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Oblique visioni (dall'estrema sinistra) 2

di Dziga Cacace

ov2-1.jpg19-Il vecchio e il nuovo di Sergej M. Ejzenštejn, URSS 1929

Il buon vecchio Sergej non tradisce mai: da accanito collezionista, recupero l’ultimo orgasmico Ejzenštejn che mi mancava (a meno che Fuori Orario non mi regali, prima o poi, Il diario di Glumov, i primi due minuti girati dal Maestro di Riga, o il fotofilm de Il prato di Bezin, chissà). Avevo letto della particolare lettura erotica che S.M.E. faceva della rivoluzione, ma non credevo che si spingesse fino a tal punto: la rivoluzione è veramente un orgasmo e il modo per dirlo non è per niente metaforico. Marfa è una contadina spiantata: la costituzione di un kolkhoz le permette, assieme ad altri poveri braccianti, di contrastare l’egoistico strapotere dei kulaki; solo la collettivizzazione delle terre e la meccanizzazione dei procedimenti di coltivazione e allevamento possono consentire l’intensivo e redditizio sfruttamento delle terre. Il particolare messaggio (che diede adito a censure molto pesanti, in un momento in cui l’industrializzazione pesante era il vero obiettivo del regime sovietico, e che costrinse al forzato finale in cui mondo contadino e operaio si abbracciano) è narrato con partecipazione ed entusiasmo, spingendo la metafora sessuale a livelli imbarazzanti, al punto che non escluderei che i tanti problemi di visibilità che il film ha avuto possano risalire anche alla pruderie dello stato sovietico: la scena in cui viene dimostrata a Marfa e compagni la validità della scrematrice meccanica mostra una serie di sottintesi sessuali mica tanto occulti; sarò io fissato, ma gli ugelli della scrematrice che eiaculano la panna sul viso dell’estatica contadina, cosa sono se non un cumshot rivoluzionario?

E che dire della straordinaria sequenza della monta del toro? L’eccitazione che precede la trombata vaccina è costruita con un montaggio contrappuntistico che ci mostra il toro fremente e la vacca che sembra quasi preoccupata nell’attesa del caricatissimo partner. Le sequenze divengono man mano accelerate, fino a che il toro non zompa letteralmente addosso alla compagna, e qui, desiderio per troppo tempo represso, eiaculatio praecox, problemi personali del toro, vai a sapere, PAM!, immediato orgasmo sottolineato da un montaggio fulmineo che ci mostra eruzioni, straripamenti e maremoti. Risparmiandoci una visione della mucca soddisfatta e con sigaretta in bocca (che avrebbe consegnato Ejzenštejn anche alla storia del cinema demenziale), il Maestro salta decisamente alle conclusioni: una bella stalla zeppa di vitelli. E la sequenza in cui il contadino, nel tentativo di ripararne il motore, possiede il trattore in una varietà di posizioni che neanche il Kamasutra? Vabbeh, concludo il delirio erotico-politico. Queste sono solo alcune tra le bellissime sequenze che compongono il film: sono anche indimenticabili le stakanoviste falciature dei campi o l’acuta satira della burocrazia statale (che è valida ieri come oggi; ma in Italia, non nel paese dei bolscevichi). In generale tutto il film gode di una straordinaria fotografia, di una superba ricerca compositiva nell’inquadratura e di un montaggio più misurato rispetto a Ottobre, ma anche più compiuto e giustificato. Capolavoro, che s’inserisce di diritto nella mia Top Ten. (Vhs; 16/2/97)

20-Divorzio all’italiana di Pietro Germi, Italia 1961

Visto innumerevoli volte, lo rivedo per forza (Francesca non avrebbe minimamente tollerato l’assunzione di Rashomon, che ho visto poco dopo in sua dormiente compagnia), ma con consueto piacere. Sinceramente lo ricordavo ancora più divertente e dotato di maggiore ritmo, ma non escludo che le reiterate visioni mi abbiano ormai saturato. Comunque si sghignazza di gusto, di pancia e di testa. La rappresentazione della Sicilia è pungente, senza scadere nella caricatura fine a se stessa, e la sceneggiatura è scritta molto bene, specialmente per gli interessanti espedienti narrativi (Don Fefè Cefalù che s’immagina la stentorea voce dell’avvocato che lo difenderà nel processo per il delitto d’onore che va progettando). Bravissimi gli interpreti: l’indolente Mastroianni, il pavido Leopoldo Trieste, la baffuta e giuliva Daniela Rocca, l’imbronciata e galattica Stefania Sandrelli. (Vhs;16/2/97)

