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RITI DI PASSAGGIO - Parte 5

di Sandro Moiso

FiatSciopero.jpgQui le parti precedenti.

Non eravamo mai stanchi

Non eravamo mai stanchi.
Nelle lunghe veglie davanti ai cancelli delle fabbriche.
Oppure nelle notti che accompagnavano le occupazioni di case.
L’esaltazione del momento ci trascinava, ci riscaldava nel freddo, ci consolava dei rischi.
Spesso era il riso a sostenerci.

Intorno ai fuochi giravano vino, brandy e storie.
Era quello un rito che si ripeteva da decenni, forse da secoli.
Intorno ai fuochi dei bivacchi, nelle stalle, sulle aie, sui ponti delle navi e nella solitudine dei deserti.
E’ soltanto intorno a un fuoco che si diventa fratelli.

Un crumiro ci lasciò le scarpe in mano pur di riuscire a saltare il muro di cinta di Mirafiori.
Erano le due del mattino di un gennaio freddissimo.
Se ne andò dall’altra pare tutto contento di averci fregati.
Camminava scalzo sul terreno gelato.
Il suo turno cominciava alle otto.

Altri furono metaforicamente “catturati” mentre cercavano di entrare da porte secondarie, perse in mezzo ai campi.
Sbiancavano quando ci vedevano sbucare dal buio e danzare come pellerossa intorno al fuoco.
“Ora siete nostri prigionieri!”, urlavamo.
Lo scalpiccio dei loro passi sulla ghiaia, mentre fuggivano, ci faceva morir dal ridere.

Altri cercarono di investirci con le loro auto, per forzare i picchetti.
Davvero non potevamo dormire. Non potevamo abbassare la guardia.
A volte erano gli impiegati a riunirsi, per poi caricarci tutti insieme.
Avrebbero poi dato vita alla marcia dei quarantamila.
Alla fine, in segno di riconoscimento, la FIAT liquidò anche loro. Seconda ballata degli sfigati.

Le occupazioni di case erano anche più impegnative.
Centinaia di famiglie con le loro masserizie si ammassavano nell’oscurità.
Noi entravamo nei palazzi, spesso ancora da finire, sfondavamo le porte alla luce delle pile.
Donne e bambini entravano subito dopo.
Gli uomini rimanevano con noi a spiare nel buio l’arrivo della polizia e dei carabinieri.

In certi casi arrivarono, in altri no.
Si costruivano barricate, si preparavano ripari.
Qualcuno all’alba si addormentava dentro a carriole dimenticate nei cantieri.
Le donne si davano da fare a rendere abitabili gli alloggi.
Più tardi si sarebbe richiesto l’allacciamento della luce, dell’acqua e del gas.

Le occupazioni furono tante.
Strada delle Cacce, Vallette, Nuova Falchera.
Tante famiglie, spesso di lavoratori edili, non avevano una casa decente.
Molti ottennero quegli alloggi e sperarono in un avvenire migliore.
Alcuni dei loro figli oggi marciscono in galera.

Un giornale non è fatto soltanto dai giornalisti

Un giornale non è fatto soltanto dai giornalisti.
Questa fu la prima lezione che imparammo dall’occupazione di República.
Nel maggio del 1975 tipografi, impiegati e giornalisti che si opponevano alla linea della direzione, legata al partito socialista, avevano eletto un comitato di lavoratori.
La sede situata in un vecchio edificio del Bairro Alto, proprio sopra il Rossio, divenne teatro di un aspro conflitto sul diritto e le forme dell’informazione.

La tradizione massonica del quotidiano era stata definitivamente rotta.
Furono le truppe del COPCON agli ordini di Otelo de Carvalho a consegnare ai lavoratori, in luglio, le chiavi del giornale.
Il PCP aveva tentato fin dall’inizio di volgere la situazione a proprio favore, ma per qualche mese República fu un giornale realmente indipendente.

Le assemblee interne erano movimentate e spesso si udiva gridare: “Morte a Soares e a Cunhal!” (1)
Fu in quei mesi l’anima più autentica della rivoluzione portoghese.
Quella più vicina ai militari radicali, meno inquadrata al servizio degli interessi di partito.
A dirigerlo fu un colonnello nominato dal Consiglio della rivoluzione.
I benpensanti urlarono al sopruso.

