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Una volta c'era... 4/4. Una lettera-commento

di Tiziano Scarpa

SilviaMenuzzi5.jpg[Il saggio travestito da racconto di Lucio Angelini è stato pubblicato in tre puntate, qui, qui e qui. E' stata anche l'occasione per fare conoscere l'opera di una bravissima artista, Silvia Menuzzi. Come preannunciato, la quarta parte è un commento di Tiziano Scarpa - un caro amico, che colgo l'occasione per salutare.] (V.E.)

Caro Lucio,

ho letto la tua fiaba per adulti Una volta c’era. È molto bella,
complimenti, soprattutto la parte dalla comparsa del lupo in poi. Il dialogo tra il principino e il lupo è divertente perché c’è una situazione di dissimmetria, di sbilanciamento di potere fra i due dialoganti. È un dialogo sadico. Ricorda moltissimo (non nel senso del plagio, ma della sintonia) proprio De Sade, i dialoghi fra i persecutori di Justine e la fanciulla sventurata. Un lupo che si appresta a mangiare il principino e gli spiega perché lo fa e perché è giusto farlo. In più, per il regime stesso della tua fiaba, raggiunge il vertice e il nec plus ultra del disincanto analitico con quel “NON BISOGNEREBBE ASSOLUTAMENTE MAI SPIEGARE A UN BAMBINO I SIGNIFICATI DI UNA FIABA”, che giustamente tu scrivi a lettere capitali.

