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Luisa Catanese: ITE, MISSA EST

iteme.jpgdi Luisa Catanese

[Il racconto Ite, missa est è tratto da AA.VV., Quando suona la campanella. Racconti di scuola, Manifestolibri, 2006]

Mia madre è nata sugli Appennini, mio padre a Cosenza, io a Bologna. Mi studiano a lungo, mi interrogano. No, non sono sposato, non ho figli; vivo con la donna che amo. C’è chi mi chiede se do le note. «Non l’ho mai fatto». Non dico il falso, dissimulo. Non entro in un’aula da quando ho votato alle ultime elezioni. Da quanti anni non vedo un registro? Provo a sfogliarlo come se l’avessi studiato all’università. Non apro, non tocco un libretto delle giustificazioni da dodici anni, dall’esame di maturità.

Devo firmare? Dove? Qui e qui? Una ragazzina mi istruisce, commenta con la compagna di banco. Ha detto imbranato? Credono che non possa sentirli o non gli importa? Per strada non li guardavo; non esistevano, non vivevano nel mio mondo. Non sono come i miei compagni del liceo, fino all’anno scorso erano alle elementari. Non dicono compito in classe ma verifica. Saranno collaborativi? Rispetteranno le consegne? Qual è la differenza tra conoscenze, competenze e abilità? Non ho studiato abbastanza le avvertenze generali.
Ora l’edificio delle mie scuole medie è diviso in due parti: un centro di prima accoglienza per immigrati e un commissariato di polizia. C’era una volta il furto delle merende, le scoppole, le minacce, la sottomissione, la paura di andare in bagno, le botte. Anche i compagni di classe, la monocoltura, il neocolonialismo, la corsa agli armamenti, l’energia nucleare, «la fame nel mondo», le prime poesie di Leopardi e di Brecht. Insegnare alle scuole medie, oggi come allora, può ledere l’anima e la mente.
Entro nella seconda classe della mia vita e in tante altre. Accanto alla lavagna un manifesto, griffato da una multinazionale, illustra le vitamine della frutta e degli ortaggi. Dove i corpi umani non si amano e non si parlano, dove da nessuno s’impara e a nessuno s’insegna, il dada della merce trionfa, e sghignazza e scoreggia. Alcune ragazze di terza media da lontano sono quasi donne, da vicino sono bambine. Si dipingono il viso, sfoggiano la pubertà come comparse televisive. Se il loro corpo sarà brevettato, forse non dovranno lavorare in un ufficio, in un supermercato, in una fabbrica. Nessuna rivoluzione può essere vera per loro se non verifica certi valori. La scuola, come lo yoga, dovrebbe insegnare a tenere le spalle lontane dalle orecchie. Un’insegnante, una donna, dovrebbe convincere quella ragazza a non stare curva sul banco, anche se lei vuole nascondere il seno. Finché non risorgeranno i corpi gloriosi, avrà male alla schiena. Deve avere la libertà di camminare con la schiena dritta. Come un soldato, senza essere un soldato.
Una guarnigione straniera ha insegnato la vanità e la modestia alle fanciulle del paese. Ma la dignità non è neanche il sussiego, il mento ostile, il naso altero dell’ufficiale che siede all’ultimo banco. Avrò il diritto, anche se sono nato maschio, di insegnare la modestia alle fanciulle? Prego perché siano dolci ma non remissive. Fiere ma non feroci. Che siano combattivi, tutti e tutte, che siano teneri e ostinati, che siano gentili con quelli che ancora non gli hanno fatto del male. L’esercito di occupazione non è armato, non è straniero, è accampato ovunque. Il suo indotto infiltra le menti. Edifica le case a schiera della solitudine, gli isolati della paura, le torri del cinismo, i ponti della neutralità. Alleva i corpi; ha nutrito anche la mia adolescenza.
Qui si parla della foresta pluviale, c’è scritto chilometri quadrati ma sono ettari; cancellate Iugoslavia, ora si chiama Serbia e Montenegro; correggete a matita, queste città hanno cambiato nome; in Irlanda non ci sono più solo industrie tessili e alimentari; senz’altro vi hanno già spiegato che in Tom Sawyer la parola «negro»… Una ragazza mi guarda come se io avessi creato il mondo di cui devo parlare, come se parlassi di lei, come se svelassi ai compagni il suo segreto.
Devo ricordare che sono nati quando io potevo già lavorare, procreare, votare, viaggiare da solo. A casa leggerò ogni giorno quello che dovranno studiare. Cercherò di capire che cosa non capiranno. Correggerò i refusi, spiegherò che la storia falsifica i libri. Cercherò di insegnare a scrivere e a rileggere, a leggere e a riscrivere. In ogni classe dirò almeno una volta che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Distinguerò il silenzio di chi non può parlare dal silenzio di chi vuole ascoltare.
Di pomeriggio, a casa, maledirò il mio lavoro, mi alzerò dalla sedia decine di volte per lo strazio delle loro parole, imprecherò per quello che hanno scritto sui quaderni, sui fogli protocollo. Avrò paura di giudicare. Sarò perdonato se certe mattine d’inverno esiterò a riconoscere un complemento o una subordinata? Sarò perdonato se alzerò la voce ogni volta che mi sentirò solo contro la loro crudeltà?

Un ragazzo è arrivato l’anno scorso dalla Sicilia, quando la scuola era già iniziata. Suo padre ha la mia età, è un muratore, come il padre di mio padre. Il ragazzo interrompe le lezioni, si alza in piedi, gira per la classe, si sdraia per terra, parla ad alta voce, scoreggia in faccia a un compagno e ride. Prima dell’estate, mi informa, vuole scopare. Sarà promosso, avrà la licenza media – forse si eviterà di farglielo sapere in anticipo.
Un giorno mi risponde: «Tu non sai da dove vengo io. Io ti spezzo le gambe».
Lo riconosco. L’ho già incontrato. Li ho incontrati, venti anni fa, nel quartiere dove sono cresciuto. È meno violento, sembra più solo. Mio padre è nato a Cosenza, ma anch’io a volte, da ragazzo, ho chiamato marocchini gli immigrati delle terre di mio padre.
«Tu non sai da dove vengo io. Io ti spezzo le gambe», mi ha detto. Come posso rispondere?
Gli rispondo che si deve vergognare: ha dato del mafioso a tutti i siciliani, tanti siciliani hanno combattuto la mafia e sono morti ammazzati, sindacalisti e contadini sono stati uccisi dai mafiosi che difendevano i proprietari della terra, uomini e donne sono scappati dalla Sicilia. Tutti tacciono. Lui non ride, non mi sbeffeggia. Si piega sul banco, come se fosse stanco, nasconde il viso tra le braccia.
Chiedo perdono per i miei peccati.
Ite, missa est.

Pubblicato Novembre 24, 2008 04:10 PM | TrackBack

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