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Luoghi comuni contro rom e sinti. Parte prima: i ladri di bambini (1 di 4)

di Alberto Prunetti

bambinirom2.jpg[Pubblico la prima parte di questo articolo mentre i telegiornali lanciano l’ennesimo scoop su una presunta organizzazione rom dedita allo sfruttamento dei bambini. Non conosco ancora la vicenda nel merito, ma sappiamo, da altri episodi, qual è la manipolazione sensazionalistica che si cela dietro a operazioni di polizia di questo tipo. Non posso nascondere il fatto che le condizioni in cui molti bambini rom vivono siano obiettivamente negative e disumane. Il problema è che le istituzioni per queste condizioni incolpano i rom e la loro cultura, e non se stesse, che di queste condizioni sono responsabili. Se avremo notizie sugli episodi di cui oggi parlano i telegiornali – e per notizie intendo qualcosa di più del frettoloso rimpasto delle veline della questura – interverremo anche nel merito dell’episodio in questione. Per ora basterà leggere le righe che seguono per vedere come lanci giornalistici simili si sono dimostrati operazioni di criminalizzazione volte ad alimentare lo stereotipo del rom ladro, infingardo, sporco e pericoloso per il benessere dei suoi stessi figli.]A.P.

Lo scopo di questo articolo è quello di rimettere in discussione e confutare alcuni luoghi comuni su rom e sinti. In particolare verranno esaminati alcuni asserti che il senso comune dà per assodati e che i media contribuiscono a radicare. Si vedrà che molti di questi giudizi nascono dalla necessità di creare un allarme sociale e da un diffuso pregiudizio e non sono confermati da dati concreti. Più avanti vedremo anche che una serie di paletti giuridici permettono di sovrarappresentare statisticamente i medesimi luoghi comuni. Ho diviso questo articolo in tre parti. Nella prima parte analizzerò il luogo comune secondo cui i rom rubano i bambini. Vedremo che questa asserzione è decisamente confutabile nella prima parte del mio intervento e si vedrà nella seconda parte che la verità è — purtroppo e molto spesso — il contrario di questa menzogna: andando per generalizzazioni, sarebbe più realistico dire che gli italiani “rubano” i bambini dei rom. Infine, nella terza parte prenderemo in discussione altri luoghi comuni: il fatto che i rom delinquono più degli italiani, che non mandano i bambini a scuola, che vogliono vivere come nomadi nei campi.


Prima di tutto voglio spiegare quale coincidenza mi ha spinto a scrivere queste righe. Mi ritrovo una sera in una cena a casa di un amico, ci sono altri conoscenti e alcune persone mai viste. Arriva Teresa, una ragazza piccola e scura, dall’aria fricchettona, con capelli ricci e abiti molto colorati. Con lei c’è anche una bambina: biondissima e cogli occhi azzurri, sembra nordeuropea. So che la ragazza fa l’educatrice e penso che la bambina sia la figlia di qualche amica o una delle bambine con cui lavora. Invece rimango sorpreso quando la bambina la chiama mamma. Ovviamente la genetica gioca a dadi, ma i carabinieri scherzano di meno. Teresa intuisce le ragioni del mio stupore e mi racconta di aver passato un brutto quarto d’ora con le forze dell’ordine: l’hanno fermata in auto per un normale controllo. Ovviamente non aveva i documenti della bambina: prima di quindici anni non si fanno di solito i documenti, se non si viaggia all’estero. I carabinieri hanno incalzato la ragazza, accusandola di essere una “zingara” e di aver rubato la bambina. L’equivoco alla fine è stato risolto, ma rimane un dubbio inquietante: cosa sarebbe successo se la mamma scura, ricciola e fricchettona, fosse stata veramente una rom? In assenza di un certificato di nascita della piccola (elemento comune a tanti genitori rom), la bambina sarebbe stata probabilmente portata via dalla propria mamma e Teresa sarebbe stata sbattuta sulle prime pagine dei giornali come ladra di bambini. Certo, il fatto sarebbe forse stato spiegato dopo qualche giorno, e allora avrebbe goduto del risalto che può dare un trafiletto in una cronaca locale. Nelle convinzioni delle persone, rimarrebbe confermato lo stereotipo: i rom rubano i bambini.

