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Vivere significa essere partigiani

diazsentenza.jpgdi Blicero

Sabato 21 luglio 2001. E' notte. I cortei e gli scontri che hanno ribaltato la città di Genova sono finiti e la gente torna a casa stanca e provata dalle botte, dalle corse, dai gas lacrimogeni, dalla violenza della polizia, dalla paura, dalla sensazione che sarebbe potuto accadere di tutto, che sia accaduto di tutto, ma che possa accadere altro ancora. Sono in pochi a rimanere, principalmente nei grossi centri di accoglienza: piazzale Kennedy, lo stadio Carlini, le scuole Diaz e Pascoli, dove l'attività di comunicazione e assistenza legale freme ancora. Per il resto migliaia di persone sono nelle stazioni e sulle autostrade. La maggior parte delle persone pensa che ormai sia finito tutto, che l'adrenalina di tutti stia lasciando il posto a una spossatezza infinita. E proprio quando la penombra è al massimo della sua intensità, quando gli occhi collettivi del mondo stanno per chiudersi per passare al prossimo spettacolo, ecco che le luci si riaccendono al massimo della loro intensità.

Squadracce di gente in divisa calano sulle due scuole dove si trova la sede del GSF, indymedia, radio gap, molti media alternativi e indipendenti, la sede del Genoa Legal Forum e un paio di centinaio di persone che vogliono solo dormire prima di andarsene a casa. Nel giro di un attimo sfondano cancelli e portoni e irrompono nelle due scuole: al media center distruggono materiali e cercano di tappare occhi e orecchie dei movimenti; alla scuola Diaz vogliono solo vendicarsi. Vogliono avere compensazione, si direbbe in altri contesti, della frustrazione che hanno provato in questi giorni in cui la rivolta ha dimostrato loro quanto il potere che detengono e difendono non valga nulla, quanto sia fragile ed etereo. La rivolta li ha fatti infuriare, li ha stupiti e colti di sorpresa, li ha umiliati. E come un animale ferito e armato hanno reagito nell'unico modo che sanno: hanno preparato, organizzato e lanciato un'operazione semplice e violenta, irrompere, picchiare, attribuire la colpa alle vittime. Deboli coi forti, forti con i deboli. Come sempre. E poi una bella firmetta su un verbale di arresto a sancire il fatto che l'operazione sia stata legittima e necessaria, nonché giustificata.
Purtroppo per l'ennesima volta in quei giorni fanno male i calcoli: l'irruzione si protrae più del previsto; arrivano media e parlamentari; tutto il mondo si accorge dell'operazione e della sua grossolana funzione. Nonostante questo per molti mesi pensano che lo Stato li coprirà. Nonostante questo si arriva a un processo. Che dura anni. Il processo è finito il 13 novembre 2008: tutti coloro i quali hanno organizzato quella operazione infame sono stati assolti; tutti coloro che hanno partecipato come ultime ruote del carro, coloro che hanno picchiato perché gli è stata data mano libera, coloro che hanno portato due bombe molotov in una scuola dove non ce n'erano per addossarle alle vittime di una inumana violenza sono stati condannati; tutte le vittime hanno ricevuto qualche spicciolo per non lamentarsi troppo.

Questa è la storia. Le vicende del G8 di Genova hanno molto da insegnare a tutti coloro che vogliono prestare anche solo un attimo di attenzione. I libri non la racconteranno così. I libri resteranno sul vago quando andrà bene, oppure ignoreranno la più grande rivolta dopo gli anni sessanta e settanta in Italia e forse non solo. Ma la gente che era lì non la dimenticherà. E la rabbia che proviamo oggi di fronte a questa sentenza non deve trarci in inganno, deve trasformarsi in fatti, parole, ricordi, oggetti. Personalmente non ho mai creduto che finisse diversamente da così: la giustizia è un meccanismo intrinseco al potere, e non può permettersi di condannare coloro che la traducono in fatti operativi tutti i giorni. I giudici, i poliziotti, i politici, i governanti, gli imprenditori stanno da una parte. Noi, i poveracci, i subalterni, gli sfruttati, i deboli stiamo dall'altra. Questa è la grande verità di Genova, ed è anche la verità che più di tutte in questa epoca cerca di essere nascosta. Non è tutto uguale, esistono parti da prendere. Vivere significa essere partigiani. E alle volte quando si prende una parte, si perde, anche se era la parte giusta.
Quando ho saputo della sentenza - già perché dopo quattro anni di presenza in tribunale proprio negli ultimi tre mesi non sono potuto essere presente - una delle prime cose che mi sono venute in mente è stato Stella del Mattino, di Wu Ming 4. Come ho già scritto altrove, quel libro parla proprio di Genova e di quello che ci ha lasciato, di quello che ha significato per tutti noi che siamo stati lì e l'abbiamo vissuta. Alla fine del libro, come alla fine di tutto quanto è stato Genova, non ci resta che il coraggio di credere che qualcosa possa ancora accadere, che la rivolta continui ad esistere come possibilità se non come realtà. La sentenza che chiude la vicenda Diaz, una vicenda talmente lapalissiana che è difficile credere con quale faccia tosta verrà giustificata dai cavilli legali dopo essere stata giustificata dall'inazione politica, deve diventare la nostra stella del mattino: quella luce che tutti conoscono e che nessuno può negare, eppure quella distanza che ci fa capire che solo agire e lottare cambia ciò che ci circonda. Se saremo capaci di imparare questo allora questi anni di lavoro e di parole non saranno stati una donchisciottesca tenzone con mulini a vento parecchio più grandi di noi.

Con i compagni e le compagne che hanno seguito Genova giorno dopo giorno con me abbiamo scritto che non abbiamo rimorsi per quanto accaduto a Genova, che quanto è avvenuto in quei giorni ci ha dato coraggio e ci ha trasmesso il senso delle parole dignità e libertà. Oggi per molti sarà il giorno dei rimpianti in un senso o nell'altro, ma non per me. Rimpianti significa non aver fatto quello che si riteneva giusto e necessario. Noi non possiamo averne. Perché ci aspettano ancora molte cose. Ancora molte cose possono accadere sotto il cielo e sotto Venere, e molta rabbia è pronta ad esplodere da sotto la cenere. Fino a quando non ci saranno più storie da raccontare, da ricordare o da vivere.
Ognuno di noi può demolire un mattone del Palazzo di giustizia di Genova. Ognuno di noi può ancora lottare ed essere un partigiano.


LINK:
supportolegale.org
comunicato supportolegale - processig8.org
ricostruzione del processo diaz - http://www.supportolegale.org/?q=node/1195
ricostruzione della cronologia dei fatti di quella notte - http://www.processig8.org/Consulenze/DIAZ/cronologia%20DIAZ%2006.zip
ricostruzione video della difesa per il processo - http://www.processig8.org/Consulenze/DIAZ/CT_DIAZ_Video.html

Pubblicato Novembre 19, 2008 01:13 AM | TrackBack

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