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Stella maris (estratto da Settanta, Marsilio Editori)

di Simone Sarasso

Settanta.jpg[Le pagine che seguono, lette in anteprima al festival letterario Officina Italia, sono uno dei molti cuori neri del mio nuovo romanzo, Settanta. Scrivere in questo Paese degli anni di piombo è delicato quanto marciare in tenuta da battaglia su una distesa di cristalli: il rischio di essere fraintesi è dietro l’angolo. A pochi giorni dall’uscita del libro è già successo: qualcuno, neanche troppo velatamente, ha voluto rintracciare nel pezzo che segue un’indulgenza verso le Brigate Rosse, un invaghimento senza testa, una fascinazione per nulla ragionata. Mi pare quasi superfluo negare con tutte le mie forze un atto del genere. In Settanta ho raccontato una pluralità di storie (dal golpe Borghese, alla mala milanese del Giambellino, a Piazza della Loggia, al rapimento Moro, alla bomba di Bologna). Le ho raccontate sempre con la voce dei protagonisti. Non c’è mai stata identificazione dell’autore con nessuno dei personaggi. E, se proprio quest’identificazione la si vuole trovare da qualche parte, sarebbe bene cercarla laddove parlo delle vittime. Degli innocenti rimasti sul selciato. Sì, è vero: con loro – e con loro soltanto – mi sono identificato fino alla mimesi totale. Fino a piangere le stesse lacrime di chi è loro sopravvissuto. Tutto il resto, è fuffa da quotidiano. A scanso di equivoci, leggete e giudicate voi stessi. E poi ditemi da che parte sto.] (Simone Sarasso)

Il Dottore mette la freccia, s’infila nella strada strettina.
Il cartello «Chiavari», nuovo di zecca.
Profumo di oleandro appassito dal finestrino, odore di mare cattivo.
La Renault 4 parcheggiata alla brutta, mezza sul marciapiede. Quando Molotov smonta dall’auto e vede l’insegna, capisce al volo. I Comandanti sono tizi sentimentali.
Stella maris, così c’è scritto sopra la porta d’ingresso. Il Dottore fa strada, Molotov spizza l’insegna a caccia della stella a cinque punte. Il Dottore gli legge nel pensiero: “L’hanno levata. Dava troppo nell’occhio.”
La storia di questo posto, dopo quasi dieci anni, è leggenda.
In dirigenza la conoscono tutti, agli operativi di rango basso è preclusa. Una specie di dono d’iniziazione.
È qui che è nato tutto.
Il 12 aprile 1969, i compagni Gino e Mario – al secolo Francesco Cortellesi e Patrizio Ghini – insieme a un manipolo di valorosi, sognatori e derelitti, a otto mesi esatti dallo scoppio della bomba di piazza Fontana, fondano le Brigate Rosse.
Gino legge Marcelo De Andrade a voce alta, prefigura la guerriglia. Gli intrecci d’asfalto delle strade di tutto lo Stivale saranno la giungla dei nuovi rivoluzionari: “La lotta armata è via principale della lotta di classe. La città è il cuore del sistema, il centro organizzativo dello sfruttamento economico e politico. Deve diventare per l’avversario un terreno infido: ogni gesto può essere controllato, ogni arbitrio denunciato. La lunga marcia nella metropoli deve cominciare oggi e qui.”
Alla fine della riunione il gruppo è galvanizzato, smania per entrare in azione.
Mario azzoppa gli entusiasmi: manca qualcosa.
Il simbolo, la bandiera, il gonfalone della rivoluzione.
Le ore che seguono sono di scontro feroce. I compagni esigono falci e martelli, Gino e Mario lamentano la mollezza del Partito comunista. Per un’ora almeno si parla del muso di Stalin, di quello di Trotsky.
Si beve vino rosso. Si mangia solo focaccia al pesto.
Il vino obnubila le menti, qualcuno tira fuori uno spino e per poco Gino non lo crocifigge: “Siamo soldati, cazzo!”
Mario, alla finestra sbircia il sole pucciarsi nel mare freddo di primavera.
Fa buio presto, alle cinque imbrunisce già. Si sporge per fumare, scorge l’insegna, ha l’illuminazione.
Ritorna nella stanza, pesta un piede in terra: silenzio di colpo.
Alla parete, il gesso nero nella destra, il mozzicone che fuma ancora nella mancina.
Disegna il cerchio e poi la stella. La B a sinistra, la R a destra.
È la prima volta.
Lo stesso marchio verrà vergato così tante volte negli anni a venire.
Su tanti, troppi muri.
Spesso accanto a pozze di sangue e strisciate di gesso bianco.
Nessuno fiata, per un minuto intero.
Poi qualcuno applaude, alza il calice.
Di sotto, il proprietario assonnato avverte entusiasmo. Pensa a quei giovinastri capelloni che pagano in anticipo.
Pensa che bello, aver vent’anni e niente per la testa.
Non sa niente, il bottegaio, non intravede l’orrore.
Non prefigura il futuro di sangue.
Ignora, ottuso.
Ironia della sorte, l’albergo è di proprietà ecclesiastica. I tesori di santa madre Chiesa generano mostri. Scrigni dorati colmi di serpi velenose.
La stella, scelta da Mario come simbolo della rivoluzione armata, è in realtà Maria Vergine.
Stella maris, la Madonna dei naviganti.
Nessuno, dopo, ha più messo piede nell’albergo.
Troppo rischioso.
L’ottuso proprietario non ha mai saputo della riunione. La prudenza è tutto.
Il Movimento vive all’oscuro.
Il pentacolo, sulla facciata, il proprietario l’ha levato dopo l’omicidio di Genova. Più di una volta si è trovato dei vaffanculo scritti a bomboletta nera.
Non pensa di certo ai capelloni di quasi dieci anni fa.
A dirla tutta, il bottegaio ottuso non ricorda.
Ignora, non sa. Non potrebbe sapere.
Osserva Molotov e il Dottore alla reception: professionisti in doppiopetto. Viaggio d’affari.
Probabilmente rappresentanti.
I due firmano il registro.
Cognomi banali, documenti in ordine.
L’ottuso bottegaio galleggia, ancora, nella benedetta insipienza di dieci anni fa.
Al piano superiore i Comandanti aspettano.
Hanno scelto loro il luogo dell’ultima riunione.
Ancora una volta, ogni cosa ha inizio qui.