Cominciamo a ragionare su questa asserzione, a partire dai dati ufficiali: non esiste alcun riscontro, nei dati diffusi dalla polizia di stato, di casi di minori italiani rapiti da rom. È una bufala, una leggenda metropolitana, come quelle diffuse durante il ventennio sugli ebrei e serve solo per alimentare l’odio nei confronti di questa minoranza. Da fonti Reuter, e sulla base dei dati forniti dalla polizia di stato, i minori scomparsi in Italia nel periodo 1999-2004 (nella fascia dei minori di 10 anni) sono stati “portati via” da uno dei genitori per dissidi coniugali o, soprattutto nel caso di bambini stranieri, sono casi di bambini affidati dal Tribunale dei Minori a istituti, bambini che vengono “prelevati” da un genitore che si rende poi irreperibile assieme al figlio. (vedi qui)
Per quanto riguarda i minori di età tra i 10 e i 14 anni e tra i 15 e i 17 anni, prevalgono tra gli italiani i casi di ragazzi allontanatisi volontariamente da casa per dissidi familiari, mentre rimangono presenti tra gli stranieri le fughe, assieme a un genitore, dalle strutture in cui i minori sono affidati, in maniera coatta, dai Tribunali dei minori (in questi ultimi casi qualche romantico parlerebbe non di rapimento, ma di evasione, per intenderci).

A questo punto l’obiezione classica è questa: “”ma io mi ricordo di almeno un caso visto al telegiornale di una rom che si è portata via un bambino sotto la gonna”… del resto, si sa, ce l’hanno insegnato a scuola le maestre: “Bambini, state attenti, ci sono gli zingari…. portano via i bambini”. Beh, prendiamo in esame alcuni casi recenti, che hanno un valore esemplare.

_Lecco, 14 febbraio 2005. Tre donne rom rumene sono accusate di aver tentato di rapire un bambino. Una donna le ha denunciate: secondo le sue dichiarazioni due rom si sono avvicinate mentre lei camminava per strada spingendo il passeggino. La donna dice di aver sentito dire a una “prendi bimbo, prendi bimbo”. A quel punto la madre italiana si è messa a gridare, ha preso il bambino in braccio e ha dato un calcio a una rom per allontanarla. Le tre rom sono state arrestate poco dopo, mentre passeggiavano tranquillamente vicino alla Caritas. Due erano maggiorenni e sono state immediatamente portate davanti a un giudice, l’altra, minorenne, non può secondo l’ordinamento italiano essere giudicata per direttissima. Le due donne avevano due opzioni, secondo l’avvocato d’ufficio: dichiararsi innocenti, rimanere in carcere e aspettare a lungo un processo, per poi provare a chiarire le circostanze, col rischio di ricevere comunque una pesante condanna; in alternativa, dichiararsi colpevoli, chiedere il patteggiamento della pena (una pratica tipica di molti immigrati che non possono ottenere avvocati a pagamento o aspettare i processi fuori dal carcere) e sperare in una condanna leggera, ammortizzata dalla condizionale. Le due rom hanno patteggiato, sono state condannate a otto mesi: pena sospesa con la condizionale in assenza di precedenti.
Questa condanna ha scatenato un’eco di sdegno patrio: giornali e telegiornali hanno riportato le dichiarazioni di politici, di Presidenti di istituzioni, di rappresentanti di Osservatori per i minori. Tutti inferociti per il lassismo della giustizia italiana, invocavano a pieni polmoni la famosa Tolleranza zero, mentre la Lega Nord ricopriva di volantini la Lombardia, sotto la consegna “giù le mani dai nostri bambini”.

Peccato che le donne erano innocenti, e la loro innocenza è stata dimostrata nel momento in cui la terza rom, quella minorenne, ha subito un processo senza dichiararsi colpevole davanti al Tribunale dei minori. Secondo quanto dichiarato dal PM, “…il contesto in cui si è svolto, […], il fatto che la piccola nomade che ha allungato le mani verso il passeggino tenesse in una un bicchiere per le elemosine, che le zingare non siano scappate…[…] ci fa ipotizzare ad (sic) una forma di minacce e nulla più”. Nessuno si è scusato per quello che le donne rom hanno passato, o per il fatto che le due che hanno patteggiato non hanno ricevuto una difesa legale decente.

_Mazara del Vallo, settembre 2004. Denise Pipitone, tre anni, scompare misteriosamente. Il fatto ha una enorme eco mediatica e si fanno ipotesi diverse. Un mese dopo a Milano una guardia giurata vede al mercato una bambina che gli ricorda Denise (vista in foto sui giornali), assieme ad alcune “nomadi”. L’uomo scatta alcune foto col suo cellulare e sporge denuncia. Dopo qualche tempo la polizia identifica la bambina della foto con l’aiuto di alcuni rom rumeni. Si tratta neanche di una bambina, ma di un bambino rom, figlio di una coppia che vive in un campo milanese. La notizia (anzi: la smentita) non viene passata ai giornali, perché riservata a fini investigativi. Nonostante questo nel marzo 2005 i giornali scrivono ancora che la madre di Denise è sicura del fatto che la bambina fotografata dalla guardia giurata sia Denise. Sulla base di una notizia che la polizia conosce come falsa, i campi nomadi italiani sono di nuovo perquisiti (Cfr. L’Arena, 24 marzo 2005).

