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Una "sovversiva" che non muore: Mamma Jones

di Valerio Evangelisti

MotherJonesPhoto.jpg[Nel mio mestiere accade anche questo. Una piccola casa editrice di Reggio Emilia decide di ripubblicare L'autobiografia di Mamma Jones, tradotta da Einaudi nel 1977 (con una splendida prefazione di Peppino Ortoleva), e mi chiede di scrivere un breve pezzo introduttivo. Lo faccio, naturalmente a titolo gratuito, e l'editore, con calma, mi dice che valuterà il mio contributo e mi "saprà dire". E' passato un mese e non si è ancora fatto vivo. Pubblico dunque il mio articoletto. Spero che in ogni caso il libro esca, perché è importante e ancora utilissimo.] (V.E.)

Il più diffuso periodico della sinistra statunitense, vincitore di premi prestigiosi per la sua qualità giornalistica, si intitola Mother Jones. Un omaggio, che si perpetua, a uno dei più formidabili personaggi che la storia del movimento operaio americano abbia conosciuto.

Mother Jones, soprannome dell’irlandese Mary Harris Jones, ebbe una vita lunghissima, consacrata, a partire dalla mezza età, alle lotte del proletariato e al sostegno dell’ideologia socialista. Non sorprende la presenza di una donna, negli Usa, alla testa delle classi subalterne e dei loro moti rivendicativi. Queste furono moltissime, da Elizabeth Gurley Flynn a Emma Goldman a Emma Florence Langdon, più tante altre meno note, fino ad arrivare ai giorni nostri. Colpisce, piuttosto, l’età non acerba in cui Mother Jones si diede all’attivismo e la coerenza con cui difese le proprie convinzioni fino agli ultimi giorni della propria esistenza, ormai ultranovantenne. In un contesto politico-sociale che definire “ostile” è un eufemismo.
La storia del movimento operaio statunitense, dimenticata da troppi anche in patria, è stata dura e spietata, raggiungendo con facilità e frequenza picchi di ferocia vertiginosi. Un proletariato giovane di formazione e composito dal punto di vista razziale, continuamente rimodellato dai successivi flussi migratori, si trovava a confronto con un padronato anglosassone altrettanto recente di nascita e completamente privo di scrupoli, capace di ricorrere – all’occorrenza, e in totale impunità – all’omicidio, al linciaggio, alla strage.
Esisteva poi un nemico più insidioso: una mentalità diffusa, di origine puritana, che vedeva nel successo economico personale l’equivalente di una virtù benedetta da Dio, e in chi lo contrastava una matrice diabolica. Più il razzismo, e un’idea di patria ispirata alla concezione di popolo eletto, con una missione civilizzatrice da compiere non solo in America ma nel mondo intero.
Mother Jones si oppose a tutto questo, a partire dal momento in cui la sua famiglia andò in pezzi. Si iscrisse a una famiglia più grande e universale comprendente lavoratori d’ogni razza, ed espresse repulsione per le guerre patriottiche comunque giustificate. Fu “mamma” per i minatori in sciopero, per i bambini costretti a mansioni che li uccidevano, per i ribelli antimilitaristi. Una mamma singolare, però, che non predicava la conciliazione, bensì il conflitto di classe. Sfidò tutti gli stereotipi del suo tempo, dal ruolo della donna a quello, parallelo ma ancora più costrittivo, della donna anziana. Un giudice la chiamò “nonna” per irriderla e compatirla. Lei accolse l’appellativo con orgoglio: era “nonna”, sì, ma niente affatto pacificata.
Ebbe a che fare con sceriffi, vigilanti d’ogni specie, guardie nazionali, squadre antisciopero, crumiri, polizia, camere di commercio, agenzie di spionaggio: l’armata immensa, con licenza di uccidere, che uno Stato decisamente di parte poteva mettere in campo contro gli sfruttati in rivolta. Mother Jones, più volte imprigionata, vide all’opera tutta la potenza di una borghesia senza freni nelle fasi, che condivise fino in fondo, della nascita di un movimento operaio americano. Un movimento capace di resistere all’oppressione e di tentare controffensive, a volte vincenti e a volte no: gli Knights of Labor, la Western Federation of Miners, gli Industrial Workers of the World...
