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La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall'Afghanistan. Che poderoso libro, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c'è da dire, non una necessaria parola di meno, non un'inutile parola in più. Buona lettura. Red.

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di Giuseppe Genna Amico personale di Meucci, Morse e Bell. Confidente di Ramsete III. Grande estimatore del brodo primordiale (la...

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La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.

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di Fiorenzo Albani Faccio seguito al pezzo di Valerio Evangelisti Una "sovversiva" che non muore: Mamma Jones per scusarmi pubblicamente...

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di Alberto Prunetti Luciano Bianciardi polemizzava ferocemente contro il provincialismo erudito degli studiosi locali, che lui chiamava in senso spregiativo...

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Lo sguardo mutilo (Visti e rivisti 1995 - 1997) 6

SM06 blue06.jpgdi Dziga Cacace

181-Sulle rive dell’azzurro mare di Boris Barnet URSS 1936

Un’autentica scoperta: mi sono svegliato alle cinque del mattino per registrare Tri pesni o Lenine di Vertov (vedi la rec.#201) e invece ho trovato un fantastico film del, per me ignorante, vagamente sentito dire Boris Barnet. Girato in maniera straordinaria, il film racconta l’amore di Aliosha e dell’amico Yussuf per Masha, in un Azerbaigian fotografato in un bianco e nero nitido e brillante. Messe a fuoco selettive, controluce, carrelli, rallenti, panoramiche e giochi d’ombre per paesaggi stupefacenti e per intensissimi primi piani. Non so che dire: commovente! Sicuramente estetizzante e, bla bla, con una trama troppo esile ma, Dio, quant’è bello! Di diritto tra i miei preferiti di sempre (chissà le altre cose di Barnet, poi!). Viva il paese dei Soviet che ha saputo regalarci queste opere d’arte. (Vhs)

182-Tenebre di Diario Argento, Italia 1982

A dir la verità, viste le buone recensioni, mi aspettavo qualcosa di più; in effetti, per il genere, siamo a livelli superiori, ma dispiace che Argento dissipi un talento visivo notevole in sceneggiature raffazzonate che vivono di qualche lampo di genio e di tanto mestiere. Quer fijo de ‘na mignotta (secondo la definizione di Argento) di De Palma ha scopiazzato la bella intuizione finale, questa sí notevole, in Doppia personalità (informazione di Hilda che, come per un figlio degenere, ha per il regista americano una notevole predilezione; si sa, i figli so’ piezz’e core). (Diretta TV; 28/6/96)

183-L’ultima eclissi di Taylor Hackford, USA 1995

Anche qui parziale delusione... ma è solo colpa mia, giacché mi aspettavo un nero d’azione. Dolores Clairborne (titolo originale del romanzo di Stephen King da cui è tratto il film) è invece un dignitoso thriller psicologico con tempi molto dilatati (un po’ troppo, a mio parere). Qualche bella idea e bravissimi attori ma non mi convince fino in fondo. Mah! Forse, come dice Barbara, sono diventato un vero rompicoglioni. Cosa voglio di più? Sorry, ma non mi basta un amaro Lucano, eh no. (Vhs)

184-Pallottole su Broadway di Woody Allen, USA 1994

Carino, come sempre, ma con la forte impressione che ormai Woody abbia uno standard produttivo medio-alto e non riesca più a sfornare il capolavoro cui aspira. Insomma: non ti delude mai, trovi sempre quattro o cinque battute geniali, ma... boh, è sempre presente la sensazione di déjà vu, di assistere a un’opera interlocutoria, intelligente e piacevole ma comunque minore, in attesa di un guizzo alla Manhattan. Non so; in fondo, per esempio, il criticato Stardust Memories era un film irrisolto, con grandi difetti etc., etc., però molto più avventuroso, rischioso e quindi, a mio modo di vedere, molto più interessante. Sí, sono proprio un bel rompicoglioni. Comunque, diciamoci la verità: il film mi è piaciuto e mi ha divertito. Evviva Cheech, il mafioso drammaturgo che giustizia l’attrice cagna, ah! (Vhs)