21-Rashomon di Akira Kurosawa, Giappone 1950

Visto per la prima volta dodici anni fa, all’interno di un bellissimo ciclo della Rai in onda al sabato sera, ne avevo un ricordo sfuocato e vago. La trama non ho voglia di raccontarvela, tanto più che è universalmente nota, al punto da trovare l’espressione “Rashomon” nei più disparati campi disciplinari, ogni volta che una situazione viene raccontata diversamente da vari testimoni. L’idea è assolutamente notevole e, alla riuscita del soggetto, concorrono le prove recitative degli attori (anche se Mifune recita in maniera un po’ troppo stilizzata), l’inquietante atmosfera (grazie all’insistente musica e alla bella fotografia della vegetazione) e i notevoli movimenti di camera, specialmente i velocissimi carrelli che seguono i personaggi all’interno della foresta. Come ricordavo, bello. (Vhs; 16/2/97)

22-Malice - Il sospetto di Un Mentecatto, USA 1993

Una terapeutica gollata di merda, giusto per non dover, come sempre, scrivere un’entusiastica recensione sull’ennesimo capolavoro di turno. Canale 5 mi fornisce l’occasione di scoppiarmi questa schifezza thrilling, prevedibile come la futura permanenza in B del Genoa. Dal momento che si tratta di una porcata di cui sconsiglio la visione, mi permetto di raccontarvelo sino al finale. Bill Pullman interpreta un paterno direttore di college che deve fronteggiare un’improvvisa serie di violenze alle sue studentesse. Contemporaneamente, necessitando di soldi, divide la casa, avversato dalla moglie (la bella e scontrosa Kidman), con un gaudente e inespressivo chirurgo (Baldwin; dei tre fratelli è quello che si tromba la Basinger). La Kidman ha forti dolori al ventre: abortisce e Baldwin, dietro incerta approvazione di Pullman, le asporta le ovaie che paiono necrotizzate. Segue processo e risarcimento assicurativo nell’ordine dei trenta miliardi, giacché le ovaie erano sane. A questo punto la Kidman molla Pulman e scompare con il bottino. E secondo voi con chi poteva essere d’accordo? Ma con il chirurgo, no! La vicenda del maniaco si risolve e consente a Pullman di appurare che lui è sterile, dal momento che è costretto - perché indiziato - a farsi una sega per discolparsi. Dunque la moglie lo tradiva: ma va’! Finale credibile come Andreotti in Commissione Stragi e concitato come una partita a shangai: la Kidman provoca, con due pallottole, una mortale ulcera perforante a Baldwin e poi casca a pesce nel tranello del marito, che la smaschera e la consegna alla giustizia. Scarsi gli attori, inesistente la regia, assenti ritmo e trama. Solitamente il bieco prodotto medio yankee presenta, se non altro, un apparato tecnico decente; qui è tutto talmente raffazzonato che dispiace seriamente vedere due grandi attori come la Bancroft e George C. Scott coinvolti in questo irritante sfacelo. Zero. (Diretta TV; 17/2/97)

23-Estate di Kristian Patri, Svezia 1995

La rassegna del Lumière si avvia a conclusione. Purtroppo ho perso quello che è stato unanimemente considerato il miglior film del ciclo, ma la nazionale italiana di calcio era (a ragione) assolutamente imperdibile: una bella pappina agli squallidi albionici e Pensione Oskar lo vedrò un’altra volta. In ogni caso stasera è toccato a un interessante dramma: una coppia di giovani sposi perde uno dei due figli in un pomeriggio di tarda estate. La tragedia intacca seriamente il loro rapporto affettivo e la loro sessualità. Giunti a una consensuale separazione, passeranno attraverso altre esperienze sentimentali (e fisiche) per poi, lei incinta, ritrovarsi e capirsi. Drammatico e asciutto, ben recitato e girato e, al solito, fotografato in maniera impeccabile (anche se il rischio del compiacimento estetizzante qualche volta affiora), Estate riesce a raccontare in modo credibile come la perdita di un figlio inneschi complessi di colpa di difficile gestione e comprensione e affronta, senza scadimenti, anche il tema della sessualità. Proprio allegro allegro, no; però interessante. (Cineclub Lumière; 18/2/97)