República fu definita selvaggia.
Si presentò invece come un’arma al servizio del poder popular.
Non fu mai tenera né col PSP né col PCP. Fu una spina nel fianco per molti.
E come se non bastasse, a Lisbona i lavoratori si erano anche appropriati di Radio Renascença (2), senza la benedizione del cardinale–patriarca o di Alvaro Cunhal.

Quel giornale fu occasione di un altro motivo di imbarazzo per noi.
I socialisti avevano indetto una grande manifestazione davanti alla sede dello stesso.
Mischiati a loro vi erano sicuramente elementi della destra pronti a scatenare un vero e proprio assalto al giornale.
Noi, come sempre, portammo fisicamente la nostra solidarietà al comitato dei lavoratori.

Fuori la tensione aumentava col passar delle ore.
Dentro, militanti della LUAR (3) e del PCP-BR prendevano posizione alle finestre con le loro armi da fuoco. Ci sentivamo testimoni impotenti.
Ci chiedevamo cosa sarebbe successo e che cosa avremmo potuto fare.
Probabilmente niente.

Fu John Ford a soccorrerci.
Così nel momento di massima tensione, quando l’aria sulla piazza e all’interno era diventata realmente elettrica, vedemmo arrivare le Land Rover della polizia militare.
Prima una, poi due, tre. Forse sei in tutto.
A bordo di ognuna c’erano tre o quattro soldati col fazzoletto rosso al collo.

Il loro sguardo deciso, mentre fendevano la folla impugnando le armi automatiche, fece sbollire
gli spiriti più agitati e sedò le intenzioni guerriere.
I manifestanti lasciarono alla spicciolata la piazza.
Nei giorni di novembre furono i soldati della Polícia Militar a pagare il tributo di sangue più alto.
La vendetta prima o poi arriva sempre.

L’oceano dei fiumi dei racconti

L’oceano dei fiumi dei racconti.
Intorno al mille Somadeva assemblò una grande raccolta della novellistica indiana in sanscrito.
Il Kathāsaritsāgara racchiudeva un enorme numero di storie e l’oceano da esse formato non rappresentava altro che la vita.
La vita è fatta di storie e gli uomini se le narrano per vivere.

Lo imparai fin da bambino.
D’inverno nella stalla dei nonni, d’estate sull’aia dove i vicini si riunivano per i lavori comuni.
Le voci degli anziani narravano, i più giovani ascoltavano.
Imparavamo dalla vita.
Prima erano state le fiabe delle nonne.

Storie di poveri e ricchi, deboli e potenti, di vittorie e di sconfitte, celebri e no.
Storie di soldati e storie di operai.
Storie di contadini e di pastori.
Storie di ladri e di malfattori. Di eroi e uomini comuni.
Di marinai, avventurieri, rivoluzionari e bambini cattivi.

La storia del pastore Pierre.
Che dopo una notte passata sui pascoli alti della Val Germanasca tornò con i capelli bianchi e invecchiato di dieci anni. Senza rivelare mai a nessuno ciò che aveva visto.
La storia di Massimo, il piccolo Thor, dai muscoli forti e dall’occhio vispo.
Che con il suo martello fu il terrore degli squadristi e morì d’eroina.

La storia di Patrizio, pescatore, velista, cacciatore e chissà cos’altro ancora.
Che rincorse la vita sul mare e sulla terra e amò le tavole imbandite e le libagioni.
Per morire, poi, troppo presto.
La storia di Evaristo il contadino benevolo.
Che si impiccò in solitudine a una trave del suo fienile.

La storia di Bruno, gagliardo arrampicatore.
Che sfruttava l’arte del free climbing per scalare le case dei ricchi e svuotarle.
La storia di Marco, nato da buona famiglia.
Che da terrorista e ricercato finì col morire travolto da un’auto mentre soccorreva le vittime di un incidente stradale.

La storia del capitano Rodriguez, che distribuì la terra ai contadini del Ribatejo.
E che poi si suicidò per il desencanto seguito al fallimento della rivoluzione.
La storia di Dom, figlio di un banchiere della Fiandre.
Che per la causa finì col fare, prima, l’autista a Parigi e, poi, l’operaio nel Nord-est.

