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Tra il Pollino e la Sila, il Tirreno e lo Jonio, nella terra degli antichi Brettii, gli zingari si sono stratificati nel corso dei secoli, disseminandosi qua e là a grappoli, tipo cozze. Ma tutti fanno finta di non saperlo. Perché sarebbe amaro ammettere che siamo stati noi a trasformare una piccola parte di loro in agguerriti soldatini e colonnelli della 'ndrangheta.

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di T. Pulsinelli
superciukpulsinellimini.jpg[...]Alla fine, per il ritorno della critica è indispensabile la memoria, la densità del passato sulle evanescenze del presente. La forza della tragedia sulla moderna rappresentazione, ridotta a cabaret e colate laviche di figurine. Una coatta collezione di album Panini a vita...

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di V. Evangelisti
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di F. Santi
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di N. Ordine
hadotmini.jpg"Io credo che, in un ambito filosofico, l'"esercizio spirituale" possa considerarsi come una pratica volontaria, tutta personale, destinata a provocare una profonda trasformazione dell'individuo, una profonda metamorfosi del sé."

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di G. Gadaleta
jaumecabremini.jpgIl clericalismo è potere. Mezz’ora fa ero in Vaticano a piazza San Pietro e guardavo quanta gente c’era, i souvenir, il merchandising, e ho pensato questo è il vero potere. Non tanto perché ci sono i turisti o perché vendono rosari, ma perché hanno avuto un potere sui corpi e sulle anime.

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di S. Fattori
fabbriche_big.jpgI due cadaveri, quello che ne è rimasto, due straccetti impolverati addosso a delle ossa, sono stati rimossi e portati al compattatore. Alla cerimonia non hanno presenziato nemmeno i parenti più stretti, nessuno ha mai denunciato la loro scomparsa.

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di S. Fattori
fabbriche_big.jpg La forza del mio rancore è sterile, l’energia del kapetto si esprime verso aspetti concreti legati all’organizzazione e alla gestione della forza lavoro. È orientata correttamente. È la forza del carnefice.

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di S. Fattori
fabbriche_big.jpg È mission della Cattedrale essere riconosciuta dal cliente come il migliore dei fornitori, standard di qualità altissimi, poche parti di scarto per milione di parti prodotte. Si ambisce alla perfezione.

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di Azzurra D'Agostino Quando si svegliò quella mattina il cielo riposava zitto come un sasso sul fondo del fiume. Neanche...

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di Chiara Vozza Lui ha estratto il caricatore. Lei si irrigidisce – muscoli della mascella contratti, la lingua ritratta preme...

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di Massimo Maugeri [Massimo Maugeri, autore di un romanzo molto bello e molto sconcertante per la sua insolita attenzione al...

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di Alan D. Altieri
bomb_vietnam.gif Gli Stati Uniti d’America sono una nazione determinata a usare la guerra solo quale estrema risorsa per difendere le vite dei propri cittadini e l’integrità del proprio territorio. Giusto? Sbagliato.

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di A.D. Altieri
house_of_bush.jpg Grandi saggi del passato ci hanno insegnato che sono due i demoni primari dell’essere umano: avidità & paura. Non necessariamente in quest’ordine. Poche categorie professionali si fanno possedere da questi due demoni come finanzieri d’assalto e agenti di borsa.

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di A.D. Altiericrisi.jpgGli Stati Uniti d’America - cuspide del capitalismo rampante del Terzo Millennio, locomotiva della produzione industriale globale - continueranno a essere LA forza trainante della crescita economica planetaria. Giusto? Sbagliato.

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Fucilazioni di massa, esecuzioni sommarie, rappresaglie, morti per fame e malattia nei campi di concentramento: l'occupazione italiana dell'ex-Jugoslavia nel 1941-43.

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di Claudia Cernigoi [Claudia Cernigoi, giornalista triestina, è l'autrice dell'importante ricostruzione storica Operazione "foibe" tra storia e mito (KappaVu, Udine...

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telese.jpg"Questa recensione a firma Valerio Marchi è apparsa su Carta n.10 (13 marzo 2006). Ora fa parte di un bello speciale dedicato dalla rivista a Valerio..." [WM1]

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borghinicovermini.jpgPubblichiamo un estratto dal bel romanzo Il Tango dell'Angelo Perduto, una storia nera che riporta ai tempi della dittatura argentina, a una Buenos Aires da affrontare con il coraggio dei reduci, alla ricerca senza fine di un'identità solo apparentemente "desapacida"...

