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RITI DI PASSAGGIO - Parte 2

di Sandro Moiso

Lisbona.jpgAll’inizio degli anni settanta il timore per un colpo di stato divenne un’ossessione

All’inizio degli anni settanta il timore per un colpo di stato divenne un’ossessione.
Il Cile fu per alcuni la ciliegina sulla torta.
La prova definitiva che la democrazia istituzionale era da salvare a ogni costo.
Anche a quello di far patti col diavolo.
Cristiano, si intende.

Per un certo periodo pattugliammo certi incroci verso le sei del mattino.
Si temeva “il Golpe”.
Operai dell’azienda dei telefoni e rappresentanti del Partito Comunista e dell’Associazione Nazionale Partigiani avrebbero dovuto essere lì con noi. Di solito ci ritrovavamo da soli.
Con null’altro che l’occhio vigile.

Attendevamo i golpisti, i fascisti, i nazisti.
Si è detto poi che fu Piazza Fontana a farci perdere l’innocenza.
In qualche modo fu anche così, perché, dopo di allora, lo spirito libertario che ci aveva animato fu represso e indirizzato verso una più generica difesa della democrazia parlamentare.
Di fatto, l’allarmismo antigolpista servì soprattutto a sviare, verso la difesa delle istituzioni, una pratica antagonistica.

L’antifascismo era stato una necessità. L’autodifesa contro gli assalti alle scuole e ai picchetti.
Ma in seguito la violenza spontanea delle piazze si trasformò in una guerra fatta di attese snervanti, di agguati e di imboscate. Qualcuno aveva lanciato la pietra nello stagno e poi nascosto la mano.
Per anni molti di noi continuarono a correre sulle increspature create da quell’atto.
In attesa di esser designati come “fascisti rossi”.

Più correttamente qualche sociologo scrisse che i nostri furono soltanto riti di passaggio.
Non si conosce però nessuna società in cui tali riti di iniziazione possano durare tanto a lungo.
Nessuna rivoluzione durò così tanto.
Ancor meno un’insurrezione.
Dopo il ‘68, quei riti durarono per noi più di dieci anni. Più della guerra di Troia.

La vigilanza antigolpista e antifascista diede però anche vita a forme paranoiche dai risvolti comici.
Una delle prime volte che mi recai nella sede centrale di corso San Maurizio, vidi entrare, dopo pochi minuti, un compagno tutto trafelato.
“Ci sono i fascisti, sono già qui nel cortile!” urlò, correndo a cercare qualche strumento con cui difendersi..

La causa di tutta quell’agitazione era stata la mia auto.
Una FIAT 500 da poco acquistata usata e che, a quanto pare, era appartenuta prima a un militante di destra. La sua targa aveva scatenato la reazione allarmata del militante di buona memoria.
Era il segretario tecnico, un grigio burocrate ligio alle cifre.
Il grado zero della controinformazione.

La pulizia costituì sempre un problema

La pulizia costituì sempre un problema.
Nella casa dello spirito santo l’unica acqua arrivava in giardino. Lì erano le nostre docce e i nostri lavabi. Sotto lo sguardo preoccupato della regina Elisabetta, il cui ritratto ci guardava dalle finestre della vicina ambasciata inglese.
Honny soit qui mal y pense.

Le sedi dove eravamo soliti riunirci traboccavano di volantini e giornali sgualciti.
Sui pavimenti e nei portacenere i mozziconi costituivano le tracce concrete del nervosismo, delle attese e delle discussioni concitate.
Negli angoli bandiere, manici di piccone e striscioni dormivano il sonno dei guerrieri in attesa di tornare in testa ai cortei.

Anche nelle case in cui si viveva in comune o si transitava l’ordine non costituì mai la preoccupazione principale.
Però l’odore dei gatti e dei corpi ci accompagnò sempre con una certa nonchalance.
D’altra parte l’igienismo e l’ospedalizzazione preventiva sembrano esser oggi diventati la norma di una società insipida e repressa.

Nel tardo settecento un’aristocrazia imbelle e imbellettata nascondeva le proprie rogne con profumi ed essenze.
Oggi si maschera il nulla con profumi industriali che promettono ciò che non si sa più sognare.
Gli antichi piaceri sono andati perduti, mentre quelli della nostra effimera terra di mezzo, involgariti e resi banali, sono diventati i pilastri del vuoto esistenziale.