La storia di Brunetto e Sergio, compagni di giochi e di malefatte.
Che mia nonna mi raccontava prima che mi addormentassi.
Ogni storia individuale è il risultato di molte storie.
Le nostre esperienze appartengono alle moltitudini che ci hanno preceduto e che ci accompagnano.
Nella realtà e nella fantasia.

Noi. Non corrisponde al plurale maiestatis.
Corrisponde a una pluralità, a una moltitudine indistinta di storie e di vite destinate a non lasciare traccia di sé.
In attesa che una narrazione, quasi sempre accidentale, le sottragga all’oblio e torni a farle rivivere, anche solo per un brevissimo istante.

Le storie hanno bisogno di eroi

Le storie hanno bisogno di eroi.
Gli esseri umani hanno bisogno di eroi.
I giovani sentono il bisogno di identificarsi con qualcuno che hanno imparato a rispettare e ad amare. Possono cambiare i riferimenti, ma, con buona pace di Brecht, non cambia il meccanismo.
E, fino ad ora, nessun popolo e nessuna generazione ha potuto farne a meno.

I nostri eroi furono quasi sempre perdenti.
E non sono mai andati in chiesa.
Oppure hanno posto domande alle quali dio non ha saputo rispondere.
Non hanno chiesto onori o pietà.
Tanto nessuno glieli avrebbe concessi.

Sono vissuti in un lampo e sono morti con la pistola in pugno.
Oppure sputando sangue o soffocati dal vomito.
Hanno percorso le strade dell’abisso e le vie verso cime mai toccate prima.
Il successo è stato per loro, e per molti di noi, un optional discutibile.
In fin dei conti non era previsto e tanto meno necessario.

Hermann Buhl, la cui ultima traccia fu fotografata sulla cresta del Chogolisa a 7300 metri d’altezza.
Fu il primo a portare lo stile alpinistico delle Alpi Occidentali sull’Himalaya, scalando due ottomila senza il supporto di portatori e delle bombole d’ossigeno.
Il 27 giugno 1957, a trentatre anni, la nebbia e la neve di una cornice lo tradirono.
Sparì, senza un grido, nel vuoto e nella leggenda.

Le sue ultime parole le aveva annotate nel diario il giorno precedente, a settemila metri d’altezza.
“Dormito bene, al mattino mal di testa a causa della scarsità di ossigeno.
Nel sacco fino alle dieci. Nebbia fitta, forte vento”.
Non c’è mai retorica nelle ultime parole, né premonizione.
Al massimo una bestemmia.

Jimi Hendrix, morto poco più che ventenne, probabilmente per overdose, dopo aver rivoluzionato il nostro modo di intendere il suono.
Mancino, nero, Cherokee per parte della madre, nato nei sobborghi di Seattle, dimostrò il futuro potenziale devastante del blues e della chitarra elettrica.
Alcuni non se ne sono ancora accorti e ossequiano la tradizione.

Louis Ferdinand Céline, il più irriverente, il più spietato, il più antiborghese e anticapitalista tra gli scrittori del ventesimo secolo.
Trotsky lo benedisse dichiarando che il suo Viaggio al termine della notte era uno dei romanzi più potenti mai scritti contro lo stato di cose presenti.
La notte scese su di lui durante e dopo il secondo conflitto mondiale.

Tornò a fare il medico accontentandosi di esser pagato con polli e ortaggi dai suoi miseri pazienti.
Kerouac e Ginsberg furono anche figli suoi e non lo rinnegarono mai.
L’unica vera colpa per cui fu odiato e perseguitato fu quella di aver messo alla berlina, una volta per tutte, gli intellettuali impegnati e di grido.
Ma lui era troppo incanaglito per cambiar rotta e presentarsi all’esame di stile ricamato.

George Jackson, entrato in carcere non ancora ventenne per una rapina da pochi dollari e lì rimasto fino alla morte.
Sottoproletario nero di Chicago, aveva conosciuto arresti e ferite da arma da fuoco causategli dalla polizia a quattordici e sedici anni.
Nel carcere di Soledad sarebbe diventato militante e leader delle Pantere Nere.

