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Luoghi comuni contro rom e sinti. Parte quarta: porrajmos (4 di 4)

di Alberto Prunetti

[Le prime tre parti di questo intervento si trovano qui, qui e qui] A.P.

sintirom4.jpgForse l’unico popolo che non ha mai dichiarato una guerra. L’unico popolo che non ha mai preteso un territorio da governare, che non ha mai innalzato dei “sacri” confini da difendere a suon di mitraglia.
Hanno continuato a camminare, spingendosi da oriente a occidente.
Li hanno massacrati i nazisti negli zigeunerlager e nessuno ha riconosciuto il loro olocausto.
Oggi, più che mai, sono circondati dai sospetti e da pratiche che rendono le loro esistenze sempre più marginali.

Lessico veltroniano“Bonificare”. “Sanare”. Chi usa questi lemmi da esperto di profilassi sociale? Il sindaco di Roma, citato in una nota Ansa del 6 dicembre. Non contento di aver “demolito”, “sgomberato”, “spostato”, “ricollocato” e “delocalizzato”, commenta i risultati raggiunti nell’urbanistica del disprezzo: “un lavoro grandissimo, senza paragoni”. Con altri occhi, ai rom rimane il diritto di usare il termine “porrajmos”, che in rromanì significa sia “distruzione” che “olocausto”.

Dai verbi ai nomi propri…
Sembravano lontani gli anni in cui gli italiani si scoprirono figli del ceppo di Ario e la persecuzione dell’ebreo era atto meritorio sancito dai codici della patria. A quell’epoca non mancava chi, per nascondere le proprie origini, cambiava il proprio nome. “Mai più!”, giurarono i padri della repubblica. E invece succede ancora. Casi di rom costretti a cambiare nome per nascondere la propria identità succedono sempre più spesso. Gli ultimi casi di cui mi è giunta voce sono registrati a Pescara.

Dai nomi alle cifre…
Ogni giorno siamo storditi da cifre che ci ricordano quanto sono criminali i cosiddetti “extracomunitari”. Ragioniamo un po’ su queste cifre "criminali". Consideriamo…
- che le cifre riportate da tanti media con abbondanza di zeri non si basano sulle sentenze ma sulle denunce, che sono statisticamente più elevate e meno verificabili;
- che queste cifre conteggiano i detenuti in attesa di giudizio. Ora, è vero che molti stranieri stanno in carcere (nell’attesa, non sempre breve) di un giudizio, ma è solo qui che si manifesta la loro superiorità numerica. Prendiamo alcuni dati esposti in uno studio della Fondazione Michelini, riferiti al carcere fiorentino di Sollicciano. A Sollicciano i detenuti stranieri sono la maggioranza tra quelli in attesa di giudizio, ma diventano una minoranza se si considera la popolazione con una pena passata in giudicato. Questo significa che spesso vengono arbitrariamente arrestati e solo dopo il processo riescono a dimostrare la propria innocenza. Di fatto, nell’affollatissimo carcere di Sollicciano, al 4 ottobre 2007 solo il 14,7 degli stranieri stava scontando una pena definitiva, gli altri erano lì ad aspettare un processo.
- ancora: gli immigrati di Sollicciano stanno in carcere per pene detentive molto brevi (spesso per aver commesso un solo reato, laddove i residenti italiani espiano pene molto più lunghe e scontano la violazione di più fattispecie penali). Questo dimostra che gli immigrati non delinquono più degli italiani: solo subiscono, checché se ne dica nel becero qualunquismo dei giornali, un trattamento più severo, senza godere di arresti domiciliari o sanzioni amministrative alternative, senza l’applicazione di benefici condizionali e spesso senza un’assistenza forense decente (nessun patrocinio gratuito — per cui serve residenza e lavoro regolare, anche se mal pagato — e quindi il ripiego sull’avvocato d’ufficio che, nel minimo sforzo, cerca sempre il patteggiamento): tutto questo permette, ai tanti che agitano lo straccio della “tolleranza zero” di sostenere l’equazione criminale=immigrato.
A questo va aggiunto:
- che è in azione una tendenza persecutoria e paranoica che spinge chi ha subito un furto a denunciare di principio uno straniero;
- che questa tendenza è rafforzata spesso dagli agenti di pubblica sicurezza che raccolgono le denunce;
- che infine le cifre sui cosiddetti crimini degli immigrati sono ingigantite da un elemento chiave: il fatto che essendo gli immigrati stati dichiarati illegali, in quanto obbligati in tanti alla clandestinità, sono ipso facto criminali, e delinquono per il fatto stesso di respirare dentro all'italico suolo.

Visto tutto ciò si può affermare che, in genere, gli immigrati non delinquono più degli italiani. E, se anche accadesse, sarebbe comprensibile che comportamenti illegali siano più diffusi in quei gruppi sociali che soffrono di una situazione di disuguaglianza di accesso alle risorse economiche e di riconoscimento sociale.

