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Dal Kosovo all'universo: Babsi Jones (prima del commiato)

bushkosovo.jpgdi Gianluca Bavagnoli

[Questa intervista doveva essere pubblicata su "Stilos", quindicinale culturale a cura dell'eroico Gianni Bonina - che per motivi di ordine maggiore ha dovuto chiudere. Ci sembra opportuno, proprio in queste ore in cui il Kosovo proclama la più ridicola e tragica delle indipendenze e l'Unione Europea chiude grottescamente un cerchio sanguinoso aperto dai Novanta a spese del popolo serbo - ci sembra opportuno riportare le parole dell'autrice che, nel suo splendido Sappiano le mie parole di sangue (Rizzoli) ha vissuto la questione politica e civile di quella regione e ne sa più di chiunque altro in Italia e non solo in Italia. Ciò senza dimenticare che questo piano è soltanto uno tra i molti che il quasiromanzo di Babsi Jones offre]

C’è un punto oltre il quale il ritorno non è più possibile, e a quel punto bisogna arrivare; ora so che c’è un punto di devastazione oltre il quale non possiamo insozzare, frantumare, danneggiare più oltre”. Postulare Kafka, il suo pensiero letterario e la sua ricerca schizofrenica della realizzazione dell’assurdo, è già di per sé alquanto audace per una semiesordiente. Ma Babsi Jones non si limita, non si ferma.

babsicoverrcs.jpgUna volta raggiunto l’aldilà del descrivibile, procede sinesteticamente nell’ampliamento semantico della parola, dello scatto insoluto eppur fluido dell’immagine.
“Da ora le mie parole sappiano di sangue, o non siano più niente” è la laconica, superba speranza di un’autrice che ha visto troppo e ora dubita che la potenza del suo linguaggio espressionista, assottigliato da sonorità e ritmi ineluttabilmente elegiaci, sia in grado di modularsi sulle variazioni universali del male, dell’odio, dello scontro, abbandonando la vaghezza delle vertigini introspettive. Le epifanie del romanzo, lungi infatti dall’anteporre il privato alla trasposizione dei segni dell’inconcepibile, proiettano verticalmente afflati che tentano di richiamare nel lettore sensazioni a stento intellegibili, ma che trovano linfa nella spinta medianica delle disarmonie, in una concezione dell’“altro”, liricamente e aspramente genniana, che si manifesta su un uomo specifico in un tempo e in luogo precisi, ma che potrebbero piovere su chiunque in qualunque spazio della storia.
Sappiano le mie parole di sangue è un quasiromanzo, come la stessa Babsi lo definisce, che prova a tradurre le esperienze e il vissuto quotidiano dei conflitti jugoslavi senza fermarsi alla macrostoria, alle evidenze, ma incuneandosi nelle sfumature policrome dell’indicibile, delle atmosfere, emozioni, impressioni del sangue e dei tormenti.

Babsi, l’Amleto è personaggio chiave della tua opera; non ti guida infatti soltanto nella ripresa dell’inafferrabile ottativo “Sappiano i miei pensieri di sangue”: è per te anche maestro di dubbio, disperazione e contraddittorietà; ma mai di vendetta.

Io considero il teatro e il dramma il punto di origine della narr-azione; è qualcosa che va ben oltre le parole; drao, in greco, significa “io agisco”. C’è stata, sin dal principio, la volontà di contrappormi alla narrativa pura, di inquinarla: Amleto era il Virgilio ideale in un non-luogo come la Jugoslavia. L’Amleto dubitante e contraddittorio di Shakespeare, ma anche quello della “maschine” di Heiner Muller, che apre la piece dichiarando: Io sono Amleto, come fosse un manifesto da cui non si può prescindere. Chiunque di noi dubiti è Amleto; Emily Dickinson scrisse: Amleto ha esitato per tutti noi. Io volevo affrontare il tema della guerra — di quella guerra così oscura e incomprensibile com’è stata la guerra jugoslava dalla secessione slovena all’attuale situazione in Kosovo — buttando a mare tutte le certezze della saggistica e della geopolitica, ripartendo da una tabula rasa: volevo destabilizzarmi e destabilizzare, aprire squarci di incertezza, di irrisolto; volevo buttare alle ortiche la lavagnetta su cui si tira una riga per sistemare i buoni e i cattivi, strumento prediletto degli jugoslavisti e dei reporter in genere. Amleto era la chiave di lettura ideale, in questo senso. Amleto non consola, non offre certezze, non amministra assoluzioni: così il mio romanzo.