Lo scambio dei corpi, dei vestiti, delle case e dei letti non prevedeva controllo.
Vivere significava condividere.
Cospirare, recitò un giornale prodotto a Torino nel’77, significava respirare insieme.
Quella stagione profumerà di primavera per sempre.
Dell’attuale non si riuscirà mai a nascondere il lezzo.

Il piacere e l’improvvisazione.
La passione e la fuga precipitosa.
L’irresponsabilità e il coraggio.
La coscienza critica e l’intuizione.
Le nostre furono l’etica e l’estetica del rock’n’roll.

Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti che sui banchi di scuola

“Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti che sui banchi di scuola”.
Così cantava agli inizi degli anni ottanta Bruce Spingsteen.
We learned more from a three minutes record than we ever learned in school
Avrebbero potuto cantarlo anche i giovani operai di Piazza Statuto nel 1962.
In fin dei conti il rock’n’roll è sempre stato provocatorio.

Giorgio fu certamente uno di loro.
Tipografo, poi operaio e sindacalista alla Pianelli Traversa, non abbandonò mai l’amore viscerale per il rock. La cassa integrazione gli permise di farne una professione. Aprì un negozio di dischi usati. Billboard, Melody Maker e Rolling Stones furono sempre la sua vere bibbie.
Le sue memorie valgono oro.

Negli anni cinquanta il ballo del rock’n’roll era proibito.
Così, a pochi metri dalla sede di Torino del PCI, che a lungo avrebbe tuonato contro gli americanismi, un cinema di periferia era diventato luogo di incontro per giovani cospiratori.
Dopo lo spettacolo pomeridiano delle 14,30 un complesso entrava in sala per suonare la musica del diavolo. Nella platea e negli spazi liberi dalle poltrone si scatenava il finimondo.

Ragazzi dai capelli impomatati facevano volteggiare le ragazze con le movenze di un ballo indemoniato. Gesti e passi veloci, ritmi sincopati.
Parlavano con gli occhi e con le anche.
Genitori e censori occhiuti non potevano arrivare con lo sguardo oltre quei muri.
Intanto, in altre parti d’Italia, alle feste del PCI gli uomini ballavano ancora tra di loro

Le case discografiche stampavano in Italia solo ciò che era considerato moralmente affidabile, la radio trasmetteva con il beneplacito della censura cattolica e la sinistra ortodossa condannava il rimanente con l’accusa di essere espressione del gusto piccolo borghese.
Che il cielo abbia sempre in gloria Adorno e la sua difesa della musica colta, ma a quella noi preferimmo sempre la musica del diavolo.

Prendi la chitarra e vai

“Prendi la chitarra e vai”.
Così cantava, con accento esageratamente anglofono, un gruppo di capelloni degli anni sessanta.
E la chitarra costituì sempre una sorta di prologo e di accompagnamento alle scelte politiche più radicali, mentre nella versione elettrica costituì lo strumento più maneggevole ed economico con cui si potessero creare i suoni più selvaggi e disordinati.

Woody Guthrie aveva scritto sulla sua che quella era una macchina destinata a uccidere i fascisti.
I partigiani di Fenoglio, mentre scendevano le ripide alture delle Langhe, portavano i fucili a tracolla come se fossero chitarre.
Margherita Cagol a sedici anni era arrivata terza a un concorso canoro accompagnandosi con la chitarra.

Furono gli MC 5 di Detroit a indossare per primi delle bandoliere da guerriglieri sulla copertina di un loro album.
Prima che il loro mentore John Sinclair fosse arrestato per spaccio e terrorismo in quanto appartenente alle Pantere Bianche.
Mentre in anni recenti l’unico chitarrista superstite del gruppo ha ancora cantato le lodi dell’AK 47.

Più sbrigativamente un altro gruppo di Detroit, gli Up, aveva lasciato perdere le chitarre per impugnare direttamente le armi in una foto che li ritraeva tutti insieme.
The Train Kept A Rollin’ fu il loro brano più trascinante.
Ma quel treno aveva davvero cominciato a correre e i disordini di Detroit, in cui la Guardia Nazionale dovette usare anche l’aviazione, lo avrebbero dimostrato.