Ripassiamo adesso alcuni luoghi comuni contro i rom e i sinti, in maniera un po’ affrettata (non sono comunque più ragionati i luoghi comuni di chi stigmatizza gli “zingari” tra un aperitivo e un altro).

Non mandano i loro figli a scuola
Si può anche discutere l’ipotesi che la scuola, come la conosciamo, sia l’unico modo per creare un percorso educativo, ma non è questo il luogo adatto. Di certo esiste una corrente di pensiero che parla di descolarizzazione (si pensi agli scritti di Ivan Illich e alle vie alternative al sistema-scuola nella costruzione di un percorso educativo), mentre altre ipotesi valorizzano le culture orali e non letterate, evidenziando alcune facoltà cognitive che la scrittura e l’alfabetizzazione in qualche modo fanno appassire.
Ma non voglio parlare di questo. Voglio parlare di quei bambini che si trovano la casa sfasciata dalle ruspe, con i cingoli che passano sopra i loro quaderni. Coi loro genitori costretti a sbaraccare, a raccattare tra le lamiere qualche misero bene. Costretti a traslocare ogni tre mesi in qualche posto sempre più lontano dalla tangenziale che cinge la città. Sempre più lontani dalla scuola. Una domanda. Riuscireste a mandare i vostri figli a scuola senza una macchina, vivendo a 15 km dalla scuola, costretti a un trasloco coatto ogni pochi mesi, e coi vostri cocci distrutti dalle ruspe? Riuscireste? E se anche ci riusciste, che ne dite se i vostri figli tornassero a casa imbronciati perché gli altri non rivolgono loro la parola? Perché i maestri sono stressati dato che i genitori degli altri bambini hanno minacciato di cambiare scuola solo perché in quella classe ci sono gli “zingari”… Allora… sono i rom che non mandano i bambini a scuola, o è la società italiana che fa di tutto perché i bambini rom non riescano neanche a arrivarci a scuola? (per non parlare dei progetti di scuole dentro ai campi, che sono delle scuole-ghetto che servono solo a mantenere l’apartheid tra rom e non rom).


Devono parlare italiano se vogliono stare qui… (con la variante: sono stranieri…)

Non si capisce perché. Nessuno va a dire una cosa del genere per esempio ai cittadini americani che vivono nel centro di Firenze. Una colonia di circa 5mila persone, molte delle quali vivono in Italia per un periodo di almeno sei mesi senza fare neanche lo sforzo di parlare italiano (non basta frequentare i corsi di lingua: è noto che le lingue si imparano per strada, mescolandosi con gli indigeni). A Firenze in centro parla inglese il giornalaio, il trippaio, anche il trombaio (non spaventatevi: è solo l’idraulico). Bene, ormai in centro a Firenze si parla innanzitutto inglese. E nessuno si lamenta.
Si lamentano invece dei rom, che di solito parlano almeno due lingue (cioè il rromaì e l’italiano, più in molti il rumeno, o il serbo, o altre lingue del loro paese di origine): essendo i primi veri europei, i primi ad avere una coscienza multiculturale, la loro lingua sembra cominciare ad ospitare tante lingue diverse, quasi fosse un esperanto (o almeno a me, che certo non sono un esperto di rromanì, e quindi può darsi che mi sbaglio, ha fatto questo effetto ascoltare per alcune ore di seguito alcune conversazioni di rom).

Sul fatto di essere stranieri. Beh, non è mica una colpa. Per me anzi è un pregio. Ricordo ancora quei bei vecchietti internazionalisti che si vantavano d’esser stati “stranieri in ogni luogo” (variante libertaria) o “cittadini del mondo” (variante comunista). Beh, adesso gli stranieri (poveri) sono visti come barbari invasori… ma siete sicuri che i sinti siano stranieri? Guardate che in Italia non ci sono solo i siciliani, i romani, i piemontesi e via dicendo… in Italia — anche se le istituzioni tardano a riconoscerlo (o forse proprio per questo) — la gente non si rende conto che si parlano lingue non italiane che non sono immigrate: sono lingue di italiani che vivono da secoli nella penisola. I sinti sono italiani quanto i piemontesi o i toscani… sono italiani da sempre, almeno dal cinquecento,quando anche i miei avi probabilmente erano arabi o normanni. Ci sono rom che parlano l’italiano come lingua seconda e sinti e rom che parlano l’italiano come lingua madre, anzi, neanche un italiano regionale, ma parlano dialetto veneto stretto. Eppure è comodo non riconoscere questa minoranza linguistica, parlare di loro come se fossero degli stranieri (al punto che a farsi carico di loro, anche in Veneto e nonostante le loro carte d’identità, in certi casi è l’ufficio stranieri!).