24-Il giurato di Un Cane, USA 1996

Grazie a Dio non sono pagato per vedere film, dal momento che ritengo cosa giusta e valde bona interromperne la visione allorché sopraggiungano insofferenze etico-morali che ne impediscano una corretta fruizione (e di conseguenza una coerente analisi recensoria). In altre parole, confesso: ho mollato questa incommensurabile porcata chiamata Il giurato dopo due terzi di visione, senza alcuna remora o ripensamento e rivendico il diritto a farlo perché è matematicamente impossibile che un simile disastro possa risollevarsi nel finale o che una regia talmente ottusa possa tirare fuori dal cappello qualche trovata. Prima della visione ho avuto una bella lite con mio padre che si ostina a portare a casa questi insulsi prodotti: m’è bastato leggere i nomi degli attori, intuire il prevedibile legal-thriller e decidere che era una schifezza. Ne ero sicuro e un’ora e rotti di visione hanno confermato in pieno le mie ipotesi. A questo punto ero stufo di congratularmi con me stesso per il perspicace intuito e ho deciso che non valeva la pena di arrivare sino in fondo. Taccio sulla trama scontata, irritante e poco credibile; voglio però richiamare l’attenzione su due dei più odiosi attori che lo star system hollywoodiano sia riuscito a produrre (rendendoli, a spese di tanti lobotomizzati, oscenamente ricchi). Baldwin, non portando il cappello, ha una sola espressione: quella del coglione patentato (con una sfumatura di imbecille cattiveria, va ammesso). Demi Moore, invece, non solo è una bestia di rara qualità, è anche visivamente insopportabile: ha una faccia da stronza presuntuosa (ed è chiaro, dal portamento e dalla ricca gamma di chiaroscuri espressivi, che non è altro che una bifolca bovara, prodotto del più sottosviluppato midwest americano) e, sfatiamo un mito imposto dai mass-media, è pure brutta: è tozza e muscolosa (e quindi sexy) come un bull dog rabbioso. Dio stramaledica gli americani per questi orrendi film fatti con lo stampino, corredati dalle solite due inespressive star di turno e senza una minima idea, un infinitesimale sforzo, un impercettibile tentativo per dare motivo allo spettatore di arrivare a fine visione. Vaffanculo, va’.(Vhs; 20/2/97)

ov2-2.jpg25-La febbre dell’oro di Charlie Chaplin, USA 1925

Visto nella notte dei tempi, lo ricordavo esclusivamente nei brani che solitamente vengono riproposti ogni qual volta si voglia ricordare il genio umoristico di Chaplin: la cena con la scarpa, la danza dei panini o la casetta in bilico sul precipizio. Ci sono anche momenti morti, ma il film scorre piacevolmente regalando molte altre perle di comicità. Molto carino, ma va visto azzerando il volume, perché il didascalico commento sonoro aggiunto da Chaplin nel 1942 mette veramente anguscia. (Vhs; 21/2/97)

26/27-Giorno di paga e Il pellegrino di Charlie Chaplin, USA 1922 e 1923

Recensione cumulativa per gli ultimi due cortometraggi di Chaplin: l’affrancamento dal personaggio di Charlot inizia a essere evidente ma la formula narrativa è ancora lontana dalla compiutezza delle opere a venire. Giorno di paga consiste in due bobine che raccontano una giornata nella vita di un simil-Charlot, borghese e non più vagabondo. Dopo le esilaranti sequenze che illustrano la vita di cantiere (grazie a un intelligente utilizzo di scene montate al contrario), Chaplin torna a casa e deve consegnare i soldi guadagnati a una tirannica moglie. Ma riesce a occultarne una parte, cosa che gli consentirà, in serata, un’omerica bevuta al ritorno della quale dovrà affrontare di nuovo la temuta compagna. Esile e breve, a tratti molto divertente, a tratti insofferentemente misogino, è sostanzialmente una comica senza altra ambizione narrativa che sfruttare due o tre gag. Il pellegrino presenta invece una costruzione un po’ più strutturata: Chaplin evade dal carcere e, vestito di abito talare, fugge in Texas, arrivando in un paesino di frontiera dove è atteso il nuovo reverendo. Chiaramente il suo arrivo provoca una catena d’equivoci. Gli spunti sono ben gestiti e il film risulta divertente (con una punta di autentica goduria nelle scene in cui un pestifero bambino ne combina di tutti i colori con un’appiccicosissima carta moschicida), con qualche caustica osservazione (la satira della messa) e un finale parzialmente lieto. Tutto sommato due film, per motivi diversi, interessanti. (Vhs; 21/2/97)

28-Killer-Diario di un assassino di Tim Metcalfe, USA 1995

Prodotto da Oliver Stone, Killer presenta i difetti e i pregi che abitualmente caratterizzano le opere del controverso regista americano: accorate e condivisibili denunce in una veste cinematografica che, però, concede scarso spazio all’approfondimento e diventa perlopiù spettacolarmente banale. Killer, film d’esordio per Metcalfe - già sceneggiatore di Kalifornia - sfrutta al meglio le grandi capacità interpretative di James Woods e risulta un film abbastanza sopportabile. Però, diciamocelo: O.K. la denuncia, la pietà e l’orrore, ma c’è ancora bisogno del carceriere buono e idealista (l’attore che ne L’attimo fuggente decideva, di punto in bianco, di fare l’attore e poi, assolutamente incongruentemente, si suicidava) e di quello efferato e crudele? È così difficile provare a uscire dai cliché che il pubblico accetta supinamente? Stone ha costruito il successo di alcuni suoi film proprio sull’ambiguità (Talk Radio, Salvador etc.): non poteva tirare uno scappellotto a questo mestierante che sin dall’esordio si dimostra piatto e ottuso? Ma non tutto è così scontato e semplicistico: per fortuna c’è una parte centrale in cui, Woods narrante, ripercorriamo la sua carriera criminale, vedendo come la società abbia creato questo mostro sanguinario. Finalmente un po’ di ritmo e qualche idea, sennonché la Hilda mi annuncia sibillina che siamo ai limiti del plagio: il film scopiazzato non lo conosco e lei non vuole dirmelo. Boh, mistero. (Cineclub Lumière; 23/2/97)