Dell’Amleto hai dato inoltre una lettura trasversale e parzialmente inedita, in cui è il conflitto che aleggia sul Paese a farsi nucleo magmatico dell’intera vicenda.

Ho lavorato sulla traduzione, inedita, di Cesare Garboli. È superba da un punto di vista stilistico, ma c’è di più: Garboli non minimizza, come spesso accade, il rapporto fra Amleto e guerra; mette in risalto quel punto nevralgico del testo in cui il Principe vede transitare le truppe di Fortebraccio e, per la prima volta, prende atto della sua inadeguatezza e del punto di non ritorno a cui è giunto: “potrei dormire” chiede, “quando vedo la mia vergogna davanti alle migliaia di soldati che vanno verso la tomba?”; non è più l’Amleto/personaggio di un dramma “familiare” (e dunque borghese) che conosciamo; è un Amleto che sfida se stesso fino a rischiare di annullarsi: “da ora, i miei pensieri sappiano di sangue o non siano più niente” chiosa. Da quell’istante Amleto agisce, si muove, osa. E da quel passaggio nasce il titolo del mio libro.

Oltre a te, o quello che di te riesci o preferisci riferire al lettore, i personaggi del romanzo al centro del pogrom sono reali o creati ad hoc per esigenze narrative e di condivisione?

L’Amleto che incontriamo nella narr-azione è “la trasposizione in carta” di un attore serbo, un tempo mattatore nel Teatro Popolare di Pristina, il cui cavallo di battaglia era proprio Amleto; ho saputo della sua esistenza guardando il documentario di Collon, “I dannati del Kosovo”, e mi sono ispirata a quel vecchio, ora profugo, rimodellandolo per costruire il mio Amleto. “Sappiano le mie parole di sangue” non è fact e non è fiction: è, per dirla à la Burroughs, faction, ovvero una continua mescolanza e sovrapposizione di cronaca, di storia moderna, di immaginario personale, di immaginario collettivo, di mie visioni e proiezioni, incubi e sogni. I personaggi sono quattro donne: un’Umanitaria pacifista e paradossalmente filoislamica, una ragazza cieca e autistica dell’etnia da cancellare, quella serba, e una Straniera, di cui non si conosce nulla e nulla si può conoscere, perché parla un linguaggio inintelligibile: per rendere l’incomprensione linguistica, ho fatto parlare la mia Straniera in Rot 13, che è un linguaggio cifrato che si usa in Internet. E infine, una reporter che non vuole essere reporter, che offre domande e non risposte, che si ribella agli ordini di un lontano Direttore; nel quasiromanzo, quel personaggio si chiama Babsi Jones. Le quattro donne e Amleto sono tanto reali quanto immaginari: sono archetipi, eppure, se tu andassi a Mitrovica, potresti incontrarli, toccarli. Io stessa potrei non essere mai stata a Mitrovica, e di certo non lo ero nei giorni del pogrom del 2004; eppure, Babsi Jones è sempre a Mitrovica, lo è stata sempre, chiusa in quella stanza di un condominio fatiscente, ad attendere un finale che non giunge e che non può giungere.

Il tuo punto di vista filoserbo sorprende, come del resto non lascia indifferenti la tua onestà intellettuale nella ricerca dell’errore da ciascuna delle parti della barricata (quella di Mitrovica nel caso specifico del libro, elemento di fiction emblematico per comprendere quanto il luogo sia indifferente nella descrizione di episodi di tale tragicità). E nel setaccio dei possibili colpevoli non escludi neppure l’indifferenza di chi, dall’esterno, si è limitato a osservare passivamente la situazione dei Balcani e accadimenti di tale gravità (“nessuno siede dalla parte della ragione abbastanza a lungo da lasciare sul divano l’impronta del suo sommo culo”).