Proprio gli IWW, o wobblies, segnarono l’identità di una donna anticonformista, che la morale corrente avrebbe voluto, quando non in galera, condannata all’uncinetto o alla cura dei nipoti. Gli wobblies furono gli unici, nella loro epoca, a farsi carico di un proletariato precario, mobile, multirazziale, perennemente cangiante. Espressione americana del sindacalismo rivoluzionario di origine europea, poi transitati verso l’anarcosindacalismo, seppero fino alla prima guerra mondiale aderire alla composizione di una classe che mutava forma e che talora si confondeva con gli hoboes, la massa dei “vagabondi” privi di radici. Li intercettava, grazie a una mobilità territoriale tipicamente americana, nei loro spostamenti geografici e di identità lavorativa repentini e obbligati. Braccianti agricoli, operai di fabbrica, disoccupati, lavoratori occasionali. Sempre dello stesso proletariato dalle mille lingue si trattava, pronto a sparire in un luogo e a riapparire in un altro. Avevano però con loro, grazie agli IWW, un sindacato duttile, capace di adeguarsi a ogni contingenza, e, tra gli altri agitatori, una “mamma” leggendaria: per l’appunto Mother Jones.
Il declino, per gli wobblies, sopravvenne con la prima guerra mondiale. Ostili a una partecipazione americana al conflitto, e fedeli all’idea che un lavoratore non debba mai sparare su un altro lavoratore, divennero bersaglio di campagne d’odio sempre più veementi. I loro dirigenti, additati dalla stampa come oggettivi alleati del nemico, furono imprigionati, linciati nelle forme più orribili, condannati a morte o a lunghe detenzioni. La caccia allo wobbly diventò lo sport preferito dell’American Legion, del Ku Klux Klan, di posse di benestanti, per non parlare delle forze dell’ordine “regolari”. Aderire al sindacato diventò sinonimo di tradimento.
Mother Jones vide tutto ciò in cui credeva fatto a pezzi, e il riaffacciarsi di forme schiavistiche di lavoro, sotto il pretesto dello “sforzo bellico” e della conseguente, indispensabile “unità nazionale”. Quando fu troppo anziana per partecipare di persona all’attività di chi ancora resisteva, si mise a scrivere, per consegnare a chi sarebbe venuto dopo il ricordo della propria esperienza. Non era mai stata un’ideologa. Queste sue memorie, pubblicate nel 1925, sono più che altro una raccolta di episodi, di bozzetti drammatici, tragici o commoventi, di narrazioni di atti di coraggio. Testimonianza di una passione che la “mamma” degli sfruttati coltivò fino alla morte.
Un altro movimento operaio sorse successivamente negli Stati Uniti, e i minatori di Mother Jones si presero, negli anni Trenta, le loro rivincite, con lotte di portata eroica. Si innescarono problematiche diverse, il sistema ora parve aprirsi, ora si chiuse a riccio. La classe operaia rimase esclusa da ogni potere decisionale, e tuttavia certe sue tematiche, come l’eguaglianza razziale o la liberazione femminile, si affermarono anche nel difficilissimo contesto americano.
Il nome di Mother Jones ha continuato a circolare, sia pur sommessamente, fino a Seattle 1999 e oltre. Nel 2007 un musical dedicato a lei è stato messo in scena da un gruppo di studenti dei licei del Connecticut. La “nonna” dei movimenti antagonisti degli Usa non si decide a morire del tutto, entra addirittura nell’epica. Buon segno. Significa che persino negli Stati Uniti non tutto è perduto.

Pubblicato Giugno 22, 2009 03:30 AM | TrackBack

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