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Se il nocciolo della questione riguarda dunque in primo luogo la qualità dell'opera messa in pericolo dalle logiche di mercato, come è emerso in un dibattito-fiume sul blog di Loredana Lipperini [in apparenza caotico, ma seguibile e decifrabile nella versione in pdf], dispiace ammettere che su questo punto il documentario non ci dice granché...

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dell'Assemblea contro il carcere e la repressione [Ci eravamo già occupati di alcuni dei "brigatisti potenziali" arrestati il 10 giugno...

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[Si è aperto il 28 maggio e si chiuderà il 6 giugno il Festival Sociale delle Culture Antifasciste di Bologna,...

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Una "circolare riservata" impone divieti alla libertà di espressione degli insegnanti dell'Emiia-Romagna. I panni sporchi si devono lavare in famiglia?

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di Marilù Oliva Licia Giaquinto, nata e cresciuta in Irpinia, ha scritto il suo quarto romanzo, “La ianara” (Adelphi, 2010,...

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Intervista di Tito Pulsinelli ad Attilio Folliero [Attilio Folliero è un politologo, scrittore, poeta italiano residente a Caracas, Venezuela. Maggiori...

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di Alberto Prunetti [Pubblico in un solo post le parti conclusive della versione sintetica di Amianto. L'opera integrale sarà presto...

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della Redazione di Carmilla
dallago3.jpg Eroi di carta, un libro contro Gomorra e il suo autore: vi spieghiamo perché è meglio leggere un poliziesco (come diceva Brecht).

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La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall'Afghanistan. Che poderoso libro, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c'è da dire, non una necessaria parola di meno, non un'inutile parola in più. Buona lettura. Red.

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di Giuseppe Genna Amico personale di Meucci, Morse e Bell. Confidente di Ramsete III. Grande estimatore del brodo primordiale (la...

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La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.

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di Fiorenzo Albani Faccio seguito al pezzo di Valerio Evangelisti Una "sovversiva" che non muore: Mamma Jones per scusarmi pubblicamente...

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Com'è profondo il mare

di Mauro Gervasini

MoanaPozzi.jpgCome si diventa icone della cultura popolare? Vivendo scandalosamente e bruciando a doppia velocità. Come Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison... Oppure Marilyn, che a lei piaceva tanto... Ma no, forse Moana (nome autentico: in polinesiano significa «dove è più profondo il mare») era soprattutto una rockstar, anche se il suo unico eccesso era nell’amore. Con un modo tutto suo, perché scandalizzava soprattutto per la professionalità, la preparazione, la sua voglia di essere attrice attraverso il corpo ma non solo per il corpo. Distante dagli altri cliché delle porno-interpreti di quegli anni ruggenti e rampanti, gli “eighties”, così lontani eppure vicinissimi, anche oggi.

Lei a modo suo li aveva riempiti con una presenza mai ingombrante, mai volgare eppure senza un briciolo di quello che comunemente (e moralisticamente) si chiama “senso del pudore”. Diversa soprattutto da Cicciolina, amica e rivale che poi l’accusò di copiarla o di avere vissuto di rendita a sua immagine e somiglianza. Niente di più falso: Ilona Staller era la pornostar dei sogni bagnati di una generazione assuefatta al virtuale, la si vedeva sempre in flou, la si associava a contesti bianchissimi, quasi asettici, profumati di bolle di sapone come in lunghi spot al ralenti. Moana no. Lei bucava/bruciava lo schermo ed era quasi tattile, era tanta ed era nostra, era carne e non sogno. Lo capì Federico Fellini, che la chiamava «la mia Moanina», e che a Marcello Mastroianni fa dire, quando la vede al solito generosa in Ginger & Fred, «Chiappa tonda, fava gioconda!».
Era nostra perché bellezza non impossibile, popolana nonostante i modi eleganti e una raffinatezza a volte ostentata, a volte non del tutto naturale, tipica delle persone che vorrebbero apparire l’esatto contrario non di ciò che sono ma di ciò che tu pensi che siano. La sua carriera è un film aperto.
Di lei si sa tutto dalla viva voce, diventata testimonianza nel suo libro, ormai di culto, La filosofia di Moana, del 1991. Verbo in seguito rielaborato e rimontato stile Blob, con rispetto profondo, in Moana di Marco Giusti (Mondadori, 2004). Racconti e testimonianze degli altri - chi vedeva in lei una diva e chi una puttana (questi ultimi, almeno pubblicamente, furono però una minoranza) - liste di amanti, con i voti ai più focosi, i nomi e i cognomi dei potenti, degli attori, dei calciatori che passarono dal suo letto una notte o più. Opinioni che di lei aveva l’uomo della strada, di solito adorante se suo spettatore, e a volte quelle della “donna della strada”.
Da quest’ultima molto odiata e molto amata, Moana. Perché vista come icona di cui essere gelose oppure come “mercante” del proprio corpo e quindi, per estensione simbolica, del corpo di ogni donna, secondo quell’ottica femminista che lei non condivideva. Moana, come è noto, faceva quello che faceva per scelta. O meglio, semplicemente, perché le piaceva farlo; e questo, più del resto, creava scandalo. Non la costringeva nessuno a fare l’amore davanti a una cinepresa, e ogni volta con un uomo diverso. E mai, neppure alla fine, quando una morte precoce e cattiva stava per portarsela via, si fece complice dei media che la descrivevano come in cerca di redenzione. La nuova Maddalena.
Fu, invece, Moana fino all’ultimo. Che non vuole dire a una sola dimensione, bella o brutta, piacevole o disgustosa che sia. Anche chi prosegue adesso il processo di santificazione dovrebbe arrendersi all’evidenza della sua umanità. Si è voluto a tutti i costi scavare oltre la maschera, andare dietro il personaggio, e ci si è trovati di fronte a una persona che lontano dai set a luci rosse ostentava una sicurezza di sé a tratti sospetta. Come se a fare la pornostar intellettuale che sul comodino tiene De Sade e riflette a voce alta sul concetto di volontà in Nietzsche, “ci facesse”. E per dimostrare agli altri di essere sempre naturale, spontanea e pronta, senza accorgersene tornava a recitare.
Moana fragile, anche. In amore, per esempio. E chissà che proprio questa fragilità, alla fine del suo percorso svelata con la solita morbosità dai giornalisti (specie se televisivi), non l’abbia riavvicinata al pubblico femminile. Che per strada la fermava e le chiedeva l’autografo, facendole i complimenti per la sua... libertà.

Pubblicato Maggio 29, 2009 02:33 AM | TrackBack

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