A San Quintino, dopo dieci anni passati ad evitare coltellate e picconate della Fratellanza Ariana, il 21 agosto 1971 fu ucciso, dissero le guardie, durante un tentativo d’evasione.
Bob Dylan gli dedicò una delle sue ballate più belle, pubblicata solo su un 45 giri.
Il fratello diciassettenne Jonathan era caduto sotto i proiettili della polizia un anno prima, nel tentativo di liberare tre detenuti neri durante un processo.
Adesso prendiamo il controllo noi” erano state le sue ultime parole.

Frances Farmer, scrittrice e attrice americana, nata a Seattle.
Rinchiusa in un ospedale psichiatrico a ventisette anni per aver manifestato idee comuniste.
Bellissima, venne sottoposta a trattamenti a base di elettroshock che l’avrebbero portata davvero alla follia.
Un altro grande perdente, Kurt Cobain, l’avrebbe celebrata in una sua canzone.

Frances Farmer Will have Her Revenge On Seattle
Il suo fantasma deve aver camminato accanto ai manifestanti nei giorni di fuoco del G8 nella grande città americana del Nord-Ovest.
In mezzo alle fiamme e ai lacrimogeni al peperoncino ha avuto la sua vendetta.
A volte le canzoni si avverano.

Non andò mai in giro disarmato

Non andò mai in giro disarmato.
E sicuramente avrebbe riso se gli avessi raccontato del nostro imbarazzo.
Lui teneva sempre con sé un Opinel, “per pulirsi le unghie” diceva.
Il vecchio Piero aveva i capelli a spazzola, le mani grandi e un lieve tic all’occhio sinistro.
Era amico di mio padre. Ne condivideva il lavoro.

Si era fatto tutta la guerra.
Dall’Africa all’Albania fino all’otto settembre.
Era di Alba e tornò in tempo per le sue giornate.
Lasciò perdere le brigate comuniste, non sopportava un commissario politico che voleva andare a cavallo. Se tutti gli uomini erano uguali, allora, tutti a piedi.

Formò un raggruppamento indipendente, forse legato a quelli del comandante Mauri.
Le camice nere salirono a cercarli nella zona di Canale, tra le vigne.
I suonatori furono suonati e Piero non diede ascolto alle parole del parroco che chiedeva di lasciar dare sepoltura ai militi caduti.
“Il vino sarà più buono” disse soltanto.

Una spia fece il suo nome.
Fascisti e tedeschi gli imprigionarono la famiglia, chiedendo che si consegnasse.
Lui sequestrò la famiglia di un industriale che parteggiava per il regime.
I comandi nemici furono costretti ad accettare lo scambio.
Le guerre civili portano con sé i rapimenti.

Scese ad Alba.
Passeggiò, sulle rive del Tanaro in piena, con chi lo aveva tradito.
Sorridevano e parlavano, l’altro non immaginava che Piero sapesse.
Sentì soltanto la canna fredda di una pistola contro la tempia, poi il nulla.
Le acque del fiume se lo portarono via col suo tradimento.

Dopo furono tempi duri.
Da Alba si trasferì con la famiglia in Belgio.
La miniera gli portò via un polmone.
Fu a Marcinelle (4) a lottare col fango e il grisou.
Portò fuori dal carbone uomini sporchi, con gli occhi sbarrati, ma vivi.

Una notte, già anziano, mise in fuga, a mani nude, due rapinatori armati di pistola che avevano cercato di impossessarsi della cassa del distributore di benzina in cui lavorava.
Gran mangiatore e bevitore, non toccava mai i funghi.
Erano stati l’alimento base della sua misera infanzia nelle Langhe.
Fu il personaggio mancato di un romanzo mai scritto di Beppe Fenoglio.

1) Il primo era segretario del partito Socialista Portoghese, il secondo del Partito comunista.
2) Radio episcopale occupata dai lavoratori, divenuta una delle voci della democrazia dal basso.
3) LUAR: Liga de União e Accão Revolucionária. Movimento di resistenza armata anti-salazarista che continuò a operare clandestinamente e alla luce del sole anche dopo il 25 aprile.
4) Uno dei più gravi disastri minerari del dopoguerra. Nella miniera di carbone di Marcinelle in Belgio, l’8 agosto 1956, perirono 262 minatori di nazionalità diverse, tra i quali 136 italiani.

(5-CONTINUA)

Pubblicato Agosto 2, 2009 03:36 AM | TrackBack

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