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Sulla necessità del romanzo storico per la vita della mente

di Girolamo De Michelewallenstein.jpg

a proposito di: Alan D. Altieri, Magdeburg – Il demone, Corbaccio, 2007, 660 pp., 19.60 euro; Sergio Valzania, Wallenstein. La tragedia di un generale nella guerra dei Trent’anni, Mondadori, 2007, 256 pp., 18 euro

Partiamo da una necessaria premessa: non esiste in questo momento in Italia una tendenza o una moda editoriale, più o meno indotta da un fantomatico turbomarketing, al romanzo storico. Con buona pace di chi fino a ieri abbaiava al “realismo thrilleristico” ed oggi crede di veder sorgere un'altra luna contro cui ululare, nel paese di Manzoni, De Roberto e Cuoco romanzi storici se ne sono sempre scritti: è nel DNA della nostra narrativa. Né esiste una tendenza al romanzo storico unico, o “d’eccellenza”: ci sono buoni e cattivi romanzi storici, tra i molti che ogni anno vengono pubblicati.

E dunque ci sono anni buoni, ed anni meno buoni, per il romanzo storico; il 2007 è stato un anno ottimo, grazie a due (o forse tre: ci ritorneremo) romanzi storici: Manituana dei Wu Ming e il terzo volume della trilogia (che di fatto è un unico romanzo di 2000 pagine) Magdeburg di Alan D. Altieri: Il demone [qui la recensione di Evangelisti del primo volume]. Altieri_demone.jpgDue romanzi molto diversi per concezione e metodo: Manituana assume un approccio critico alla storia, svelandola come un prodotto dell’agire umano dal quale prendere le distanze senza per questo potervi rinunciare, mentre Magdeburg si immerge, con intento archeologico, in un passato che vi viene svelato non solo simile – fin troppo! – al nostro presente, ma propedeutico alla comprensione del futuro che stiamo costruendo. Ora, capita che la conclusione di Magdeburg – un’opera che ha impegnato il sanguigno romagnolo Sergio (in arte Alan D.) Altieri per 15 anni di ricerche e 3 di scrittura – esca quasi in contemporanea con il saggio dello storico cattolico Sergio Valzania su Wallenstein. E capita che il confronto tra un romanzo e un saggio storico che trattano lo stesso evento, la Guerra dei Trent’anni, abbia molto da insegnarci sulla necessità del romanzo storico, e sulla sua superiorità, per certi aspetti almeno, nei confronti del saggio.
A dispetto di apparenze e distinguo accademici, romanzo e saggio storico appartengono entrambi al genere narrativo. In entrambi è messa in scena non la storia come accadimento (la Geschichte, in tedesco) ma la storia come narrazione: quell’Historie della quale Nietzsche indagava l’utilità e il danno per la vita. In entrambi si svolge non il tempo della storia, ma il tempo raccontato: non i fatti, ma la loro narrazione, come a suo tempo dimostrò Paul Ricoeur. In entrambi il tempo della narrazione raccorda il tempo del lettore (la sua coscienza) col tempo storico: entrambi permettono quindi la valutazione critica del lettore, a partire dalla soggettività del narratore. Vazania_Wall.jpgNel caso in questione, abbiamo un buon libro storico – il Wallenstein di Valzania, che sintetizza in modo utile alcune importanti opere (storiche e letterarie) sul condottiero boemo. Ci sono, in questo Wallenstein, un paio di scivoloni: quando Valzania insinua un possibile intervento miracoloso nella defenestrazione di Praga (Slavata e Martiniz, che invocò il soccorso della Madonna, furono gettati in realtà non nel vuoto, ma sul cumulo di spazzatura sottostante la finestra che preesisteva all’invocazione, e non fu miracolosamente creato ex nihilo); e quando, negando valore alla storiografia “protestante”, fa ricorso al solo inviato asburgico Diodati per ricostruire la battaglia di Lützen. Ma sostanzialmente il lavoro di Valzania è accurato (forse inferiore per competenze militari ad Altieri – ma il merito è del narratore, in questo caso), e la tesi che intende dimostrare è esposta con chiarezza, senza sotterfugi argomentativi: una sostanziale rivalutazione della politica asburgica, ottenuta separando gli intendimenti del ramo spagnolo da quello austriaco. Più sottile è invece l’iscrizione delle forze protestanti nel campo dei “cattivi”, laddove le figure cattoliche sono quasi sempre viste in una luce positiva. All’interno di questo quadro, una riabilitazione di Wallenstein, visto come uomo d’affari più che di guerra (Charles Tilly, nel suo L’oro e la spada, lo definisce giustamente “imprenditore militare”), la cui condotta dopo la battaglia di Lützen è improntata alla consapevolezza dell’inutilità della guerra e della necessità di una conclusione diplomatica per un conflitto che sembra sfuggire di mano a tutti i protagonisti. Ma qualcosa, al di là della tesi generale, non convince: per rivalutare Wallenstein, Valzania scompone gli eventi per analizzarli partitamente, finendo per mancare il quadro d’insieme, laddove Altieri, pur limitandosi a due soli anni (1630-31), fornisce un quadro generale allucinato e apocalittico, dominato dalle brame di potere e dal «dio conio», nel quale sfumano sino all’indistinzione le differenze