29-Tempi moderni di Charlie Chaplin, USA 1936

Satira feroce dell’industrializzazione e dei ritmi connessi al lavoro in fabbrica, Tempi moderni rifiuta una rigorosa presa di posizione ideologica: l’angoscia per il moderno modo di vivere (si confronti l’idea del traffico e delle convulsioni urbane che ha Chaplin con quella, esaltata ed esaltatrice, delle avanguardie europee) non trova una collocazione politica precisa, fatto che ha dato adito alle più svariate interpretazioni. L’infernale meccanicità dei gesti connessi al lavoro in catena di montaggio fornisce materiale per alcune delle migliori gag della storia del cinema e, in fondo, anche la scena in cui Chaplin si trova a capeggiare una manifestazione ha più una funzione comica che politica. “Ma che cacchio stai a di’?” O.K.; sono cose risapute e qui, tra l’altro, sono esposte male, ma... Innanzi tutto Tempi moderni non è solo un film sulla società meccanizzata, come il vasto apparato critico potrebbe far credere, dal momento che si citano sempre le immortali scene di Chaplin prigioniero degli ingranaggi o imboccato da un infernale robot. Tempi moderni offre molti altri spunti, specialmente per riflettere sulla consistenza politica del messaggio chapliniano. Adoro Chaplin, ma è un reazionario (“L’ha detto! L’ha detto!”). E sí, dài! Quella che si considera una brillante denuncia (gli operai che entrano in fabbrica come delle pecore) potrebbe anche essere letta in un altro modo: se fosse un’accusa? Cari operai, siete delle pecore che vanno docilmente al macello! Il suo personaggio, no. Lui è sempre solo, contro tutti, in un individualismo vitalistico e antisociale, tanto da preferire restare in carcere, schiavo dello Stato piuttosto che della Società, dove anche gli oppressi gli impediscono di lavorare (Chaplin è un crumiro!) e di soddisfare tutti i suoi desideri piccolo-borghesi (la casetta, la mogliettina che gli prepara da mangiare, la mucca pronta da mungere - o, se preferite, la moglie da mungere e la mucca che gli dà da mangiare). Dette tutte queste cacchiate (originali però, no?) e, rendendomi conto che non sono meno reazionario, settanta anni dopo, del signor Chaplin, concludo: il film è politicamente ambiguo, ma se non vi fate seghe mentali come il sottoscritto, allora godrete gastricamente come poche volte accade. (Vhs; 24/2/97).

30-I disperati di Sandor di Miklos Jancsò, Ungheria 1964

Sul finire del secolo scorso la borghesia ungherese conosce un periodo di relativa prosperità. L’industrializzazione del paese porta però a galla il risentimento degli strati più poveri della popolazione che, sconfitti nel ‘48 ed emarginati dal progresso economico, sono colpiti da carestie e povertà. I moti di rivolta contadina, guidati dalla figura assurta a statura mitologica del ribelle Sandor, sconvolgono le campagne e l’esercito procede a una repressione durissima. Questo è l’antefatto: la narrazione si concentra su un gruppo di prigionieri rinchiusi in un fortino, dove sono sottoposti a un lento e degradante annichilimento. La strategia dei militari è chiara e subdola: promettendo illusori sconti di pena invitano alla delazione, per scoprire quanti erano delinquenti comuni e quanti realmente arruolati tra i “disperati di Sandor”. Lo stile del regista, meno radicale che ne L’armata a cavallo, descrive asetticamente il brutale rapporto vittima/carnefice che va costruendosi: ogni patetismo classico (ritmo, musiche, scene strazianti) è tralasciato in nome di una moralissima visione cinematografica che, se non porta a un’immediata indignazione di pancia, sicuramente scatena una grande commozione cerebrale (m’è venuta pessima, lo so). Se, come già detto, siamo lontani dal virtuosistico formalismo del film che Jancsò girerà in seguito, non mancano comunque lunghi piano-sequenza, è assente un commento musicale e, pacchia per i doppiatori, i dialoghi sono scarni ed essenziali. “Sounds like torture!” dirà qualcuno, e in effetti non mi sembra un film per tutti. Ma a me è piaciuto molto; finalmente, vedo con chiarezza la potenza che L’armata a cavallo m’aveva suggerito. (Vhs; 24/2/97)