Detroit Is Burning avrebbe poi cantato John Lee Hooker per ricordarlo.
Ma quelle fiamme roventi come un blues stavano già divorando il vecchio mondo e i nostri cuori.
Gli ultimi bagliori li avrebbe portati sul palco a Torino, a un festival dell’Unità, Joe Strummer dei Clash, presentandosi con una maglietta su cui era stampata una stella a cinque punte e la scritta Red Brigades.

L’aveva fatto apposta per provocare il nostro rude boy?
E’ qui inutile sottolineare come il pogo sotto il palco finisse col trasformarsi in una gigantesca rissa con il servizio d’ordine istituito dal PCI quando quest’ultimo cercò di sospendere il concerto.
Trapassato troppo presto, Joe starà ancora sorridendo da qualche parte mentre ricorda il fatto in compagnia di altri mascalzoni del suo calibro.

Il primo incontro con la musica nera lo ebbi grazie a mio padre, quando, nei primi anni sessanta, portò a casa, con una fonovaligia, “Hit the Road Jack” di Ray Charles.
Quel primo 45 giri mi aprì le porte di ritmi e suoni sconosciuti ed eccitanti.
Pochi anni dopo il terrorismo sonoro di Hendrix avrebbe fatto il resto.
Fu così che scoprii la musica del diavolo.

L’Africa era nell’aria

L’Africa era nell’aria.
Territori d’oltremare venivano chiamati per farli sembrare una naturale estensione del Portogallo.
Ma Angola, Mozambico, Guinea Bissau e Capo Verde avevano alzato la testa.
Per prima l’Angola, che aveva iniziato la lotta armata il 16 gennaio del 1961.
Il giorno dopo, nel Katanga, sarebbe stato assassinato Patrice Lumumba, padre dell’indipendenza africana.

Durante la mia infanzia delle tragedie africane si percepì solamente quella dei tredici aviatori italiani trucidati a Kindu (1) mentre, si diceva, distribuivano giochi ai bambini congolesi.
Non potevo ancora riconoscere lo scopo delle missioni di pace. Né tantomeno il ruolo dell’ONU.
Chi ci volle a Lisbona, oggi, è tornato a far finta di credere nelle guerre finalizzate a esportare la democrazia occidentale.
E’ vero che invecchiando si ridiventa bambini.

Nel 1975 Agostino Neto, Jonas Savimbi e Holden Roberto (2) si contendevano il territorio angolano.
MPLA, UNITA e FLNA. Libertà e imperialismo.
Sigle allora cariche di significati diversi, mentre, forse, dietro c’erano solo potenze diverse.
Comunque Neto era figlio di un pastore metodista e Martin Luther King era un pastore battista.
La Riforma cinquecentesca si rifletteva ancora nelle lotte di liberazione dei neri.

Anche le ideologie che guidavano le lotte di liberazione erano di origine europea.
Così come le lingue che i ribelli parlavano e scrivevano.
Il grande problema dell’unità africana: centinaia di lingue di cui solo due scritte, copto e swahili.
Con le lingue degli occupanti si finiva con l’accettarne le logiche di divisione geografica.
Confini che non avevano mai tenuto conto delle etnie e della storia del continente.

Per i giovani portoghesi l’Africa aveva significato soprattutto quattro anni di ferma obbligatoria.
Quattro anni di abbrutimento, agguati, sofferenze e rabbia crescente.
In Africa iniziò tutto.
I capitani d’aprile che poi rovesciarono Caetano, avevano avuto là loro scuola di rivoluzione.
Le strade di Lisbona erano piene di mutilati e di targhe di medici specialisti in malattie veneree.

Lisbona è una città dal fascino discreto

Lisbona è una città dal fascino discreto.
Lo rivela e lo si scopre poco a poco.
E’ un’amante misteriosa che nasconde la propria bellezza e la propria età con riservatezza e sensualità. Ammalia invece di abbagliare.
Città più grandi e famose al confronto assomigliano a vecchie prostitute imbellettate, disposte a far di tutto per piacere ancora.

Dai tempi di Pombal al modernismo gli azulejos hanno decorato i suoi edifici.
E anche dopo le mattonelle di ceramica hanno continuato a essere una costante delle facciate delle case.
Qua e là chiazze grandi e piccole, causate dalla loro assenza, segnano la decadenza di palazzi più o meno antichi. Anche questo fa parte del suo fascino.