Sono nomadi… non vogliono una casa…
In realtà pochi rom sono nomadi ai nostri giorni. Molti vivono in case, facendosi spennare ogni mese con affitti sempre più esosi, come noi. Altri vivono in quei ghetti che si chiamano campi nomadi. Più che nomadi, questi ultimi sono concentrati in ghetti. Molti rom, soprattutto quelli rifugiatisi in Italia dopo i conflitti nella ex-Jugoslavia, prima di arrivare in Italia avevano una casa. Adesso li chiamano nomadi, alimentando l’idea che non siano sedentari. Invece sono solo degli sfollati a cui l’Italia non riconosce il diritto di un tetto. Sono stati “nomadizzati” in maniera coatta. Molti in realtà non sono affatto nomadi: sono semplicemente senza fissa dimora (secondo alcune stime le persone senza fissa dimora in Italia sono tra i 65 e i 100mila).
Oggi solo pochi continuano la vita veramente nomade del tempi andati, coi camper che sostituiscono i carretti d’un tempo. E hanno tutto il diritto di farlo. L’umanità ha un passato lungo e meraviglioso di nomadismo alle spalle. Ma non si può agitare l’etichetta di nomadi solo per giustificare i continui traslochi. Questo non è nomadismo: è deportazione.

Non hanno voglia di lavorare…
Oggi i rom possono accedere solo ai lavori pagati peggio, ai lavori più duri, in nero, nelle condizioni di sicurezza meno garantite. (E non so se nelle loro condizioni gli onesti italiani avrebbero tanta voglia di lavorare). Spesso per continuare a lavorare devono nascondere il fatto che vivono in un campo nomadi. Altri sono in Italia come richiedenti l’asilo politico, e secondo una legge paradossale non possono lavorare mentre attendono il riconoscimento della loro domanda: a volte devono aspettare anche due anni, e al massimo possono ottenere una borsa lavoro di qualche euro. Spesso non trovano lavoro perché i datori di lavoro hanno paura di loro.
Infine faccio presente che non aver voglia di lavorare non significa essere disumani. Direi che è un comprensibile comportamento umano. Molti popoli di cacciatori e raccoglitori dedicano al lavoro una parte minima della loro vita quotidiana. Ma anche qui finirei per aprire un altro margine di discorso, e quindi mi fermo.

Infine… chi difenderà i sacri confini?
Il problema se l’è posto anche Beppe Grillo, spaventato da troppa televisione (non basta non andarci, a volte è anche meglio non guardarla: sennò si finisce a credere che il mondo sia pieno di invasori alieni di lingua romena, e poi bisogna leggersi Carmilla, che è anche una rivista fantascienza, per farsi dire che non è vero). Gli rispondo con le parole dell’antropologo David Graber. A chi difende il diritto di circolazione delle merci, limitando il diritto di circolazione delle persone, Graeber obietta: “se dobbiamo essere globalizzati, facciamolo fino in fondo: eliminiamo i confini nazionali. Lasciamo che la gente vada e venga come vuole, e viva là dove più desidera”

Paura? Arriveranno i barbari ad abbeverarsi a San Pietro, come sognava quel romantico di Coerderoy? Ma facciamo ancora parlare Graeber, che secondo me coglie il nocciolo della questione: “ Nel momento in cui un abitante della Tanzania o del Laos non avrà più problemi legali per andare a vivere a Minneapolis o a Rotterdam, i governi dei paesi ricchi e potenti faranno di tutto per assicurarsi che la gente della Tanzania o del Laos preferisca starsene a casa propria.” Sostituite Laos con Romania e Rotterdam con Milano: il gioco è fatto. Se non volete essere invasi, finite di invadere. Fino a quando gli uomini d’affari italiani creeranno povertà nei paesi più deboli, non potranno ottenere altro che flussi di sventurati che vengono a bussare alle loro porte.

Eppure questo non basta. Perché se anche non ci fossero invasori nei due sensi di marcia, anche allora bisognerebbe difendere il diritto alla mobilità della gente. Perché non si può lasciare la mobilità ai viaggiatori con la VISA e la Lonely Placet. E’ bello anche gettare la propria vita nell’ignoto, spostarsi in un altro paese, anche a costo di balbettare una lingua estranea, anche solo per inventarsi un’altra vita. E’ questo che cercano tanti ragazzi rumeni. Farsi un’esperienza di vita e lavoro in Italia. Come abbiamo fatto tutti noi a Londra. E’ tanto strano?

Dedica
Dedico questa serie di articoli a P.N., una bambina rom che un giorno, mentre si trovava su un’auto coi suoi genitori, si è ritrovata con un proiettile conficcato in testa. Era il 22 maggio 1998 quando i carabinieri di Montaione, 40 km a sud-ovest di Firenze, ricevettero una chiamata che segnalava la presenza di un’automobile sospetta con alcuni “zingari” a bordo. Secondo la versione officiale l’auto non si è fermata all’alt e i carabinieri hanno sparato. Questa versione è stata accolta dagli inquirenti e i militari sono stati prosciolti da ogni addebito. La bambina, a quasi dieci anni da questo episodio, è ancora in coma.

Pubblicato Dicembre 21, 2007 10:05 AM | TrackBack

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