****

I comandanti hanno facce comuni. Come tutti, del resto.
La guerra degli eroi, dei paladini, dei principi in calzamaglia, è roba da libri.
Da perditempo.
La guerra si fa col coraggio e l’incoscienza.
Con la determinazione.
Non serve il bel faccino, o il vestito buono.
Specie se è guerra d’infiltrazione.
Specie se è guerra segreta.
Nella stanza tutti, Comandanti compresi, hanno indosso giacca e camicia. Poche cravatte.
Un solo dolcevita. Ma è Livia, e col tailleur si sente a disagio.
Ad ogni modo, anche lei filo di perle e tacco basso.
Non si dà nell’occhio, specie in un momento come questo.
All’inizio, quasi dieci anni fa, i comandanti non esistevano.
C’erano solo Gino, Mario e una ventina di ragazzi con le palle.
I primi ferri, eredità partigiana, dissotterrati dopo trent’anni.
Tenuti in ordine, facevano ancora il loro dovere.
La cosa partì piano, col volantinaggio, i tazebao, le prime azioni dimostrative.
Poi vennero le colonne. Una in ogni città.
E poi ancora vennero le pistolettate, le gambizzazioni. Ogni colonna aveva il bisogno fisico di battezzarsi nel sangue e nel piombo.
Nel ’75 tutti volevano sparare. Poi la brutta storia del sequestro Uncino.
Il carabiniere sull’asfalto, insieme a uno dei compagni.
Il punto di non ritorno.
Ammazzare per la Causa. Fare il salto.
Guerra vera.
Qualcuno non ebbe abbastanza stomaco. Qualcun altro ebbe la vocazione.
Saltare il fosso, fare sul serio.
La struttura si riorganizzò, divenne più profonda.
Gerarchie militari dettagliate, disciplina ferrea, addestramento sul campo.
Guerriglia.
Maestri d’armi e maestri d’intelligence.
Procedure. Specializzazione.
La subordinazione venne da sé, in guerra non servono i fanti e gli ufficiali.
Servono Comandanti.
Le dirigenze di colonna erano nervose, insufficienti: uterine, a volte.
Il grande sogno della parità, la deviazione sovietica.
Errata, fuori scala, pericolosa.
Le donne appesantivano la struttura, la rendevano vulnerabile, squilibrata.
Nel maggio 1977, la decisione: serve centralità, occorre equilibrio.
Determinazione.
I Comandanti, scelti tra i combattenti migliori, tra i migliori strateghi.
La quintessenza dell’ufficiale guerriero.
Alcune dirigenze non furono d’accordo: importò poco.
La democrazia non esisteva più da un pezzo.
Le guerre non si vincono senza comandanti.
La nuova reggenza produsse i suoi frutti.
L’esercito rimase unito, continuò a colpire.
E ora era pronto ad affondare il pugnale nel cuore marcio dello Stato.
I Comandanti sono giusti e inflessibili.
E adesso se stanno impettiti di fronte a Molotov: l’uomo nuovo, soldato da sempre.
Il perfetto traditore.
Una sola domanda: “Il presidente del Consiglio Argento?”
Una risposta sola: “Argento.”
Quello che segue è un dialogo operativo: pura mercanzia balistica, chincaglieria organizzativa.
Non occorre tenerne memoria.
Occorre solo ricordare che l’orrore germina qui.
E niente sarà più come prima.

Pubblicato Giugno 4, 2009 04:05 AM | TrackBack

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