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della Redazione di Carmilla
dallago3.jpg Eroi di carta, un libro contro Gomorra e il suo autore: vi spieghiamo perché è meglio leggere un poliziesco (come diceva Brecht).

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La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall'Afghanistan. Che poderoso libro, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c'è da dire, non una necessaria parola di meno, non un'inutile parola in più. Buona lettura. Red.

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di Giuseppe Genna Amico personale di Meucci, Morse e Bell. Confidente di Ramsete III. Grande estimatore del brodo primordiale (la...

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La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.

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Europa senza autonomia e dignità

di Tito Pulsinelli

AllanMacDonald.jpgAumenta il prezzo del petrolio e dei cereali, sprofonda in cantina il dollaro. Di chi è la colpa? All’unisono, la megamacchina mediatica scandisce: è l’egoismo dei Paesi petroliferi che rifiutano di aprire i rubinetti di una risorsa in via di esaurimento. La dinamica è un’altra: crolla il dolaro e vanno alle stelle i prezzi del grano, mais e riso. Perchè?
Solo gli Stati Uniti possono emettere liberamente la quantità di dollari che ritengono preferibile. Al di fuori di ogni controllo, non c’è contropartita in oro, né il retroterra di un’economia ormai vedova di crescita ed espansione, sposa poligama dell’indebitamento interno ed estero.

La speculazione dei “future” è il vero elemento di perversione e di esplosione dei prezzi. Perché? I regolamenti della “Commodity Future Trading Commission” del governo degli Stati Uniti permettono dei contratti sul Nymex anticipando solo il 6% di una fornitura petrolifera. Poi c’è l’indebitamento, si richiede un prestito, e con questo si paga il resto della fattura.
Con il barile a 128 dollari, lo speculatore deve disporre di soli 8 dollari per ogni barile, gli altri 120 li cerca in giro e i consumatori pagano i relativi, onerosi interessi.
Questo potere eccezionale di casta, detto del 16 per 1, fa schizzare inevitabilmente in alto i costi, e rappresenta circa il 60% del prezzo del barile, scaricato interamente sui consumatori.

Finora la Borsa di New York e quella di Londra erano padrone assolute della produzione mondiale degli idrocarburi, perchè pagavano con una moneta che era sganciata da tutto e che – attualmente - si svaluta al ritmo del 30% all’anno.
Il famoso shock petrolifero del 1972 fu provocato da una svalutazione del 40% del dollaro di fronte al marco tedesco. Una semplice influenza rispetto all’attuale infarto di una svalutazione simultanea rispetto a tutte le altre monete, nonché sull’oro, argento, materie prime e cereali.
Ora impera una terribile equazione: l’1% di svalutazione del dollaro determina automaticamente un aumento del barile di 4 dollari. Viceversa, se il dollaro si rivalutasse del 10%, il petrolio diminuirebbe di ben 40 dollari. Incredibile, ma vero.

Quanta benzina, nafta, olii, lubrificanti e altri derivati si ricavano da un barile di petrolio? Questo è un segreto molto protetto dalle multinazionali, su cui i politici fanno scena muta. C’è chi sostiene che si ottengono 135 litri di carburante, altri dicono che sarebbero 85, ma tutti concordano che la parte più succulenta starebbe negli utili che scaturiscono dagli innumerevoli derivati.
Infine, il capestro del 65% di tasse che la zona-euro applica ai consumatori di combustibili: una gabella riscossa dai benzinai, dove non si differenziano i redditi e lo status sociale dei consumatori.