ov2-3.jpg31-L’arpa birmana di Kon Ichikawa, Giappone 1956

Aaah! Pari! Eh sí, mi rodeva alquanto che Pier avesse visto questo film e a me mancasse ancora. Sono un bambino ma, signori miei, bisogna difendersi. E comunque il film è veramente bello. Un po’ come per la Corazzata Potëmkin, quando si vuole citare una cosa misteriosa e pallosissima si cita subito L’arpa birmana. Boh, sarà lo strumento musicale, l’aggettivazione esotica, chissà, ma questo titolo evoca un film lento e solenne, assolutamente soporifero... e invece, chiaramente no! Siamo in Birmania e la disfatta dell’esercito giapponese è totale: al momento della resa un soldato abbandona i suoi compagni e rinuncia a tornare in patria per dedicarsi, fattosi monaco buddista, alla sepoltura dei tanti compagni rimasti sui campi di battaglia (in Birmania non si seppelliscono i nemici vinti). Attraversato da una musica dolce e insinuante, aiutato da una composta recitazione e da sobri movimenti di macchina (specialmente nelle belle scene ambientate nella foresta), L’arpa birmana è una commossa e toccante condanna della brutalità della guerra. Certo, a fianco della intelligente neutralità del regista (in guerra non ci sono né buoni né cattivi), si trovano alcune piccole ingenuità (il gruppo che si muove molto teatralmente, le forze coloniali inglesi con le facce truccate col nerofumo, l’arpa che si sente a centinaia di metri di distanza, manco fosse una chitarra dei Metallica) che però non mi hanno irritato minimamente. Un po’ datato, ma bello. (Vhs; 25/2/97)

32-Arriva la bufera di Daniele Luchetti, Italia 1992

Dopo il clamoroso successo de Il portaborse, Luchetti costruisce un altro ritratto della nostra Italia furba e ladrona e ancora una volta viene sorpassato dalla realtà dei fatti: il film uscì in piena inchiesta Mani Pulite e, piuttosto che riceverne un vantaggio, risultò, nella sua vena autenticamente surreale, assolutamente fuori luogo. Il film è sicuramente irrisolto; i temi messi sul piatto hanno solamente una funzione “ambientale” e, a differenza che ne Il portaborse, non vengono minimamente affrontati in chiave di denuncia. Il malinconico giudice Fortezza (Abatantuono) viene spedito in un paesello del Sud dove c’è un intricato rapporto di malaffare tra un potentato locale, che si occupa di raccolta di rifiuti, e la giustizia. In un clima allucinato, prima impedirà il matrimonio tra una ricca ereditiera (la Buy) e un faccendiere (Orlando) poi, dopo una serie di traversie, ne aiuterà le fuga d’amore. La trama è molto squilibrata ma, nonostante gli evidenti difetti, il film mi ha intrigato: alcune sequenze sono molto belle (la sposa che va al matrimonio tra i piatti rotti dei paesani potrebbe essere di Kusturica, l’esplosione finale che ricopre il paese di rumenta è un originale omaggio all’Antonioni di Zabriskie Point) e in generale il clima scanzonato e surreale che pervade il racconto è piacevole. Sono bravi gli attori e a un Orlando in piena forma si contrappone un Abatantuono per una volta non afflitto dal solito birignao milanese e dalle facili battute. Un filmetto, ma me lo sono goduto assai. (Vhs; 25/2/97)

33/34-La fonte della gioia di Richard Hobert e Brava gente di Stefan Jarl, Svezia 1993 e 1990

La rassegna del Lumière giunge al termine con un doppio spettacolo abbastanza interessante. La fonte della gioia parte in modo spensierato: un anziano signore accompagna la giuliva moglie e uno starnazzante gruppo di amiche all’aeroporto e le vede partire... aaah! Finalmente una commedia: gli svedesi sanno anche ridere! Dissolvenza incrociata: dal terminal dell’aeroporto, da cui l’allegra compagnia era partita, arriva una scatola di polistirolo con sopra, stampigliata, un’eloquente croce. Ecco la classica mazzata svedese (prima o poi, formalizzerò in maniera più rigorosa la definizione; trattasi comunque di accadimento tragico che, improvvisamente, muta il registro del film e vi consegna a un’immensa prostrazione), l’attesa della quale trasforma ogni film del civilissimo paese in questione in un thrilling in cui non fai che ripeterti che “non può finire bene, adesso accade una disgrazia, adesso lei ha un ictus, adesso il bimbo va sotto un tir, adesso etc.”. Mazzata svedese dicevo, e il film, senza diventare propriamente drammatico, rimane una commedia attraversato da un velo di malinconia: la sepoltura dell’urna funeraria contenente la consorte è motivo di riavvicinamento tra l’anziano signore e il figlio (un improbabile hippy, rocker cacirro da feste di paese), attraverso l’affettuosa mediazione di Catti, la sua ragazza. Il road movie “folk” si dipana attraverso l’estate svedese e si conclude nella casa di campagna dove il padre vuole seppellire le ceneri della moglie sotto un albero. Inavvertitamente Catti mette in opera il cosiddetto funerale vichingo, liberando le ceneri in un ruscello (cosa che in Io, Beau Geste e la legione straniera, essendo il film ambientato in pieno deserto, veniva risolta più prosaicamente gettando le ceneri in un cesso), ma, nel buonismo generale, si conclude che è meglio così, con la madre poeticamente ancora in viaggio. Un po’ semplicistico, ha comunque qualche gradevole idea e si fa vedere con piacere. Molto meglio, però, il secondo film, dove si narra di Viggo, un bel bimbo biondo che, diffidando del mondo degli adulti, si rifugia in un mondo tutto suo. Lo spunto è dato dalla cattura di un falchetto malato: Viggo, insieme a un amico, se ne prende cura facendolo diventare l’unico suo motivo d’attenzione. Per il bimbo il mondo degli adulti è distante e squallido, indifferente (la maestra) e cattivo (l’uccisione di Palme, i teppistelli che lo insidiano) e il padre (un triste disilluso benzinaio), per quanto gli sia legato da un rapporto intenso e tenero, non riesce a capire la sua estraneità dagli amici e dalla scuola. Una volta guarito il falchetto, Viggo lo libera, tornando, cresciuto e non rassegnato, alla vita abituale. Toccante e non compiaciuto, nonostante qualche simbolismo un po’ facile, Goda människor racconta con equilibrio il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, con una veste formale sobria ma allo stesso tempo raffinata (la bella fotografia). Insomma, bello, come del resto quasi tutti gli altri film della rassegna. Grazie Lumière, ma ora un po’ di cinema sovietico, dài. (Cineclub Lumière; 26/2/97)