politiche e religiose. Bisogna allora chiedersi cos’è stata, e cos’è oggi per noi, la Guerra dei Trent’anni: un evento talmente importante che Brecht, nell’introdurre la sua Madre Courage (l’opera teatrale dedicata a questa guerra), ne rintracciava l’origine, con un tratto degno della storiografia di lunga durata, nella sconfitta dei contadini tedeschi a Frankenhausen (1525). La Guerra dei Trent’anni è all’origine dello Stato moderno, dell’Europa come sistema degli Stati nazionali, dopo il fallimento del disegno di una Res Publica Christiana riconosciuto da Carlo V con la pace di Augusta e rimesso in discussione dall’imperatore asburgico Ferdinando II e dall’inconsulta (con buona pace di Valzania, su questo punto poco lineare e di fatto contraddittorio) politica del Conte Duca Olivares. Tra la revoca delle condizioni sancite ad Augusta con l’Editto di Restituzione e la sconfitta del disegno asburgico, nell’arco di un trentennio, altre alternative erano possibili. Se il giurista cattolico reazionario Carl Schmitt (che tante menti della sinistra ha negli anni Ottanta affascinato) rimprovera all’imperatore Ferdinando II di non aver instaurato un governo assolutistico revocando le libertà germaniche e usando come strumento Wallenstein (La dittatura, 1921), Charles Tilly ha lasciato intravedere come lo Stato moderno sia nato dall’inglobamento della macchina da guerra finanziaria costruita da Wallenstein: una macchina fondata su un ben oliato «sistema di racket» che costituiva di fatto un diverso modo, alternativo rispetto al monopolio della violenza da parte dello Stato, di organizzare e amministrare il territorio attraverso la combinazione di apparati fiscali e potenza militare. È in questo senso che la Guerra dei Trent’anni rappresenta la vera radice dello Stato moderno: ne contiene le alternative mancate, quelle che oggi si ripresentano nell’epoca in cui la crisi dello Stato nazionale si dà secondo le modalità proprie dello Stato nazionale, dalle dinamiche della guerra preventiva (lo ha sottolineato di recente Negri, ripubblicando il suo Descartes politico) alla comparsa di istanze sovra o extra-statuali come forme di comando economico. Il tutto, sotto il segno tragico della guerra come dimensione esistenziale, come tragico specchio della condizione umana. Ed è qui che Altieri ci dice, e ci lascia intendere, più di Valzania: il folle sogno imperiale del suo Reinhardt von Dekken ci parla con molta più chiarezza degli esegeti schmittiani del senso che avrebbe avuto il passaggio dal simulacrum potestatis alla plenitudo potestatis invocato ieri da Schmitt (che parlava del ‘600 per intendere il ‘900) ed oggi tentato dal governo americano su scala globale. ad_altieri.jpgMentre i Wu Ming ci raccontano la radice prima dell’Impero americano nel narrarne l’origine, Altieri attraverso i conflitti tra i difensori della “vera fede” ci parla con chiarezza del vero senso di questa radice cristiana dell’Europa e di una religione che ha smesso di generare massacri, roghi di massa e guerre civili solo quando è stata spoliticizzata e ricondotta all’ambito suo proprio delle coscienze private. Al di là dei dettagli (2000 pagine di avvincente narrazione contengono materiale sufficiente per innumerevoli collegamenti tra il passato e il presente), è il taglio gotico-apocalittico scelto dall’autore a darci il quadro emotivo all’interno del quale capiamo che Magdeburg, la città della vergine violata e stuprata, è Jugoslavia, Irak, Ruanda o Darfur; che i dragoni tedeschi piuttosto che svizzeri o svedesi cavalcano ancora la terra, come macabri cavalieri dell’Apocalisse; che donne, bambini, reietti, eretici sono ancora vittime, ieri delle rifeudalizzazioni, oggi delle privatizzazioni dei beni primari (Negri); che, come urla il Dekken, «nessuna carne sarà risparmiata». Che oggi siamo ricaduti in una Guerra dei Trent’anni globale, perché dalle condizioni dettate da quella guerra e dalla sua conclusione non eravamo, in fondo, mai usciti: se per lo storico cattolico la storia è incomprensibile agli uomini che vi si dibattono, ma tutto sommato sottesa da un senso che si realizza negli accadimenti, per il romanziere apocalittico-nichilista, la storia è un caos informe al quale solo gli uomini possono cercare di dare un provvisorio senso.
E se ancora un merito possiamo cercare in questa trilogia, per ricompensare le ore di sonno che ci ha sottratte, è che forse, come i due misteriosi protagonisti Wulfgar e Deveraux (senza dimenticare la splendida Madre Erika, una delle più toccanti figure femminili della narrativa italiana degli ultimi anni, a dispetto della evidente misoginia dell’autore), l’unica salvezza per l’occidente è nella fuoriuscita dall’Occidente, dalla sua mentalità, dai suoi pre-giudizi e stereotipi: non per esaltare inconsultamente un qualche destino orientale, ma per (ri)scoprire non in qualche presunta salvifica radice, ma in una concreta alterità, una diversa identità. Un radicale processo di disindividualizzazione: o, nel minore dei casi, un necessario bagno di umiltà.

