da scatola di caramelle. Per gli attentati ai bambini sono arrestati diversi giovani, di cui uno, Emanuele Caso, possiede il volantino firmato Ludwig che rivendica il raid fiorentino del 1990.
Un fenomeno imitativo, pensano gli inquirenti. E’ certamente vero, ma un’ideologia non è, per sua natura, “fenomeno imitativo”? Non lo è solo se la si fa risalire a una patologia individuale.
“Il tempo prepara l’ingresso in scena di una nuova generazione”, aveva annunciato Ludwig Klades in uno dei suoi poemi giovanili.

Pubblicato Agosto 8, 2009 02:06 AM | TrackBack

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