Dal Bairro alto le vie sembrano precipitare verso il Tago e verso il Rossio.
Là dove il piede umano non vuole salire ripide scalinate, gli escalador lo aiutano per pochi centesimi. Le loro rotaie tagliano come lame il pavé delle strade.
Vie sulle quali si affacciano vetrine polverose che sembrano esporre da decenni le stesse merci. L’effetto non è però di trasandatezza, ma di languore.

Tutta rivolta verso l’Oceano, Lisbona porta con sé il Mediterraneo.
E come se avesse nostalgia dell’ambiente naturale da cui sembra esser stata strappata da una mano gigantesca per poi esser deposta sulle rive di un altro mare, più grande e più ostile.
Sulla riva del Tago, la torre di Belèm, monumento a novelli Ulisse, segna forse l’ultima vestigia mediterranea prima delle spume atlantiche.

Il fiume scende verso il mare e contemporaneamente lo porta nella città.
Dalle due rive opposte gli antichi palazzi signorili e i più recenti quartieri operai sorti intorno ai cantieri della Lisnave si spiavano e sorvegliavano a vicenda.
Oggi il degrado ha portato la miseria tra i palazzi signorili, mentre i nuovi signori del divertimento hanno trasformato i vecchi docks in discoteche e birrerie.

Lo sferragliare dei piccoli tram è udibile, oggi come ieri, in tutta la città.
Ciò che non si può più sentire sono le voci che riempivano l’aria quando a rua se fez rio.
Mentre le vie diventavano fiumi di gente in festa, il fantasma di Pessoa rimaneva discretamente nascosto nell’ombra di Martinho.
Anche oggi, mentre le voci principali sulla Rua Dourada sono quelle sommesse di chi vi offre piaceri proibiti e paradisi artificiali, Pessoa continua a rimanere nascosto.

Non occorre appassionarsi al fado per comprendere la saudade.
Ben presto si proverà nostalgia per i volti, gli spazi, gli angoli bui e quelli più luminosi.
Ho scoperto i musei e le opere d’arte di Lisbona soltanto nei viaggi successivi.
Allora mi bastava svegliarmi e scorgere dalla finestra il ponte del 25 Aprile sbucare tra le ultime brume dell’Oceano Atlantico.

Esistono date ricorrenti

Esistono date ricorrenti.
Per quel che valgono le date, il 25 aprile è una di quelle.
In Italia nel 1975 ricorreva il trentennale della liberazione.
In Portogallo si festeggiò il primo anniversario della caduta del più longevo governo fascista.
In quei mesi in Italia iniziava la stabilizzazione politica post-sessantottesca con la vittoria del PCI alle amministrative; in Portogallo ebbe inizio o verão quente, l’estate calda.

Fu l’ultimo periodo in cui, in Italia, la violenza del movimento non fu definita fascista.
A Milano, Torino e Firenze caddero in quattro per mano della destra, dei carabinieri e della polizia.
16, 17 e 18 aprile. Claudio, Giannino, Tonino e Rodolfo.
Bruciarono le sedi del Movimento Sociale di via Mancini e di corso Francia.
Nei grandi centri urbani le amministrazioni divennero poi “rosse”.

In entrambi i casi dei partiti, che da lungo tempo avevano abbandonato la causa cui si richiamavano nel nome, cercarono di trarre vantaggio da mobilitazioni che andavano al di là dei loro progetti. Dovettero in qualche modo subirle e cavalcarle.
Noi non ne traemmo particolari vantaggi, se non il piombo.
Anche a Torino la polizia sparò sui manifestanti, forse soltanto con meno determinazione.

Quella primavera votai per l’ultima volta. Il PCI naturalmente.
Così, come me, molti altri.
Il ringraziamento venne negli anni seguenti.
Con gli assalti all’Università, da parte del servizio d’ordine del partito e con liste di proscrizione create ad hoc. Passata la festa, gabbato fu il santo.

In un qualsiasi western minore le cose sarebbero andate diversamente.
Damiano Damiani e gli altri avrebbero comunque, alla fine, fatto vincere i migliori.
Come minimo sarebbe stato concesso un tributo anche agli sconfitti.
Peccato che il regista delle nostra storia sia stato un altro.
Forse è stato da lì che ho cominciato ad amare il genere noir.

