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Le domande assurde di Panorama a cui Battisti "non risponde"

di Carmilla

FrancescoGattoniDignitaDiCesaew.jpgSu Panorama del 12 febbraio 2009, il giornalista Giacomo Amadori ha elencato una serie di domande, raccolte tra i magistrati e gli ex compagni, cui Cesare Battisti non saprebbe o non vorrebbe rispondere. Ebbene, ci proviamo noi, quale appendice alle nostre FAQ. Qualche considerazione in chiusura.

1) “Signor Battisti, lei ha indicato gli autori degli omicidi di cui è accusato. Come fa a sapere i loro nomi?”

Il giornalista Amadori evidentemente non sa che Battisti, nel 1981, era tra gli imputati del “processo Torregiani” (con l’accusa di detenzione di armi, che lo condusse alla condanna a 12 anni di carcere). I nomi che ha fatto sono quelli dei condannati al processo. Come poteva ignorarli?

2) “Lei dice di aver lasciato i PAC (Proletari Armati per il Comunismo) nel 1978. Almeno cinque suoi ex compagni le danno torto.”

Noi non sappiamo se Battisti lasciò i PAC nel 1978, come afferma (in Ma cavale e in varie interviste), oppure no. Sappiamo però che quanti sostengono il contrario erano pentiti o dissociati, dunque interessati a sostenere le tesi dell’accusa.

3) (Gli ex compagni) “raccontano che il 14 febbraio 1979, due giorni prima dei delitti di (sic: ai danni di) Lino Sabbadin e Pierluigi Torregiani, lei partecipò a una riunione a Milano per discutere di quelle azioni e la lasciò in disaccordo con gli altri presenti, contrari ai delitti. E’ un complotto?"

Dunque il solo Battisti, secondo gli “ex compagni”, era favorevole agli omicidi. Peccato che siano stati proprio gli “ex compagni” a essere condannati e in seguito ad ammettere di averli eseguiti. Vedasi il caso di Pietro Mutti che, in un riquadro dell’articolo, dice che era fieramente contrario all’assassinio del gioielliere Torregiani, poi però vi prese parte per “sostituire un ragazzino”. Una sorta di sacrificio.

4) “Lei è stato arrestato a Milano, nel giugno 1979, in un appartamento in cui furono trovati volantini di rivendicazione degli omicidi firmati dai PAC e da cui passarono armi per l’organizzazione. Non è un’ulteriore prova del fatto che non avesse tagliato i ponti con i PAC?”

Cosa vuol dire “passarono armi”? In realtà furono trovate armi, che però non avevano mai sparato. Non furono invece trovati, contrariamente a quanto scrive Amadori, volantini rivendicanti gli omicidi dei PAC, altrimenti – un giornalista dovrebbe saperlo – Battisti sarebbe stato incriminato per complicità nei delitti, cosa che invece non avvenne.

5) “Lei sa che è stato condannato per gli omicidi Torregiani e Sabbadin, commessi quasi in contemporanea, in luoghi distanti centinaia di chilometri. Ma sa pure che è accusato, nel primo caso, di avere partecipato alla decisione dell’omicidio e nel secondo di essere stato componente del nucleo che lo commise. Perché, allora, non smentisce i suoi sostenitori che usano quella duplice condanna come prova della sua persecuzione, in quanto dicono che lei non poteva essere in due luoghi distanti nello stesso momento? E’ stato lei a far credere loro cose diverse dalla realtà del processo?”

Amadori sembra ignorare che, ormai da quattro anni a questa parte, e anche in questi giorni, tutti i media che contano, in Italia, in Francia e adesso in Brasile, seguitano a presentare Battisti come l’uccisore materiale di Pierluigi Torregiani e il feritore del figlio Alberto. Incluso lo stesso Panorama, il settimanale su cui scrive Amadori, in un articolo di Giuliano Ferrara del 15 marzo 2004 (si veda qui; ma si dia un’occhiata anche alle puntate successive, qui e qui). Un recente articolo dell’Unità on line (oggi eliminato per le troppe proteste), a firma Malcom Pagani, deprecava che settori “estremisti” continuino a negare che Battisti abbia ucciso direttamente Torregiani e ferito il figlio. Chi conosce la verità non può che replicare che Battisti non può avere assassinato due persone contemporaneamente, a Milano e in un paesino del Veneto, alla stessa ora.

6) “Le inchieste giudiziarie hanno verificato tutti i possibili alibi, accertando che lei non ne aveva. Lei dove si trovava fisicamente e cosa faceva nelle ore degli omicidi di Lino Sabbadin, Antonio Santoro e Andrea Campagna? C’è qualcuno che può testimoniare a suo favore? E’ in grado di fare i loro nomi?”

Buffa domanda, visto che nell’unico processo cui assistette nel 1981 (e l’ultimo cui potrà mai assistere, per la giustizia italiana) Battisti non era incolpato dei delitti, per cui non gli fu chiesto alcun alibi. E come possono le inchieste giudiziarie avere “verificato tutti i possibili alibi” senza trovarne, se Battisti non fu mai interrogato in merito?