35-Heat - La sfida di Michael Mann, USA 1995

Dalla professionale e sicura mano di Mann, un film discreto che sa essere commerciale senza rinunciare ottusamente a un buon lavoro di regia; Mann sa girare e, senza scadere nel virtuosismo fine a se stesso, sforna un prodotto abbastanza godibile. L’imponente battage pubblicitario che ha accompagnato il film sottolineava la sfida attoriale tra De Niro e Pacino ma, in realtà, quello che doveva essere il clou del film, il loro confronto, si riduce a due sequenze che hanno l’amaro sapore dell’anticlimax, risolte con degli insipidi campo e controcampo. Pacino, specialmente nel primo tempo, aderisce talmente alla parte da essere, a mio parere, un po’ esagerato; De Niro recita in maniera più misurata e risulta convincente in un ruolo crepuscolare e amaro. Sono comunque bravissimi e anche gli altri attori se la cavano (Van Kilmer, indimenticato eroe dell’indimenticabile Top Secret, è ingrassato come un’oca da pâté). La regia gestisce il film con ritmo, regalando buone sequenze e intelligenti location fotografate iperrealisticamente. E, tutto sommato, risolve anche bene il finale. (Vhs; 27/2/97)

36-Lulù di Georg Wilhelm Pabst, Germania 1928

La vamp fatale all’ennesima potenza: dai romanzi di Wedekind, Pabst trae la tragica vicenda di Lulù, bellissima donna attorniata da uomini allupatissimi e amata financo da una donna, cosa che sugli schermi mai era accaduta. Lulù provoca, in un crescendo melodrammatico, disperazione (e morte) in padri e figli, amici e protettori, tutti incapaci di resistere al suo proverbiale fascino, fino al tragico epilogo quando, dopo romanzesche e complicate avventure (un po’ noiose, tutto sommato), finisce a prostituirsi a Londra e ha il suo primo (e ultimo) incontro mercenario (anche se nella fattispecie rifiuta il denaro e lo fa per carenza d’amor) con il giulivo Jack lo Squartatore. Il nonno degli odierni serial killer, disorientato da cotanta disponibilità, sembra sul punto di cedere, ma poi la sua natura (come lo scorpione wellesiano) prevale e la bella dama, assetata d’amore e altro, viene accoltellata in un raptus inarrestabile. Che dire? La serata era iniziata pessimamente: il Lumière era riuscito a creare un piccolo evento portando il sommo poeta Sanguineti a discettare sul destino di questa femme fatale un po’ zoccola. Chiaramente, siccome la sfiga ci vede benissimo e prende la mira anche al buio, dalla Cineteca Nazionale è arrivata una copia de I bambini ci guardano e non della Lulù: disperazione e stridore di denti! La gran folla convenuta è stata ammansita con prossimamente vari e cine-Chiambretti, finché non è pervenuta una copia videoregistrata del film di Pabst e non si è proceduti a una videoproiezione, francamente non meno godibile (quanto a qualità dell’immagine) dello standard delle pellicole di settanta anni fa. Purtroppo l’operazione d’immagine non ha funzionato: la proiezione è iniziata con più di un’ora di ritardo e, alla fine, Sanguineti ha parlato solo per cinque minuti. Peccato: il film, anche se in certi momenti è sbrodolato e tedioso, ha momenti molto belli e Louise Brooks appaga la mia curiosità di verificare quanto il mito rispondesse a realtà. Era proprio una bella gnocca. (Cineclub Lumière; 28/2/98)