Anche il punto di vista “filoserbo” di Peter Handke sorprende. Sorprende al punto della censura, delle accuse di fanatismo. Le “menti migliori della nostra generazione” hanno scelto il pacifismo di comodo, un pacifismo che finanziava le secessioni croate e bosniache trasformando Vukovar e Sarajevo in macellerie a cielo aperto, che sganciava bombe su Belgrado nel ’99 e che oggi, mentre scriviamo, continua a far saltare con la dinamite i monasteri del ’300 in Kosovo e Metohija. Ho scelto di narrare la questione serba perché era (e resterà) qualcosa da non toccare, da cui stare lontani; pestilenza, minaccia, rischio di incoerenza, certezza di finire in minoranza: non sono situazioni che mi spaventano. La mia richiesta — che è poi quella di Handke — di “giustizia per la Serbia” non mi ha impedito di cadere nel pozzo jugoslavo e di toccare, di accarezzare gli altri attori in trincea, di piangere gli altri morti. Ho rispetto per gli albanesi e per i croati, per i bosniaci del defunto Izetbegovic, ho rispetto per chi quelle guerre le ha combattute e le combatte: comprendo le colpe e le ragioni di ognuno di loro, così umane. Non mi si chieda però di aver rispetto per l’Europa e per il “primo mondo”, quello Occidentale, che di quelle guerre è stato spettatore indecente e indifferente, con le sue prediche morali da due soldi. Con che coraggio gli europei, dopo le carneficine delle due Guerre Mondiali, si sono messi a somministrare cucchiaiate di “sciroppo etico”? Siamo impostori, ci nascondiamo dietro una pace e una democrazia di cartapesta. Non c’è assoluzione per questo “primo mondo” che si crede conforme a giustizia, sano, immune e non si accorge di aver costruito un castello di ipocrisie triviali, di aver perduto “il calco umano”. Il mio libro sta dalla parte dei paria, degli slavi/schiavi, di quelli che stanno dalla parte sbagliata della barricata: quella in cui si muore per due sassi (o per due sanzioni economiche), mentre i giusti, seduti in poltrona dalla parte giusta, guardano lo spettacolo… Il reality-show jugoslavo. Ecco, io dalla parte giusta non mi ci siedo, scelgo di avere torto insieme a tutti gli jugoslavi, scelgo di “non esistere” e di far parte di un non-popolo in un Paese che non c’è più.

Nel conflitto prediligi proiettare il tuo sguardo oltre le manifestazioni dello scontro, per sondare i singoli, le reazioni individuali, e addentrarti “nella linea di divisione tra il bene e il male che passa attraverso il cuore di ciascun uomo”. Interpretare questo inabissamento nella psiche altrui, questo sforzo disumano di comprensione come un “inno alla violenza” è un errore imperdonabile, frutto di una lettura approssimativa del tuo quasiromanzo.

Torno al discorso dei buoni e dei cattivi. Non mi interessa questa classificazione, è insincera, è una simulazione, bisogna smetterla di far finta di vivere in un perenne Second Life, smetterla di giocare ai giochini di ruolo che rintronano, smetterla di costruirsi un avatar per evitare la domanda che terrorizza: chi sono, io? Se esci dallo sguardo catodico e che si crede onnisciente, se scindi le guerre in singolarità, se ti poni da individuo davanti agli individui, ai singoli individui, ti accorgi che ogni teoria universale e semplificante salta, si scardina. Io ho amato molto, e so di creare imbarazzi e di rischiare linciaggi, Oriana Fallaci. Ho cominciato a scrivere, bambina, tenendo in mente il suo Niente e così sia; seguendo quel pascaliano “l’uomo non è né angelo né bestia, è angelo ed è bestia” Oriana osa l’inosabile: raccontare la guerra del Vietnam dalla parte dei soldati americani. Ne esce un romanzo-reportage meraviglioso, che sulla guerra e sull’uomo in guerra dice molto più di mille pamphlet pacifisti triti e ritriti. Fallaci era coraggiosa, era la saga del dubbio, era profondamente umana, forse troppo umana per essere compresa dalla maggioranza di oggi, che è fatta di girotondini e di vaffanculini che vanno in piazza nel nome della “giustizia” (quale?) e urlano “Oriana-puttana”. Mi manca molto, Oriana, l’ho pianta molto, e manca molto a questo Paese che non sa di aver perduto una delle sue penne più ispirate, uno dei suoi intellettuali cardine. Scomoda, certo, e provocatoria: esattamente quello che uno scrittore ha il dovere di essere.

Nell’intricato tessuto del testo è immediato scorgere una capacità descrittiva continua eppur segmentata, una parcellizzazione del reale e della cornice individuale di qualcosa che un solo fermo-immagine non può minimamente riuscire a cogliere. Ma ritieni possa esistere il vero in letteratura? Si può incontrare perlomeno una verità assoluta, inequivocabile, nel testo di Babsi Jones? Quanto serve mentire e quanto la tua psiche, i tuoi sogni, le tue illusioni e le tue ambizioni aggiungono guizzi immaginifici alla veridicità fattuale dell’accaduto?

Sartre diceva: “In un romanzo si mente molto, si mente tutto il tempo. Ma si mente per essere veri”. Non credo di poter aggiungere altro.

Pubblicato Febbraio 18, 2008 12:46 AM | TrackBack

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