185-Mister Hula Hoop di Joel Coen, USA 1994

E vabbeh: freddi, consapevoli e bla, bla, bla. Ce ne fossero di cineasti che, come si lamenta Mereghetti, girano sapendo già che la tale scena diventerà oggetto di culto... e chissenefrega! Bravi i Coen che riescono veramente a farle diventare di culto! Anche Pier Paolo, quando riprende le presentazioni in Feltrinelli, crede di passare alla storia, ma non ci riesce (ah, ah). Insomma: io mi sono divertito; il film è ben scritto (grazie anche a Raimi) e il gioco citazionistico (La vita è meravigliosa, Metropolis, La folla, Quarto potere e chissà quanti altri che non conosco) non (mi) scoccia, anzi. Un tripudio di carrelli in campo e controcampo, riprese zenitali e nadirali, attori notevoli (su tutti l’autoironico Newman; Campbell, al solito, piglia un sacco di sberle) e una accurata ricostruzione in studio di un’invernale New York degli anni Cinquanta. Che cacchio vogliamo di più? (Vhs)

186-Crocevia della morte di Joel Coen, USA 1989

Bell’intreccio, anche se tirato un po’ per le lunghe. Stavolta, nonostante qualche (consueta) splendida scena, i bravi attori, il bel montaggio etc., mi sono un po’ annoiato. È vero: i Coen sono freddini; se non scatta la molla della partecipazione possono non convincere appieno. Un bel problema: se non si partecipa non si apprezza (con altri metodi espressivi, è il merito/limite di Bertolucci)... ma è giusto che per apprezzare si debba partecipare? Quanto è giusto che il valore di un film risieda nella capacità di innescare meccanismi di partecipazione emotiva? Direi nessuno, ben sapendo di tirarmi la zappa sui piedi (vedi B.B.)... È una bella questione da “panchina della piazza della chiesa di Champoluc”.(Vhs)

187-Butch Cassidy di George Roy Hill, USA 1969

Rivisto dopo nove anni, l’ho ritrovato carino ma non proprio esaltante: il ritmo è discontinuo e, nonostante numerose belle scene, affiora un po’ di noia; del resto Roy Hill è un onesto mestierante e nulla più. Comunque, non meniamocela: sempre godibile grazie alla straordinari bravura e simpatia dei protagonisti. (Vhs)

188-Cane di paglia di Sam Peckinpah, USA 1971

Se, scusate l’ennesima autocitazione, “il sonno della provincia genera mostri” figuriamoci cosa può generare la catalessi della provincia inglese. In un paesino di campagna la bestialità degli albionici assurge a livelli inauditi e mette a dura prova la pazienza di un timido e inoffensivo studioso americano (un bravo Dustin Hoffman), colà recatosi per completare la stesura di una tesi di dottorato. La reazione del topo di biblioteca sarà risentita. Fotografato in uno splendente technicolor, la vicenda ha ritmo ed è ben costruita, con frequenti interventi di montaggio che accrescono la tensione emotiva del racconto. Al di là delle personali idiosincrasie nei confronti di quei laidi, sozzi, pallidi, complessati, squallidi porci inglesi, il film è zeppo d’idee: le riprese sempre più sghembe, il montaggio quasi subliminale delle scene dello stupro, le ambiguità dei protagonisti (Hoffman che si incazza solo quando è toccato nella “proprietà”, la moglie che provoca e respinge i futuri violentatori) e il compiacimento del cane di paglia alla fine del massacro (“Ho ucciso cinque uomini da solo”). Notevole, veramente. (Vhs)

189-C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, Italia 1974

Le passioni, le lotte, gli amori di tre “compagni” che, dopo aver condiviso la guerra partigiana, affrontano con diverso successo i primi trent’anni di Repubblica. Un film divertente e malinconico che affronta in modo non banale, per quanto estremamente gustoso, i travagli della sinistra, i compromessi e le sconfitte. Il passare del tempo è scandito dagli accadimenti politici e dai richiami ai capolavori del cinema italiano (Ladri di biciclette, L’eclisse, La dolce vita). Tutti bravissimi (Manfredi, Gassman, Satta Flores e anche, via!, la Sandrelli) per una bella sceneggiatura (notevole l’espediente narrativo del monologo interiore mutuato da una pièce teatrale che Manfredi e la Sandrelli vedono nelle prime scene) zeppa di godibili invenzioni: su tutte quella della burina che inizia a rompersi la testa sui Tre Moschettieri e, diventata colta e borghese, continua con Antonioni (un po’ come Hilda, no?). Fabrizi, palazzinaro che lucra sui tavelloni, regala qualche gustoso commento discettando di edilizia popolare e piani regolatori. Si vede Roma (luoghi comuni e, credo, Parioli). Bello. Bravo Scola. (Vhs)