Se due più due facessero quattro, i consumatori dovrebbero agire contro l’esagerata estorsione fiscale dell’Unione Europea e l’avidità smisurata delle compagnie petrolifere che – fino a prova contraria - sono quelle che stanno facendo affari d’oro con il caropetrolio.
La politica del compro oggi e vendo l’anno prossimo, è una scommessa a favore del rincaro continuo degli idrocarburi. L’Iran dice che la Exxon e Washington stanno accantonando ingenti risorse finanziarie per poter mettere mano al sottosuolo dell’Alaska, cioè iniziare perforazioni di grande complessità che richiedono volumi di capitali elevati.
Il tempo stringe, tra nove anni gli Stati Uniti non avranno nessuna produzione interna. Rimane l‘Alaska, l’annessione-appropriazione (o privatizzazione) dei giacimenti messicani nel Golfo del Messico, il petrolio africano da sottrarre alla Cina o la manu militari contro il Venezuela.

E’ chiaro che tutto questo si riflette in maggiori costi nel settore agricolo. Com’è possibile, però, spiegarsi i prezzi del riso quadruplicati negli Stati Uniti e la limitazione delle quantità acquistabili nei supermercati? Il costo dei concimi non si è moltiplicato per quattro. Inoltre, considerando la svalutazione galoppante, l’attuale prezzo del petrolio equivale al valore reale di circa 100 dollari del 2007.

Da tutte le parti è stato segnalato che gli agro-combustibili non sono altro che alimenti sottratti alle bocche e immessi nei motori. Brasile e Stati Uniti sorvolano su questo e aumentano le superfici fertili destinate all’etanolo. Bush e Unione Europea confermano le sovvenzioni all’agro-industria, anche quando non producono più alimenti per uso commestibile, ma si oppongono a ogni intervento a favore dei consumatori e al controllo dei prezzi.

Non merita molti commenti il cinismo di chi mette sotto accusa i nuovi “irresponsabili” consumi alimentari della Cina e dell’India. Che dovrebbero fare dei loro nuovi redditi? Comprare solo videogiochi e telefonini?

L’aumento iperbolico del cibo è la risposta selvaggia del sistema bancario e delle multinazionali “occidentali” al rialzo dei prezzi delle materie prime. Recuperano con i cereali quel che hanno perso con le nazionalizzazioni dei giacimenti in Iran, Russia, Venezuela, Bolivia, Ecuador, e con l’incompiuta depredazione dei pozzi iracheni.

La casta finanziaria del mondo industrializzato punta a neutralizzare il ritorno degli Stati in questioni vitali come la regolazione della offerta, il controllo dei prezzi, le limitazioni alle esportazioni per dare priorità al consumo interno dei paesi produttori.
Vogliono recuperare il terreno strategico perduto e accelerare l’accumulazione di eccedenti finanziari con una speculiazione senza limiti. E se c’è da sottoalimentare o affamare: no problem, il mercato è libero e sovrano, tutto il resto è volgare demagogia “populista”.

In questo sinistro panorama affiora un’unica evidenza: il dollaro non è più in grado di svolgere la funzione regolatrice degli scambi mondiali. E’ diventato un fattore moltiplicatore di volatilità e incertezza. Il buon senso imporrebbe che il primo passo sarebbe metterlo da parte, e rimpiazzarlo con un paniere di monete. Invece, l’Unione Europea sembra dimenticarsi che dispone di uno strumento denominato euro.
Dal maggio 2008, l’Iran iniziò a firmare contratti gasiferi e petroliferi con i prezzi fissati soltanto in euro. E’ comprensibile che la cosa non sia gradita a Washington, ma sgomenta la condotta masochistica della Commissione di Bruxelles. La Svizzera, invece, ha appena firmato un contratto con l’Iran, e un gasodotto convoglierà dirattemente i rifornimenti dei prossimi venti anni.

Sembra che la risposta alla dipendenza energetica - che è un fatto reale, visto che il buon dio ha piazzato le risorse energetiche nelle terre degli infedeli, dei “populisti” o dei “poco democratici” - sia quella di fiancheggiare gli oltranzisti d’oltreoceano, a riprendersi l’energia e i minerali con gli argomenti marziali della NATO.