37-The Hearts of Age di Orson Welles, USA 1934

Cortissimo d’esordio per l’amatissimo Maestro di Kenosha. The Hearts of Age è un curioso e surreale esperimento in cui si citano (non si sa fino a che punto sarcasticamente) le avanguardie europee: in quattro minuti sono montate suggestioni visive, allusioni alla morte, brani in negativo e in positivo e personaggi caricaturali truccatissimi. Il tutto senza alcuna connessione logica che non sia il gusto provocatorio di Welles. Valore di rarità e notevole interesse, ma è un gioco (di un diciannovenne). (Vhs; 3/3/97)

ov2-4.jpg38-Evita di Alan Parker, USA 1996

Premessa: adoro Jesus Christ Superstar; lo ascolto dall’età di tre anni e lo conosco praticamente a memoria; ho visto il film innumerevoli volte (la prima all’Augustus nel 1979) e qualunque altra cosa di Rice e Lloyd Webber mi ha sempre istintivamente respinto, sapendo che ne sarei rimasto deluso di fronte all’assoluta magnificenza del musical dedicato alla vicenda di quel nazareno là. E invece ho passato il primo tempo di Evita a pensare che m’ero sbagliato: certo, la musica di Webber ricorre a cliché musicali ben precisi (e ripetitivi) e alcune sequenze armoniche ricordano brani di Jesus Christ Superstar, ma la freschezza degli arrangiamenti (dal rock più cacirro a maestose aperture orchestrali, sino a divagazioni etniche con tanto di tango), le belle melodie e un buon lavoro testuale mi stavano convincendo all’acquisto della colonna sonora, finché non è arrivato il secondo tempo... Mi rendo conto che fino ad adesso non ho parlato minimamente del film: innanzi tutto bisognerebbe capire quali ambiti di libertà Parker s’è scelto all’interno dell’opera e quanto abbia aderito allo script originale. La prima parte, dedicata alla trionfale ascesa di Evita, segue, quanto a invenzioni registiche e ritmo, l’ottimo contraltare musicale: Parker costruisce scene di grande vigore plastico e utilizza in modo molto espressivo (e anche se il compiacimento è evidente, chi se ne fotte) le grandi folle. Il bel montaggio e la bella fotografia di Kondhji fanno il resto. Il secondo tempo ci racconta il successo politico, la malattia, l’agonia e la morte di Evita: stavolta il copione è lento e ripetitivo. Parker si adegua a uno score musicale che ripropone, rallentandole e allungandole, le brillanti intuizioni musicali del primo tempo. Quindi, secondo tempo palloso e senza più invenzioni (o, se si vuole, solamente quella del ballo tra Banderas e Madonna, figurativamente molto bella), con una regia che diventa più soporifera della musica che deve accompagnare. Peccato. Bravi gli attori (Madonna, in un ruolo di arrampicatrice che le si attaglia perfettamente, e Banderas, tenebroso e fichissimo) e i cantanti e belle le ambientazioni che reinventano l’Argentina del dopoguerra in Ungheria. Insomma, contento a metà, ma è più il godimento per la prima parte che la seccatura per la seconda, per cui bene così. (Cineclub Lumière; 3/3/97)

39-I misteri del giardino di Compton House di Peter Greenaway, Gran Bretagna 1982

Il Lumière regala l’occasione di rivedere questo film su grande schermo. Prima della proiezione, l’asciutto Scapolla presenta con l’autore (tale Bencivenni, bravo e intelligente), il libro che la casa editrice Le Mani ha appena dedicato al regista inglese. Il simpatico editore sfodera un fenomenale “Uim Uenders” che mi lascia un po’ attonito e Claudio G. Fava coglie l’occasione per ricordare che preferisce un Ford poco riuscito a tutta la produzione del regista tedesco. Vorrei gridare forte “Bravoooo!”, ma prevalgono buona creanza e fellonìa. Parte il film. I ricordi erano vivissimi per quanto riguardava le ambientazioni e la fotografia, ma non ricordavo nulla della trama, se non che m’era sembrata molto incasinata. Tutto il primo tempo è un susseguirsi di invenzioni visive: una vera gioia per gli occhi, accompagnata dalla bella musica di Nyman; nel secondo tempo prevale una narrazione più statica, le scene sono ambientate in interni in cui la cinepresa non si muove più come nel primo tempo e si arriva alla amara risoluzione dei misteri del giardino. Cinema raffinatissimo, ai limiti della pedanteria. Siccome sono un esteta ne ho molto goduto, anche se ho preferito decisamente la prima parte. (Cineclub Lumière; 4/3/97)