190-Exotica di Atom Egoyan, Canada 1995

Sullo sfondo di un locale per soli uomini, dove mio padre gradirebbe passare la vecchiaia, s’incrociano diverse vicende umane che una perfetta sceneggiatura fa confluire in un inaspettato finale. Film dalle atmosfere jostiane, ma realizzato con tanti soldi. Intrigante. (Vhs)

191-Pronti a morire di Sam Raimi, USA 1995

Massì! Delizioso pastiche che, partendo da una trama molto esile, trova occasione di citare tutto il Leone citabile e tutti i topoi che hanno fatto la fortuna del genere western, il tutto attraverso una regia originale e ironica. Raimi sfrutta grandangoli estremi, dolly vertiginosi e altre prelibatezze tecniche in modo divertito e divertente. La Stone, come Eastwood, ha due espressioni e talvolta fa intravedere il capezzolo, così, tanto per compiacere il vecchio porco che s’annida in me. Hackman è invece, al solito, notevole. Raimi sforna un film più intelligente di quanto sembri; quando non farà più ricorso ai generi (fantasy, horror, western etc.) forse farà il capolavoro e non geniali omaggi. (Vhs)

192-Indiana Jones e l’ultima crociata di Steven Spielberg, USA 1989

Ennesima visione di un film divertente e ben costruito, anche se appesantito da qualche moralismo di troppo e da un finale poco convincente. Una volta tanto Spielberg riesce ad appagare i miei più bassi istinti di spettatore da intrattenere con due botti e qualche bel paesaggio (Venezia, Petra), quindi perché dargli addosso? Del resto, se l’avesse fatto Raimi sarebbe quasi un capolavoro... oh! Gli imperscrutabili percorsi della critica! (Diretta TV; 15/7/96)

193-La dolce vita di Federico Fellini, Italia/Francia 1960

Roma che non dorme mai, i paparazzi, le incomprensioni generazionali, la vita di Via Veneto, il matrimonio come prigione, i night, il rock’n’roll, gli americani a Cinecittà, le periferie in costruzione, i finti miracoli, la noia (e lo squallore) della ricca borghesia romana.... Marcello è il testimone di tutto ciò: constatando il fallimento del suo matrimonio e delle sue aspirazioni professionali matura l’intenzione di abbandonare le velleità artistiche e, quasi con voluttà, si abbrutisce nella noia e nel disgusto. Diviso in blocchi narrativi discontinui come ritmo e presa, La dolce vita è un caleidoscopio di immagini e rumori (importantissimi) dove ogni inquadratura è incisiva. Rivisto dopo tanti anni: molto bello e amaro. (Vhs)

194-Da morire di Gus Van Sant, USA 1995

“Se il pubblico ti guarda diventi una persona migliore...”. Nonostante una certa diffidenza dovuta al travisante trailer e alle pessime recensioni del precedente Even Cowgirls Get the Blues, mi sono presto ricreduto. Van Sant, allontanandosi dall’estetizzante (e alternativo) linguaggio di Belli e dannati, che m’era peraltro piaciuto, sposa diversi generi e ci regala un pastiche estremamente godibile: mescolando lo humour da commedia nera con un originale linguaggio documentarista, imbastisce una cinica parabola sul mondo dei media e sui distorti comportamenti che esso induce. I due generi si compenetrano e, nel finale, l’espediente della ricostruzione a posteriori sfuma, quasi a simboleggiare la progressiva assimilazione della realtà a materiale da tubo catodico. Bravi e azzeccati gli attori, frizzante il montaggio (che lega in modo spontaneo e ingegnoso i diversi piani narrativi), perfette le musiche. Fra gli innumerevoli sberleffi al mondo della TV, notevole la sequenza finale, con l’immagine che si frantuma e moltiplica come migliaia di televisori. Nota erudita da secchione: nella casa dei protagonisti sono appese riproduzioni di ponti famosi tra cui, per la gioia del prof. Galliani, si trova, inaspettato, il Firth of Forth (scusate il trenta & lode di Tecnologia II e la vista acutissima). (Vhs)

