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La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall'Afghanistan. Che poderoso libro, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c'è da dire, non una necessaria parola di meno, non un'inutile parola in più. Buona lettura. Red.

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di Giuseppe Genna Amico personale di Meucci, Morse e Bell. Confidente di Ramsete III. Grande estimatore del brodo primordiale (la...

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Un weekend del 1993 (A/R senza supplemento) - 5

di Filippo Casaccia

Ar5.jpgDio c’è

La coppia anonima si rivela subito pericolosissima. Lui è un trentenne, che parla con voce soporifera. Alla povera amica che gli sta a fianco racconta del portafogli rubato sabato sera dal cruscotto della macchina di un amico. Deve rifare i documenti ed è molto scocciato. Conclude che saranno stati tossicodipendenti. Vorrei interloquire: “magari negri”. Comunque non si può andare avanti, continua, perché è tutto tassato e non vale più la pena di lavorare. Non esprime motivazioni politiche: è il vero fascista inconscio, che non ha opinioni se non quelle che richiedono meno sforzi mentali e presuppongono il miglior ritorno personale. Poi, questo curioso tuttologo, attacca a parlare della calvizie ed è sicuro che alimentazione, inquinamento e soprattutto stress siano letali per il capello. A questo punto temo di tornare a Genova completamente pelato.

Continua parlando pianissimo, senza variazioni tonali: scommetto che chi lo conosce lo definisce il classico “pezzo di pane”. Al curaro, però. L’amica chiude gli occhi e prova a dormire, lui va avanti imperterrito e racconta del suo cane che “dà tanto affetto gratuito, mica come gli esseri umani” e io mi immagino la povera bestia che deve ascoltare il vaniloquio di questo imbecille. Poi si spegne. Per dieci secondi e riparte: è un Ariete e in famiglia son tutti segni di fuoco. Ah beh. Poi arriva il melodramma. Il padre “buonanima” farebbe gli anni a breve se fosse ancora vivo, “e sarebbero pochi”. Silenzio. Poi, finalmente, scopro cosa ha fatto a Milano: un’audizione per Sanremo – tutto torna – ma dice d’aver cantato male perché gli sta venendo un’afta in bocca e che una volta ne ha avuta una che gli ha impedito di parlare per alcuni giorni. Gliene auguro una immediata e letale. Per fortuna i due scendono a Voghera.
Rimaniamo io e la dolce lettrice; sembra Julia Roberts, appena sfigurata dalla quotidianità. È silenziosa e a questo punto leggo anch’io. Finché arriva la tragica smentita: Pavia non è l’unico collettore di studenti cazzoni. Anche Genova fa la sua parte. Infatti la sconosciuta attacca a parlare con un ragazzo seduto in un altro scompartimento, suo compagno di studi, che ora sfumazza nel corridoio. La quiete è interrotta e lo stupendo libro delle critiche cinematografiche di Pasolini diventa illeggibile. Ma è una fortuna: il tizio aderisce perfettamente allo stereotipo del ‘Teatrante Pieno di Sé’ e parla con voce stentorea come se fosse sul palcoscenico. Berretto da marinaio, basetta lunga e orecchino, studia teatro a Genova ed è il sacco di merda più immenso che abbia mai incontrato dal vivo.
Poco vale il fatto che provenga dalla Val d’Ossola: studia a Genova ed è un frutto impazzito del mio ateneo. Introduce ogni discorso con una serie di roboanti “IO”: io qui, io là, io su, io giù… io non posso impegnarmi sentimentalmente (“lo studio del teatro assorbe la mia concentrazione”), io sono cresciuto in un ambiente cattolico e devo appagare il mio lato pagano, io sogno consessi sibaritici, io combatto gli abbonati alla stagione teatrale, io bevo tanta birra: “Una volta, all’Oktoberfest, ne ho bevuto sette litri!”. Ma brutto babbeo, il mio amico Pitta ne ha bevuto undici e se ti piglia ti scaraventa a terra con un rutto!
Poi, con posa vissuta, indica fuori dal finestrino. C’è la statale che costeggia la ferrovia. “Vedi? Vedi, là? Sui cavalcavia, quelle scritte?”. La ragazza annuisce senza capire cosa ci sia di così importante. “Dio c’è!”. Quando mi rassegno al fatto che l’incommensurabile coglione stia per cominciare una pippa religiosa, peraltro contraddittoria con quanto sin qui declamato, si chiarisce il mistero. “Dio c’è! Vuol dire che è arrivata la droga! Ma non fare quella faccia, amore: anch’io credevo che fossero degli integralisti cattolici, però poi…”. E spiega che lui sa questa cosa perché ha un giro di amici con cui, nel rispetto del corpo e in accordo con la mente, ci scappa il pippotto ricreativo… oh: mica è un vizio, eh? Poi come se la cocaina annunciata dai graffiti ‘Dio c’è’ avesse esaurito il suo potere euforico, il patetico guitto arriva all’apice del delirio e inizia a sdilinquirsi sulla natura dell’amore, anzi dell’Amore, perché da come pronuncia la parola, beh, c’è chiaramente la maiuscola. “Per me, dopo tutto, c’è l’Amore Assoluto”. Ma come, tu, così maudit, ti cali le braghe davanti all’Amore? E giù tutte le più solenni castronerie a mascherare che sei un infantile stronzo, pieno di sé, presuntuoso e ignorante, che vorresti solo trombarti la poveretta e – parola mia – ho più possibilità io, in questo stesso preciso momento, di ingravidare Sharon Stone. Ma levati dai piedi!
Macché: inizia a raccontare dei suoi training da attore, della volta che ha sentito l’Energia (maiuscolo, è chiaro) fluire nel suo corpo. E la volta che gli si è acuita la vista o quell’altra in cui non ha parlato per due giorni… fino all’incredibile “erano quattro anni che non piangevo e tale era il senso di comunità…”. Ma questa è la ‘Testa di Cazzo Assoluta’! Se fosse la ‘Testa di Cazzo Corrente’ non ricoprirebbe alcun valore antropologico, ma, così, mi rendo conto di avere davanti un esemplare unico. Mentre la sventurata non riesce più a tenere gli occhi aperti e le oscilla la testa, arriviamo finalmente a Genova. Lascio lo scompartimento e un po’ mi dispiace, perché certe occasioni sono uniche.
Arrivo in fondo al vagone, pronto a scendere. Mi giro e vedo per l’ultima volta la poveretta tormentata dal teatrante; mi lancia un’occhiata quasi a scusarsi, poi uno strepito e vedo il dionisiaco testone di cazzo che, stretto nella sua giacchetta blu da marinaio, s’è fatto tutto rosso in faccia e sbraita. Tornato nel suo scompartimento a prendersi la divisa da Corto Maltese dei poveri, ha scoperto che gli hanno rubato il portafogli. Altro che la poesia, il teatro e l’assalto al pubblico borghese: la voce impostata e roboante si dispera per cinquanta misere migliaia di lire! Finalmente un po’ di sano e sperimentale teatro-verità!
È stato un week end intenso, fiducioso nel futuro e sconcertante sul presente, ma alla fine vedendo il poveretto che si sbraccia da far pietà, degno di un attore del cinema muto, penso che in questo Italia incerta io ho finalmente una certezza: Dio c’è, ma sul serio.

(5 - FINE)

Pubblicato Dicembre 24, 2008 03:59 PM | TrackBack

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