7) “Le dichiarazioni di Pietro Mutti sono state confermate da numerosi riscontri e da diversi dissociati (Giuseppe Memeo, Diego Giacomini, Arrigo Cavallina…), che hanno confessato i delitti di cui Mutti li accusava. Perché avrebbe dovuto mentire solo sul suo conto?”

In realtà Mutti mentì in più occasioni. Vedi sotto.

8) “Mutti si è accusato di azioni per cui non c’erano prove contro di lui, ha scontato otto anni di carcere e oggi conduce una vita semplice. Perché i suoi sostenitori sostengono che viva sotto falso nome lautamente premiato dallo Stato?”

Non sappiamo quali sostenitori di Battisti abbiano detto che Mutti vive nell’anonimato e gode di pubblici sussidi. Siamo anzi curiosi di saperlo. Sappiamo però che l’attendibilità di Mutti fu messa in dubbio da una sentenza di Cassazione del 1993, richiamata dalle nostre FAQ: “Del resto, Pietro Mutti utilizza l’arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l’impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all’omicidio Santoro; per il quale era d’altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”. Da notare che, incolpato di omicidi (Torregiani, Santoro) e altri reati gravi, Mutti rimase in prigione solo otto anni. Il fatto che oggi conduca “vita semplice” non ci pare rilevante. Anche Battisti conduceva “vita semplice” (metà scrittore e metà portinaio), prima che gliela rendessero complicata.

9) “Cavallina, fondatore dei PAC, ha detto che non sarebbe affatto contento di una sua estradizione (…). Perché un uomo così poco astioso nei suoi confronti asserisce che il suo distacco dai PAC prima degli omicidi è una bugia e che lei ha ‘condiviso tutta la storia’ del gruppo?”

Mah. Cavallina è la dimostrazione vivente di quanto sia sottile la distinzione tra un pentito e un dissociato. Riappare trent’anni dopo ad accusare un ex compagno. Non sarà astioso, ma di sicuro è ambiguo. Dice di essere stato compagno di cella di Battisti e di averlo “ideologizzato”. Un ruolo che Mutti, in sintonia con Battisti, rivendica a se stesso. Si mettano d’accordo. Dovrebbe essere facile verificare se mai Battisti fu in cella con Cavallina, oppure con Mutti.

10) “Dopo l’arresto, ha rifiutato il confronto all’americana con i testimoni oculari dell’agente della Digos Andrea Campagna, che avevano descritto un killer molto simile a lei. Perché non ha mai accettato quel faccia a faccia?

Nel “processo Torregiani” del 1981, Battisti non era accusato dell’omicidio Campagna. Quale “confronto all’americana” avrebbe dovuto accettare o rifiutare? In ogni caso, se ciò fosse avvenuto, avrebbe fatto bene a dire di no. Si sa come finì il “confronto all’americana” di Pietro Valpreda, poi risultato totalmente innocente. Di “killer molto simili a lei” è piena la storia degli errori giudiziari.

11) “Lei dice di essere stato giudicato da contumace (…). La Corte di Strasburgo dei diritti dell’uomo, nel dicembre 2006, ha dichiarato (…) che lei che lei era al corrente dei processi, come è desumibile dalle lettere che inviava ai suoi avvocati.”

Le tre lettere sono datate maggio 1982, luglio 1982 e febbraio 1990. Un perito calligrafo della Corte d’Appello di Parigi le ha dichiarate falsificate. Le firme, identiche, sono state apposte alla stessa data: ottobre 1982. In pratica, Battisti lasciò mandati in bianco ai suoi legali, come era solito fare chi premeditava di fuggire. I testi, non di sua mano, furono compilati in seguito. Ma di questo, di cui parlerà un articolo che dovrebbe apparire domani (venerdì 13 febbraio 2009) su Le Monde, ci importa molto poco. Non ci interessa stabilire l’innocenza di Battisti in questo o quel delitto. Ci preme piuttosto affermare le distorsioni della legislazione “d’emergenza” tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80.

Si è visto come si è risolta la requisitoria di Giacomo Amadori. Contraddizioni, errori logici e fattuali, deficit di conoscenza, autentiche stupidaggini. Caso di malafede? Malgrado un’evidente ostilità a Battisti, saremmo per assolvere Amadori. Se non altro, ha cercato di indagare meglio e più a fondo di altri suoi colleghi. Il suo torto, semmai, è quello di avere prestato troppa fede a pentiti, dissociati e ai magistrati che li usarono. Come allora, il pentitismo e il giustizialismo fanno danni – anche a un giornalista che, premuto dai tempi rapidi del suo lavoro, non ha modo di interrogarsi sull’attendibilità delle fonti e sulla coerenza di ciò che butta giù. Fino a costruire un castello di carte dall’esile equilibrio.


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Pubblicato Febbraio 12, 2009 04:48 AM | TrackBack

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