195-Terra e libertà di Ken Loach, Gran Bretagna/Spagna 1995

Ispirandosi ai diari di nonno Spender, Loach prova a spiegare il tradimento dei comunisti spagnoli nei confronti degli anarchici del POUM; dico prova perché, francamente, il tutto risulta molto schematico e il consueto linguaggio adottato dal regista non aiuta ad apprezzare il film. Ma, colpo di scena!, il film, nonostante tutto, mi è abbastanza piaciuto. Loach si cura poco di renderlo gradevole: gli attori sono generosi ma alcune scene (il funerale finale, p.es.) sono proprio imbarazzanti, il montaggio è grezzo e la costruzione della vicenda è scarna ed essenziale ai limiti della povertà. Comunque, anche se in modo confuso, Loach dice verità difficili da digerire e che è bene si sappiano. Sorprende invece, da parte degli intellettuali, lo stupore per le tesi che il regista fa sue (in un crescendo che scorre parallelo alla presa di coscienza del personaggio principale e che rende il film da imparziale a fortemente partecipato) visto che Omaggio alla Catalogna di Orwell diceva, e meglio, le stesse cose molti anni addietro. Evidentemente ha ragione Loach. (Vhs)

196-Ed Wood di Tim Burton, USA 1994

Biografia dei primi anni di carriera del “regista peggiore di tutti i tempi”: ne esce un ritratto affettuoso ma non agiografico; il regista era cane e con idee francamente strampalate e non si tenta, quindi, una improbabile rivalutazione di un genio incompreso: Burton preferisce indagare il rapporto umano tra Wood e l’amico Lugosi (figura tragica ben recitata da Landau) o i continui dissidi del regista con il mondo di Hollywood. La lavorazione dei film (estremamente divertente) fa il resto. Omaggio al cinema di una volta, che regalava divertimento con pochi mezzi e qualche idea, Ed Wood è un film che non rinuncia, dal punto di vista stilistico, a notevoli ricercatezze (nella mia ignoranza ho visto una marea di rimandi a Welles). Carino. (Vhs)

197-Come due coccodrilli di Giacomo Campiotti, Italia/Francia/Gran Bretagna 1994

I primi dieci minuti, giocati tra sogno e sognatore, promettono cose egregie, poi, con i titoli di testa e il risveglio del personaggio principale, la magia inizia a sfumare. Bentivoglio impersona uno yuppie che lavora in una casa d’arte: per raccontarcelo c’era proprio bisogno di ricorrere a tutti i luoghi comuni che hanno fatto la fortuna dei Vanzina? Peccato, perché tutto il film vive di questa schizofrenia: raccontato bene e con immagini incisive al passato, sbanda, e talvolta cade, quando la vicenda è spostata al presente; nelle sequenze dell’infanzia di Gabriele, il protagonista, viene messo in campo un repertorio tecnico di prim’ordine: belle inquadrature, continui movimenti di camera, fotografia sgranata in un bianco e nero virato seppia; tutto ciò, probabilmente per scelta (non trovando però un linguaggio altrettanto espressivo), non accade “al presente” e anche narrativamente la vicenda si sfilaccia un po’. Comunque il plot è buono e, tutto sommato, il film piacevole. Sono io un rompicoglioni. (Vhs)

198-Il buio nella mente di Claude Chabrol, Francia/Germania 1995

La Bonnaire è una parricida dislessica al servizio di una ricca famiglia borghese; conosciuta la Huppert, anche lei vagamente sfasata, la vicenda prende una brutta piega: assieme faranno una strage con la convinzione, visti i precedenti, di cavarsela ancora. Tratto da La morte non sa leggere , la spiazzante vicenda si conclude con un finale che lascia ancor più interdetti: la Huppert è investita mortalmente dal pulmino guidato dal parroco (un ironico castigo di Dio?) mentre la Bonnaire viene incastrata da una registrazione che si sente durante i titoli di coda e che il novanta per cento degli spettatori in sala avrà perso. Non particolarmente ricercato dal punto di vista registico, il film vive della finissima scrittura di Chabrol, delle straordinarie interpretazioni delle due bad grrrls e di un cast ben assortito (purtroppo la Bisset ha un viso tipo melone). Insomma, decisamente piacevole. La morale? Boh. Chabrol sfrutta al meglio la vicenda per le sue acide osservazioni sul mondo della borghesia, ma il finale punisce un po’ tutti: la morte non sa leggere e non fa distinzioni di classe sociale? (Vhs)