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di Gioacchino Toni Steve Wright, L'assalto al cielo. Per una storia dell'operaismo, 2008, Edizioni Alegre, Roma 2008, pp. 336, 20,00...

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Strategie d'esclusione. Un'intervista con Giuseppe Faso

a cura di Alberto Prunetti

Giuseppe_carmilla.JPGGiuseppe Faso è uno dei più attenti osservatori dei fenomeni di razzismo che — a livello istituzionale e popolare — stanno ammorbando l’atmosfera del sedicente “bel paese”. Sono riuscito a intervistarlo per Carmilla strappando un po’ di tempo a una campagna fitta di presentazioni del suo Lessico del razzismo democratico (Deriveapprodi, 2008), di cui Carmilla ha già dato notizia pubblicando alcuni brani (qui e qui).

_Nel titolo del tuo libro parli di esclusione. Sicuramente il processo di esclusione sociale sembra attraversare tante storie di vita dei migranti. Eppure, se proviamo a guardare a quanto sta accadendo con un’ottica più grandangolare, la sensazione è che ci troviamo di fronte a una sorta di “inclusione differenziata”, subalterna. Che ne pensi?

Certo, la maggior parte delle volte (e per la maggior parte delle agenzie coinvolte) la mira va all’inclusione subordinata – e magari gerarchizzata. Il termine “esclusione” conserva, mi pare, una sua utilità, perché comunque è attraverso l’esclusione, evidente e documentabile, dai diritti che si ottiene un’inclusione subalterna – che per quanto plausibilissima e da me condivisa rimane un’interpretazione. Ma è più che probabile che gli “stranieri” non li si cacci davvero via, li si vuole piuttosto sottomessi e a basso costo.

_Si continua a parlare di “sicurezza”, l’argomento al centro di ogni agenda politica. La gente si dichiara “insicura”, si percepisce “insicura”. Eppure, statistiche ufficiali alla mano, le città italiane sono molto più sicure della maggior parte di quelle europee e delle stesse città italiane di venti, trenta anni fa. Chi sta costruendo questa “percezione dell’insicurezza”? Esiste un mercato politico dell’insicurezza?

Il marketing sull’insicurezza è relativamente autonomo rispetto ai dati sui reati e – mi si permetta – sugli inconvenienti, i rumori, il leso decoro, etc. L’ insicurezza inoltre ha a che fare con la crisi di altri tipi di sicurezza: pesano sulla percezione l'insicurezza di origine esistenziale (mancanza di "security") e l'incertezza cognitiva (mancanza di "certainty"), convertite dai politici (incapaci di dare risposte serie) in allarme per la mancanza di sicurezza personale ("safety"). Chi promette sicurezza imbroglia, perché nel suo discorso le fonti più oscure della nostra insicurezza vengono rimosse, e si dà un volto concreto al nemico/estraneo che, presente in mezzo a un "noi" così ricreato, viene individuato come portatore di pericolo.

_Il motivo dell’insicurezza ci porta al tema dei sondaggi. Quasi ogni politico, giustificando una nuova legge che produrrà più esclusione e una generale riduzione dei diritti, solleva l’argomento “la gente ce lo chiede”, “la gente pensa questo”. Cosa pensa la gente, il politico lo sa dai sondaggi. Ma chi costruisce un sondaggio? E in che modo? A che fine? Chi ci guadagna?

Basta leggere con attenzione la formulazione dei sondaggi giornalistici – o anche di alcune più avventurose agenzie – per rendersi conto che non sono condotti per fare da specchio dell’opinione pubblica, ma per influenzarla, agendo da sorgente di panico.

_E la devianza? La criminalità? Ma davvero gli stranieri delinquono più degli italiani? Si sente sempre parlare nei telegiornali di “stranieri” stupratori, ma se poi vediamo le statistiche del Ministero degli Interni le cose sono molto diverse. Come si costruisce la criminalizzazione dello straniero?