L’Europa dei “cinque indicatori macroeconomici” come uniche tavole della legge, confinata dai banchieri centrali al ristretto perimetro di mercato e moneta, priva di una politica estera coerente e credibile, senza un progetto geopolitico autonomo e sovrano, è destinata alla subalternità.
E’ demograficamente vecchia, sovrappopolata, senza materie prime, senza fonti proprie di energia e abbastanza inquinata.

Sacrificherà ingenti risorse alle teconologie militari, investite in un apparato bellico su di cui non eserciterà un effettivo controllo, visto che è posto sotto il comando reale degli Stati Uniti. Al servizio della sua politica internazionale, che può appena tollerare il blocco europeo come gigante economico, ma alla condizione definitiva di nano geopolitico senza trazione propria.
Non basta aver sacrificato lo storico e peculiare contratto sociale e l’assetto dello Stato del welfare, ora l’Europa della finanza ha scelto di irrigidire ancor più la sua struttura interna.

La criminalizzazione del soggiorno non autorizzato e l’innalzamento a 65 ore del tempo di lavoro esigibile dai salariati, sono un piccolo antipasto del nuovo menù della carestia. Spremere subito fino all’osso i braccianti stranieri, poi i salariati con regolare carta di identità, mentre gli infortuni sul lavoro sono tornati ai livelli del dopoguerra. A quando il ritorno al lavoro infantile e al cottimo?

L’impalpapibile “democrazia rappresentativa” sta lasciando la mano libera a governi che devono sopperire con l’autoritarismo al declinante consenso, alla crescita zero stabile, preambolo al crollo del modello di sviluppo seguito sinora e dei miti globalisti.

Nel nuovo scenario del multipolarismo, la rinuncia a un ruolo geopolitico autonomo, proporzionato alla gerarchia della sua economia, condanna l’Europa a permanere come terza sponda degli Stati Uniti, anche quando è francamente in luna calante. Mentre il centro di gravità si disloca tra il Pacifico e il sud, il G8 insiste ad auto-rappresentarsi con uno status fittizio. Ignorano il nuovo che è già emerso: la gerarchia reale dell’India, Cina, Brasile e Russia.
Non si tratta solo di boom, economie crescenti, sono a tutti gli effetti i nuovi attori globali attorno al tavolo del multipolarismo. Quello in cui l’UE rinuncia a sedere con una identità definita, e così non contribuisce al nuovo equilibrio internazionale, né ad allontanare lo spettro della guerra.

L’UE è ostaggio del permanente boicottaggio britannico e dell’ipernazionalismo della Polonia. Per l’atavico sogno di dominare dal Baltico fino al Mar Nero, Varsavia asseconda Washington come vassallo perfetto: militarizza, destabilizza, concede basi e si presta per erigere una barriera con l’Eurasia. Vale a dire l’orizzonte del nuovo asse di potere emergente.

C’è qualcuno che ricorda Jacques Delors? Perse la partita con gli adepti autoritari dei “cinque indicatori macroeconomici” come unica bussola. La sua proposta di Europa a “due velocità” ha ceduto il passo all’Europa-matrioska. Oggi è un contenitore che racchiude al suo interno varie cose: la NATO, poi i valvassini baltici che ambiscono a un ruolo di “NATO nella NATO”, e infine la fronda permanente guidata da Londra che minaccia una “sub-Unione europea nella UE”.

I fondamentalisti di Bush hanno fatto fiasco su tutto – all’interno e internazionalmente - ma l’unico bilancio positivo possono vantarlo con l’Europa, dove hanno dato continuità alle politiche di Kissinger e Brzezinski.
Dopo lo storico, fallimentare bilancio degli “Stati Uniti contro tutti”, del “o con me o contro di me”, assisteremo al rilancio di una sua versione corretta e riattualizzata in “NATO contro tutti”?

Pubblicato Giugno 20, 2008 03:00 AM | TrackBack

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