199-La seconda volta di Mimmo Calopresti, Italia 1995

In una Torino livida e piovosa si incontrano casualmente il professor Saievo, interpretato da Moretti, e una detenuta in semilibertà: scopriremo che è stata lei la materiale esecutrice dell’attentato che ha lasciato una pallottola nella testa del professore. Impossibile la riconciliazione, ha invece luogo un doloroso confronto. Accusato da più parti di dare una lettura troppo parziale del terrorismo (vedi polemiche di Cannes), il film, invece, predilige indagare l’intimità di due vittime, comunque, degli anni di piombo. Il fatto che il personaggio interpretato da Moretti dica certe cose le ha fatte automaticamente diventare ciò che Nanni pensa della stagione della lotta armata. Tutto ciò risibile: è ovvio che l’argomento non si può liquidare con qualche schematica argomentazione e, d’altro canto, non mi pare che la regia voglia esprimere più simpatia per Moretti che per la Bruni; semmai è il pubblico che non sa scindere il Moretti attore dal Moretti reale (colpa di Caro Diario?) e certo non aiuta la sua recitazione un po’ gigiona, che in troppi momenti ricorda un Michele Apicella invecchiato e incattivito. A ogni buon conto, il film mi sembra riuscito. E poi, inaspettata sorpresa, c’è Rossana (inappagata voglia di un’estate dei primi anni Ottanta): Champoluc vera fucina di attori! (Vhs)

200-La bella vita di Paolo Virzì, Italia 1994

In una Piombino devastata dalla crisi delle acciaierie si sfalda il rapporto tra Bigagli, operaio, e la Ferilli, commessa, tentata dalla bella vita a fianco di un imbonitore televisivo. Il film (che presenta il commento off di Bigagli a scandire gli avvenimenti) ha apici drammatici e intermezzi da commedia ma il risultato è abbastanza omogeneo e convincente: bravi e credibili gli attori (anche la ‘bbona) e ben tratteggiati i personaggi (vedi Ghini, per cui c’era il rischio caricatura). Finale non lietissimo ma con un messaggio di speranza. Oh suvvia!, gradevole. (Vhs)

201-Tre canti su Lenin di Dziga Vertov, URSS 1934

Meno avventuroso stilisticamente de La sesta parte del mondo, il film è diviso in tre “inni” che celebrano la figura di Vladimir Ilic Lenin: capiamo cosa ha fatto e cosa ha rappresentato, vediamo i suoi funerali e le manifestazioni di cordoglio e recuperiamo anche parte della sua intimità (la famosa panchina di tanti ritratti fotografici). Purtroppo, parallelamente alla reale mummificazione della salma del rivoluzionario, assistiamo anche alla mummificazione della rivoluzione e dei suoi cantori: se il film ha guizzi creativi e grandi idee di montaggio, sembra comunque meno spontaneo delle altre opere di Dziga (in realtà ho visto giusto La sesta parte del mondo - cfr. la moderatamente entusiastica recensione #159 - e L’uomo con la macchina da presa, autentico orgasmo della mente). Comunque, Vertov è un idolo delle massaie e il film è notevole. (Vhs)

202-Peggio di così si muore di Marcello Cesena, Italia/Francia/Spagna 1995

Dopo la delusione del televisivo Hollywood Party ho finalmente visto l’esordio cinematografico dei Broncoviz: niente di trascendentale, però spesso si sorride e talvolta si sghignazza pure, il che, visto lo stato di salute del cinema comico italiano (vedi Verdone o Benigni) è già un gran risultato. Tanti omaggi e citazioni (Hitchcock a profusione) ma anche troppa carne al fuoco: il risultato è disomogeneo e il finale manca completamente. Nonostante tutto si fa vedere. (Vhs)

203/204-Teorema e Porcile di Pier Paolo Pasolini, Italia 1968 e Italia/Francia 1969