40-Roma Paris Barcellona di Paolo Grassini e Italo Spinelli, Italia 1990

Dopo le prime intriganti scene ci si chiede perché questi due giovani registi non abbiano più girato altri film e come mai Scarpati, dopo l’acuto di Chiedi la luna, sia un po’ scomparso. A fine visione la risposta è chiara e lampante. Il film è ondivago e il racconto è raffazzonato: un esule terrorista che vive a Parigi viene contattato da due vecchi compagni per un colpo (di cui né lui né noi veniamo a capire la motivazione o lo scopo) a Barcellona. Senza particolari motivi li segue, per poi assistere alla loro uccisione in una scena madre che sfiora il ridicolo, con Scarpati che s’agita come Cornelius ne Il pianeta delle scimmie. Fuga verso la Francia e salvezza in extremis, con fermo immagine del protagonista, immortalato sulla barriera della dogana come se corresse i diecimila siepi. Scarpati ha grosse difficoltà, ma chi veramente fa venire i brividi è la Galiena, gonfia come un pallone e incapace a recitare con naturalezza qualunque battuta. Pessimo l’audio e irritante (per Hilda “coraggiosa”) la scelta di non sottotitolare i numerosi dialoghi in francese o spagnolo, figuriamoci se il colpo era in Ungheria. Sconclusionato e senza alcun approfondimento sugli esuli e sulla lotta armata, se non che i latitanti fanno una vita gramissima. Bella scoperta. (Vhs; 5/3/97)

41-L’uomo di ferro di Andrzej Wajda, Polonia 1981

Un giornalista è ricattato dal regime comunista polacco e costretto a uno scomodo reportage su uno dei capi della rivolta sindacale dei cantieri Lenin di Danzica. Rendendosi conto che il suo lavoro verrà manipolato per scopi repressivi, il povero e alcolizzato giornalista conduce un’inchiesta puramente verbale che non produce alcun materiale ma che lo illumina sulle scelte di Solidarnosc. Costruito con lunghi flashback che, attraverso le testimonianze di amici e compagni, raccontano la vita del sindacalista Tomczyk, assistiamo anche all’appassionato racconto dell’estate polacca. Combinando materiale documentario e interviste ciné-verité, finzione e avvenimenti ufficiali e utilizzando la bonaria icona di un disponibile Walesa, Wajda costruisce un racconto incalzante che coinvolge e appassiona. Il regime che costringeva a firmare le ricevute delle proprie azioni (per poter poi ricattare) e che usava la vodka come arma di ricatto su un popolo di alcolizzati (metafora della schiavitù) verrà, otto anni dopo, sostituito da un governo democratico dove quel simpatico bamboccione di Walesa non ne azzeccherà più una e si dimostrerà non poco reazionario. Tralasciando considerazioni politiche più impegnative, il film è decisamente bello. (Vhs; 5/3/97)

42-La pazzia di re Giorgio di Nicholas Hytner, Gran Bretagna 1995

Alla fine del XVIII secolo Re Giorgio, apparentemente senza motivo, perde la testa e, da gioviale e grezzo (era soprannominato “il Re contadino”), diventa completamente inaffidabile, tanto che l’obeso e debosciato erede si mette alla testa di un complotto che tenta di estrometterlo dalla corona. I tentativi medici di tanti cialtroni accademici non risolvono nulla, finché la rigida disciplina autoanalitica imposta da un religioso dalle moderne intuizioni mediche non riporta il sovrano alla ragione. Il film si conclude spiegando l’improvvisa parentesi di follia: il Re era affetto da porfirite, malattia ereditaria (un monito alla squallida odierna follia sessuale della famiglia reale inglese) che porta a stati temporanei di pazzia. Carino e ben recitato, il film ha qualche momento morto, ma l’accurata confezione e la divertente sceneggiatura lo rendono comunque piacevole. (Vhs; 6/3/97)

ov2-5.jpg43-Dead Man di Jim Jarmusch, USA 1995

Lo rivedo dopo neanche cinque mesi e non posso che riconfermare la buona impressione che m’aveva lasciato: senza rinunciare al suo consueto stile, ma elevato ai massimi livelli qualitativi (straordinarie musiche di Neil Young e fotografia di Müller), Jarmusch costruisce una fuga all’interno dell’America, regno della morte, che è un road movie interiore: l’indiano Nessuno è il Caronte di Johnny Depp, un William Blake inconsapevole del suo visionario omonimo. Il sapido umorismo del regista americano è al servizio di una storia finalmente sensata (o quasi, ma stavolta c’è una trama, c’è rapporto causa/effetto tra gli avvenimenti, c’è un inizio e una conclusione): lontanissimi dalla afasica flânerie dei personaggi urbani, convincono gli enigmatici dialoghi, la compiutezza narrativa e la galleria di stravaganti personaggi che abitano un west selvaggio e primordiale. Il miglior Jarmusch di sempre. (Vhs; 8/3/97)

(CONTINUA - 2)

Pubblicato Febbraio 16, 2009 01:25 PM | TrackBack

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