Non sono possibili statistiche su chi delinque, ma su chi viene acciuffato, indagato, denunciato condannato. E’ disonesto interpretare i dati a prescindere dalle agenzie di criminalizzazione, a partire cioè dalle polizie (che in Italia sono tante, e risentono in maniere diverse di variazioni storiche e geografiche). Se il Ministero degli interni ci dice che 5 presunti autori di furti su 100 vengono denunciati, mentre per i venditori di accendini e blue-jeans contraffatti la percentuale sale a 83, è evidente che l’informazione più rilevante riguarda l’attività della polizia, bravissima, oggi, ad acciuffare i venditori e incapace di individuare gli autori del 95% dei furti. Tenendo conto di tali preferenze va letta anche la criminalizzazione dello straniero, esposto più degli autoctoni ad altri momenti-chiave dei processi di criminalizzazione: dalle telefonate di chi si sente inquieto per una faccia che non ha mai vista (soprattutto se incoraggiato a farlo da amministratori e giornalisti) o irritato da comportamenti goffi nell’uso degli spazi pubblici o condominiali o del cassonetto della spazzatura, all’uso così frequente di affidare ad avvocati d’ufficio, spesso propensi a patteggiare, persone poco consapevoli dei propri diritti di difesa.

_Che cosa dice la gente quando parla di “integrazione”? Perché i migranti “devono integrarsi”? Forse la società italiana è “integrata”? E’ un tutto coeso, unitario? Questa retorica dell’integrazione, utilizzata spesso in senso positivo da molti operatori, da persone che collaborano e offrono sostegno ai migranti, andrebbe forse ridiscussa?
A chi fa notare che “integrazione” in realtà significa assimilazione, spesso si ribatte che integrazione vuol dire interazione. Ma come tutti possono constatare, si declina il verbo (“integrar-si”, “integrato” etc.) in maniere che escludono la traducibilità con “interagire”. Si esclude così che la società di accoglienza esca diversa dalla presenza di immigrati.

-Nel tuo lessico sostieni che “diciamo etnia o cultura, ma intendiamo razza”. Questo è un argomento molto interessante. Perché si dice “individui di etnia rumena”? Che uso si fa di questo termine? Perché “noi” siamo individui, cittadini, e “loro” sono “etnie”?

La domanda sul comportamento linguistico di molti politici e giornalisti va girata a loro, magari interrompendoli con una pacca sulla spalla o – se tecnicamente necessario – con un urlo: “Ma che cazzo dici?”. Con “etnie”, attribuito rigorosamente solo agli “ altri” (a parte il caso pietoso di autoetnicizzazione da parte della Lega) ci si rappresenta come cittadini di una società complessa, mentre “loro” sono tribù. Si realizza in questo modo l’esatto opposto, rinchiudendosi in una logica tribale, senza imparare nulla da chi si muove al confine tra province di senso.

-Sto ancora girando attorno a questo “noi”. Anch’io mi ritrovo, spesso mio malgrado, a usare questo termine, a parlare in prima persona plurale. Ma non sarebbe il caso di provare un po’ a smontarlo questo noi? Diciamo tutti la stessa cosa, quando diciamo noi?

“Noi” spesso è un richiamo all’ordine della tribù cui si appartiene, altri sono : “lo sanno tutti che”, “è un dato di fatto che”, “si sa”, “si è sempre fatto così” (detto peraltro di un’abitudine senza storia), etc. Chi dice “noi” spesso costruisce identità fittizie, prive di spessore storico e di complessità, incapaci di attività che non siano la festa paesana o la chiusura sospettosa nei confronti di chi ha comportamenti appena appena meno banali. Chi sospetta di ogni aquilone, non costruito in casa o comprato all’ipermercato dell’angolo, si condanna alla mancanza di senso.

_Anche il concetto di cultura come viene usato? Mi sembra che le culture, invece si essere un elemento poroso, relazionale, stiano diventando delle essenze, dei paradigmi di diversità. Qual è il tuo parere su questo elemento?

Il trionfo dell’uso “antropologico”, ma degradato, di cultura, ha segnato l’abbandono di ogni elemento ideale e di tensione (la cultura come sforzo di essere migliori, di costruire manufatti o discorsi apprezzabili a distanza di secoli e di continenti) e la giustificazione di ogni comportamento proprio, fino all’omicidio per la presunta sopravvivenza, o il sospetto di ogni comportamento “altrui”, non più visto come stimolo alla crescita sociocognitiva. Ci si condanna alla banalizzazione della vita, alla immobilizzazione dei significati: un mondo di zombie contento delle briciole di chi comanda.-

[PS: Si ringrazia Laura Albano per la fotografia di G. Faso]

Pubblicato Giugno 29, 2008 09:39 AM | TrackBack

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