Nichilista, senza speranza, senza salvezza, senza pietà.
La gioventù, in realtà, non lo è mai.
Lo è per atteggiamento, al massimo.
Poi sono le sconfitte, i tradimenti e le disillusioni a farci diventare adulti.
Bella conquista, la maturità.

Mio padre non seppe mai dirmi se avesse fatto bene o male

Mio padre non seppe mai dirmi se avesse fatto bene o male.
Come molti nella resistenza ci era entrato per caso e per necessità.
Ma con orgoglio aveva indossato la giubba di cuoio dei partigiani.
Soltanto qualche mese prima di morire volle parlarmi a lungo di quel periodo.
Forse anche lui doveva liberarsi di un peso.

Il tentativo di sfuggire alla campagna di Russia l’aveva portato negli ospedali bombardati dagli anglo-americani.
L’otto settembre l’aveva colto in servizio a La Spezia.
Non accettò l’offerta di un ufficiale di non cedere le armi e continuare a combattere.
Tornò a piedi al suo paese nell’astigiano, per evitare i rastrellamenti fatti sui treni.
Si liberò della divisa, indossò i panni usati e dimessi che qualche vedova gli regalò.

Ma a casa non poté fermarsi a lungo.
I tedeschi occuparono il paese e scelsero la casa dei suoi genitori come sede del comando.
Dal fienile scivolò verso il Biellese, là dove erano le brigate Garibaldi.
Non c’era modo di sfuggire alla guerra. Tanto valeva farla dalla parte meno sbagliata.
Divenne furiere e armiere del suo gruppo.

Partecipò ai combattimenti. Sparò senza mai sapere se avesse ucciso qualcuno.
Vide giovani partigiani trucidati e altrettanto giovani fascisti fucilati.
Evitò con la macchina carica d’armi un posto di blocco tedesco, per poi finire poco dopo in un fosso. Le quattro ruote all’aria e le bombe inesplose.
Vide qualcuno dei suoi compagni intascare soldi e offrirglieli “per dopo”.

Era stato uno dei pochi partigiani del suo paese.
Quel paese che vide, negli ultimi giorni di aprile del ’45, molti indecisi scendere a Torino per partecipare alla Liberazione. Alcuni per rifarsi una verginità.
Lui si portò a casa una pistola e alcune bombe a mano.
Rimasero a lungo murate nella soffitta di casa.

Riportò anche a casa la disillusione.
Non volle mai aderire all’ANPI.
Quando nel ’68 tornai a casa lacero e pesto per le cariche dei carabinieri mi rimproverò aspramente.
Non voleva che mi occupassi di politica.
Per lui era “una cosa sporca”.

Poi, nella primavera del ’74, ci fu una scaramuccia con i fascisti sulla scalinata delle facoltà umanistiche.
Alla sera un camerata che aveva avuto la peggio telefonò a casa mia per minacciarmi.
Poi richiamò il padre, vice-questore, per intimorire mia madre. Mio padre afferrò il telefono.
“Sono stato partigiano e ho ancora le armi, chi tocca o minaccia la mia famiglia muore”.
Da quella sera il telefonò non squillò più. Almeno per quel motivo.

Negli anni successivi la politica, tra di noi, non fu più un tabù.
Ritrovò i suoi vent’anni.
Smise ben presto di partecipare alla farsa elettorale.
Quando venne rifatto il solaio della vecchia casa di campagna, delle armi non c’era più traccia.
Le aveva fatte sparire mia nonna, anni prima.


1) A Kindu, nella provincia congolese di Kivu, l’undici novembre 1961, tredici aviatori italiani furono uccisi da guerriglieri contrari a Thsombè (filo-occidentale e mandante dell’uccisione di Patrice Lumumba) dopo che avevano, probabilmente, sbarcato sul territorio africano materiale militare destinato a una delle parti della guerra civile in corso.
Si disse poi che stessero distribuendo giocattoli ai bambini e che fossero stati smembrati e divorati dai loro uccisori. Anche allora i nemici della democrazia occidentale dovevano essere descritti come mostri.
2) Erano rispettivamente i leader del Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (MPLA), vagamente filo-sovietico, dell’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (UNITA) di tendenza maoista e filo-cinese, e del Fronte di liberazione nazionale dell’Angola (FLNA), filo-occidentale.

(2-CONTINUA)

Pubblicato Luglio 21, 2009 04:15 AM | TrackBack

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