Postilla

Abbiamo parlato, nietzscheanamente, di un romanzo storico-critico (Manituana) ed uno storico-archeologico (Magdeburg). A completare il 2007 va citato Quell’antico ragazzo. Vita di Cesare Pavese di Lorenzo Mondo (Rizzoli, 239 pp., 17.50 euro), libro biografico e al tempo stesso critico su Cesare Pavese:anticoragazzo_LorenzoMondo.jpg un romanzo storico-monumentale che ci mostra un grande narratore, minuziosamente ed amorevolmente accompagnato per le strade della sua città e delle sue campagne, seduto alle scrivanie della sua casa editrice, per dirci come questa grandezza è stata ieri possibile ed invitarci a ricrearla domani. In attesa di un romanzo che, dopo l’America e l’Europa, vada alle vere radici dell’Italia, che sono nella temperie disegnata dalla sconfitta delle utopie umanistiche e la rifeudalizzazione spagnoleggiante, col suo portato di sottomissioni e insorgenze, di assunzione passiva degli stereotipi stranieri sull’Italia come identità italiana (la nazione femmina, cattolicissima, indomita ma desiderosa di essere domata, ecc.), di contro-riforma e fuga dei cervelli, teorici e pratici, verso il nord-Europa: possiamo ribadire che il 2007 è stato un buon anno, oltre che per i vini, anche per i romanzi.
Per tutto il resto, meglio non pensarci.

versione integrale dell'articolo pubblicato su Liberazione il 26 febbraio 2008

Pubblicato Febbraio 26, 2008 07:12 PM | TrackBack

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