E così, in due piovosi pomeriggi champolucchesi, Pier e io ci siamo scoppiettati questi bei film: se il primo pensiero, dopo la visione, è stato “meglio averli già visti che averli ancora da vedere”, già dopo poche ore potevamo riscontrare la potenza di questi due ostici mattoncini. Completamente sovversivi rispetto al linguaggio e ai temi della cinematografia corrente (da non apparire neanche datati, tanto sono imparagonabili, nella mia ignoranza, ad altre cose), girati con tremolanti cineprese a spalla e con un doppiaggio spesso approssimativo, con attori talvolta cani, talvolta straordinari.... Sconcertanti e intrigantissimi: sí, ho deciso così. (Vhs; 19 e 20/8/96)

205-I vitelloni di Federico Fellini, Italia 1953

Dopo tanti anni, una apprezzatissima seconda visione. Fellini compone un divertito e amaro ritratto della vita di provincia e racconta in modo struggente e nostalgico le aspirazioni e le delusioni di un gruppo di amici che rifiutano di crescere e affrontare le responsabilità della vita adulta. E poi: “Lavoratori della bassa...”. (Vhs)

206-Una vita difficile di Dino Risi, Italia 1961

A una superficiale visione si potrebbe equivocare per l’ennesimo personaggio alla Sordi (quelli che secondo Moretti ci meritiamo). Invece stavolta Sordi interpreta un perdente vero, di sinistra, non gretto come certi borghesi piccoli piccoli che poi l’Albertone nazionale avrebbe interpretato sino alla noia. Una vita difficile è drammatico e non autoindulgente; si ride e ci si commuove: tempi perfetti, caratterizzazioni ottime (la nobile famiglia monarchica, il palazzinaro corrotto, il mondo di Cinecittà con Gassman, Mangano e Blasetti), trama ottimamente calata negli avvenimenti storici e illuminanti sprazzi sull’allora presente (il boom, il consumismo, le vacanze, la macchina etc.). C’è anche un drammatico esame di Scienza delle costruzioni (io avrei fatto scena muta). Poco montaggio: bravissimi gli attori che reggono lunghi dialoghi e su tutti Sordi, che rinuncia con dignità a vendersi e continua la sua vita difficile. Bello! Il miglior Risi, senza dubbio. (Diretta TV su Retequattro; 26/8/96)

207-I mostri di Dino Risi, Italia/Francia 1963

21 episodi per raccontare i “mostri” che infestano il Belpaese. Si ride e si mastica amaro perché le cose, da trent’anni a questa parte, sono di gran lunga peggiorate. Gassman e Tognazzi sono bravissimi; gli episodi sono invece di discontinua qualità e talvolta affiora un po’ di noia. Comunque piacevole e con due o tre episodi assolutamente esilaranti. (Vhs)

208-Il tulipano nero di Christian Jaque, Francia/Italia/Spagna 1964

Porcata in costume che Barbara mi ha costretto a vedere, sostenendo di averlo confuso con un non meglio identificato La primula rossa. Chissà se nello scambio non ci abbiamo addirittura guadagnato... Ambientato durante la rivoluzione francese e interpretato da Delon e dalla Lisi (espressivi come non mai), è pressoché girato tutto in “effetto notte” (chissà poi perché), è ideologicamente confuso (pro rivoluzione) ed è disarmante nella sua infantile semplicità narrativa e formale. Un disastro da un regista dal passato glorioso, come ho recentemente scoperto. (Diretta TV; 27/8/96)

209-Il postino suona sempre due volte di Tay Garnett, USA 1946

Il classico... mah! Direi ondivago: prima “nero” poi “giudiziario” con qualche concessione al patetico... tutto sommato deludente. Non colpiscono né gli attori né la loro direzione e il film risulta francamente incerto. Visto in televisione in un piovoso pomeriggio d’agosto, abbiamo sostanzialmente perso due ore. (Diretta TV; 26/8/96)

210-Clerks di Kevin Smith, USA 1994

Seconda visione dopo poco più di un anno: esile, carino e furbetto; nulla più. (Vhs)

211-La grande illusione di Jean Renoir, Francia 1937

Eh sí, bellissimo. Personalmente ho preferito la prima parte (il Renoir più giocoso e divertito) alla seconda; comunque magnetico. (Vhs)

(CONTINUA – 6)

Pubblicato Settembre 28, 2008 11:06 AM | TrackBack

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