Dicevo, è una situazione comicamente sadiana, perché chi compie il male espone anche l’ideologia che lo giustifica, o meglio, è perfettamente consapevole di compiere il male, ma non per questo cessa di compierlo, anzi lo indica come facente parte di una logica universale più grande dei torti e delle ragioni individuali, in un sistema generale dove il male ha il suo ruolo ecc. ecc. È una situazione sadica, e perciò sommamente drammaturgica. Sta succedendo davvero qualcosa fra i due. Lo stesso, naturalmente in una situazione cambiata, si può dire della bella addormentata, e un po’ anche del gallo colorato. Non altrettanto, forse, della nonna, che è una specie di “prologo in cielo”, stemmatico, araldico, statico. Per carità, tutto molto interessante, ma fra nonna e nipote, sebbene ci sia qualche divertente equivoco e una situazione assai paradossale (la sorpresa di incontrare una nonna che, invece di raccontare favole, le spiega), non accade molto. Intendiamoci: non perché non ci siano colpi d’accetta (anche nel resto della fiaba non accade granché, non mi sto riferendo a una necessità di inventare avvenimenti estremi), ma perché il conflitto o la dissimmetria energetica tra i dialoganti è meno fattiva. È un disequilibrio, voglio dire, soprattutto conoscitivo: un sapiente che indottrina un ignaro. È una lezione, una conferenza: una nonna che dà al nipote ripetizioni di psicoanalisi... Questo racconto così ben dialogato, io lo vedrei bene dentro una raccolta di saggi sulla fiaba per genitori un po’ digiuni di antropologia e psicologia infantile, per dare al lettore un intermezzo di sollievo alla pesantezza espositiva prosastica e professorale. Meno proponibile lo vedo da solo come “fiaba per adulti”. Scusa se non sono consequenziale in queste note, sto impegnandomi in una lettura integrale, senza limitarmi a pure considerazioni editoriali. Allora umanamente ti dico che la tua fiaba mi sta facendo meditare moltissimo (l’ho terminata da pochi minuti, sono in treno), perché raffigura malinconicamente un mondo adulto condannato all’analisi. Un mondo completamente leopardiano, dove è accaduto lo sterminio di tutte le illusioni, e dove è possibile comunque inoltrarsi in uno spiraglio, in una piega di felicità assumendo una postura ironica, non dico rassegnata, ma comunque realistica (e infatti, il dialogo con il lupo potrebbe essere considerato una variazione del dialogo fra la Natura e un Islandese). La morte dell’incanto, del simbolico, dell’illusione dell’infanzia, che rade al suolo qualsiasi fiaba e lascia un deserto dove tuttavia è possibile vivere, purché ci si rassegni alla citazione della felicità consapevolmente ironica, conquistata per un atto di volontarismo, volonteroso, sì, quanto conscio della propria un pochino risibile velleitarietà. La chiave del tuo bel happy end sta infatti tutta in quell’avverbio, “spiritosamente”, nella meravigliosa battuta della petulantissima, analiticissima neoprincipessa: “Quel romantico orizzonte contro cui siamo spiritosamente disposti a stagliarci nel fotogramma finale...”. Una situazione (il deserto analitico, la distesa di macerie del simbolico raso al suolo) dove si può persino vivere felicemente, in una cornice che è una citazione più o meno improbabile del romanticismo (citato in forma di nostalgia: residuo di un bisogno non del tutto superato dalla rivelazione educativa dell’analisi), in un orizzonte un po’ di cartapesta, ma che comunque accoglie, purché si viva spiritosamente. Purché si viva lasciando che questa landa spazzata dall’analisi venga percorsa dalla brezza dello spirito. Che è poi l’altra faccia dell’intelligenza analitica che distrugge tutti i simboli che tocca. Lo spirito è la saggezza, è l’analisi che torna in forma di consolazione, che trova bello “lo stesso” un teatro visto dietro le quinte.
Dove voglio arrivare? Non lo so. Tu prometti una fiaba: per adulti, d’accordo, ma pur sempre una fiaba, e quel che dai è una lezione sulle fiabe, un dialogo filosofico analitico, di antropologia simbolica... una storia in cui tutti i personaggi sono dei sapientoni che, più o meno consapevolmente, rovinano al lettore il gusto di farsi raccontare una storia. La nonna è già un lupo anticipato, è un cagnolino domestico e innocuo che analizza, come il lupo, ma senza alcuna minaccia. C’è una sublime (e molto sadica) punizione, una frustrazione del lettore che attraverso il protagonista si trova sbalestrato in un mondo dove nessuno racconta più nulla, ma tutti analizzano qualsiasi cosa e fanno a pezzi i sogni e le fiabe con l’accetta, compreso quel lupo che da un lato dichiara di voler difendere l’inconsapevolezza infantile, dall’altro, fin da quando apre bocca, si pone a sua volta come un disincantatore analitico. Altrimenti potrebbe starci molto, molto simpatico, a noi lettori, e la sua difesa del simbolico, non puramente dichiarativa, meramente verbale, ma fattiva (un lupo ignorante che non sa nulla di significati e vuole solo divorare) ci starebbe a cuore come residuo nostalgico del mondo fiabesco, dell’illusione curativa, formativa (che dà forma all’informe, come bene fai formulare alla nonna). Interessante la posizione dei padri e delle madri, puri totem silenti relegati sullo sfondo, nomi che quasi non agiscono. D’accordo, li descrivi, li ritrai. Ma da lontano, sfocatamente, senza dargli la parola. Come sono,
il padre e la madre: sono anch’essi analitici? Qual è il conflitto fra il principino e loro? Tu lo descrivi, ma se si trovassero faccia a faccia, che forma assumerebbe la loro contrapposizione in praesentia? E poi c’è un’altra direzione che la tua fiaba, forse volutamente, non chiarisce. È una fiaba per adulti, in che senso? Me lo sono chiesto. Mi sono risposto che non è una “fiaba per adulti”, questa, ma è un “racconto civile”. Non è una fiaba, perché le fiabe sono incivili, selvagge: animistiche, come tu dici bene portando a esempio una citazione da una fiaba altrui dove alle nuvole “scappa” la pioggia. Caratteristica delle fiabe è quella di mettere in scena prove iniziatiche. Qui (come nella civiltà moderna) alla prova iniziatica (all’esperienza traumatica) si sostituisce l’educazione. Alla notte passata da soli nella foresta si sostituisce il compito in classe, l’esame di maturità... Oppure, per paradosso, si potrebbe sostenere che questa è una fiaba in cui, invece della solita prova iniziatica simbolica (l’essere divorati dal lupo, l’essere impiccati dal Gatto e la Volpe e ritrovare il padre nel ventre di una balena...), la prova iniziatica da subire è quella della sottrazione della prova iniziatica! La prova iniziatica, cioè il trauma regolato, collaudato dalla tradizione che ha brevettato il rito: dove tuttavia, sebbene in forme sorvegliate e protette, si produce una ferita vera, non immaginaria... Bene, tu racconti il trauma di coloro che hanno subito la sottrazione del trauma...! Il principe ha una vita durissima, un’infanzia tristissima, in cui nessuno gli eroga più il simbolico! Ce la deve fare lo stesso, la sua prova iniziatica è l’assenza di prove iniziatiche! Deve crescere in un mondo in cui la crescita è demandata tutta all’educazione, e non all’iniziazione. Molto interessante, davvero. Spunto bellissimo. Intuizione notevole. Per un adulto, si sa, l’iniziazione (grazie a dio!) c’è ancora, ce ne sono fin troppe ogni giorno. L’iniziazione è il reale (anche se a rigore non si può chiamare iniziazione il trauma puro, senza la sorveglianza di chi organizza il rito ed espone sì al trauma gli iniziandi, ma sotto la sua protezione: noi invece oggi siamo esposti al trauma del reale senza essere passati attraverso nessuna iniziazione rituale…) In questa fiaba (per definizione, chiaro, essendo una fiaba) manca, appunto, il reale, che è il terreno di coltura (e di conflitto, e di abrasione, e di corrosione) degli adulti. Tu hai proposto agli adulti, insomma, una fiaba in cui non solo il simbolico è corroso e distrutto dall’analisi, ma anche il reale. Il reale dell’adulto, nella tua fiaba, è la definizione intellettiva, lo splanamento dei simulacri. Non rimane più nulla, solo le leve e le pulegge razionalistiche che fanno girare le passioni e danno forma alle energie pulsionali. L’immaginario stesso si dissolve in una abbacinante consapevolezza onnipervasiva. Una volta c’era, dunque, non si limita a ricapitolare agli adulti il percorso e i metodi con cui ha agito in noi infanti il simbolico, ma vuole soprattutto raccontare il trauma dell’infanzia senza trauma, mettere in scena il trauma dell’analisi che depriva l’anima di simboli e di iniziazioni rituali di cui essa è (parzialmente) ignara. Mette in scena la tragedia di sapere fin da subito di essere fregati! Edipo che uccide un passante che gli annuncia di essere suo padre e va a letto con una donna che lo avverte di essere sua madre... Interessantissimo. Geniale, probabilmente, anche se qui tu ti tieni misteriosamente alla larga dal padre e dalla madre... Sono solo alcuni spunti che ti offro in modo un po’ disordinato, spero siano sufficientemente chiari.
Un saluto carissimo
Tiziano
Venezia, 3 febbraio 2004

Pubblicato Febbraio 9, 2008 03:20 AM | TrackBack

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