_Milano, 21 aprile 2005. Giornali e televisioni lanciano la notizia del rapimento di un bambino rom rumeno, prelevato da alcuni rom dall’interno del Centro per i Bambini Maltratti (CBM) di via Spadini. Stefan, questo il nome del bambino, era stato preso sei mesi prima dai carabinieri, che lo avevano trovato mentre dormiva sotto un albero. I genitori non avevano potuto vederlo e secondo i giornali il bambino era oggetto “di violenze subite in famiglia” (Repubblica, 23 aprile 2005). Il 28 aprile Stefan viene individuato dalla squadra mobile in casa di una persona che si è offerta come mediatore. Il ragazzo è tranquillo e vicino ai familiari, ma i giornali titolano: “Fine dell’incubo” (Il Corriere della sera, 29 aprile 2005). Il Tribunale dei Minori stabilisce il 5 maggio che il bambino dovrà tornare al CBM, ma che può vedere con regolarità i genitori, secondo i suoi desideri. Infatti Stefan, – ci ricorda il legale della famiglia, Stefano Cozzetto — “non ha mosso alcun addebito ai genitori, né di natura sessuale né di altro genere”.

_Palermo, luglio 2007 La notizia dell’arresto di M. F., una “nomade” di 45 anni, compare su tutti i telegiornali italiani come lancio d’apertura. La donna è accusata del tentato rapimento di un bambino di tre anni su una spiaggia siciliana. Interrogata, in un primo momento si rifiuta di rispondere alle domande (forse mal consigliata dagli avvocati), e questo fatto alimenta i sospetti su di lei. In pochi giorni la situazione viene chiarita. La principale testimone a suo carico è una donna che stava in spiaggia e che ammette candidamente agli inquirenti “di essere terrorizzata dagli zingari”. La donna italiana ha visto la rom, ha avuto paura e si è messa a strillare. In seguito ha ammesso di aver avuto solo “la sensazione” che M.F. volesse portar via il bambino. In realtà il bambino stava correndo, M.F. si è piegata verso di lui e la sua gonna si è un po’ aperta. Interrogata dagli inquirenti, la testimone (e unica accusatrice), ha ritratto l’accusa. La stessa azione, compiuta da una bagnante italiana, sarebbe stata considerata come un atto di premura e gentilezza: compiuta da una rom, è diventata un tentativo di rapimento che è finito sulle prime pagine dei giornali. Ancora oggi, a distanza di qualche mese, ho provato a citare vagamente l’episodio parlando con alcuni conoscenti: tutti si ricordano il “tentato rapimento”, ma la notizia della scarcerazione di M.F. e la sua innocenza è stata trasmessa con minore enfasi e quasi nessuno ha saputo raccontarmi l’episodio in tutta la sua integrità. Nell’immaginario collettivo, un altro bambino è stato rapito dagli zingari. Eppure non è vero.

Episodi come questi sembrano utilizzati ad arte per rinsaldare stereotipi negativi e per creare campagne d’allarme che radicalizzano l’odio contro i rom e preparano degli scenari dal punto di vista giudiziario e repressivo sempre più pesanti: per gli immigrati come per i cittadini italiani.

In questa prima parte abbiamo riportato alcuni casi importanti e noti, oggetto di campagne mediatiche allarmistiche e approssimative. In questi casi si è data enorme evidenza all’ipotesi del rapimento da parte dei rom – spacciato come una verità incontrovertibile – e si è dedicato solo uno spazio minore (privo di valore euforizzante: nei trafiletti della cronaca locale, ad esempio) alle smentite. In questo modo l’opinione comune, invece di destrutturare il pregiudizio sui rom ladri di bambini, ha visto rinsaldata quest’immagine anche in presenza di evidenze contrarie.

Nella seconda parte dell’articolo, che sarà on line tra alcuni giorni, prenderemo in considerazione l’altra metà del problema, quella che forse è la verità celata dai media. Il fatto che molti bambini rom sono “portati via” dagli italiani.

Prima vorrei tornare a parlare della bambina bionda e della mamma scura, incontrate per caso in una cena. Mentre tutti sono rimasti scandalizzati per la mancanza di sensibilità dei carabinieri, a me è venuto da dire che questo era un esempio di una tremenda prassi di criminalizzazione dei rom. Non l’avessi mai fatto: un tipo che non conoscevo ha iniziato a dire che i rom sono gente che non hanno né patria né bandiera e che – pertanto? - rubano i bambini. Ora: al di là del fatto che almeno una bandiera ce l’hanno, e al di là del fatto che di solito è proprio chi ha una patria e una bandiera che poi commette i peggiori crimini contro l’umanità, aldilà di tutto questo a me sembrava evidente che l’episodio appena raccontato a tavola fosse un esempio di una costruzione immaginaria di un crimine. Una montatura insomma mal riuscita, perché l’indiziata aveva un alibi che reggeva: era italiana. Eppure, proprio di fronte a un’evidenza contraria, quell’episodio ha infiammato gli astanti e non è mancato chi si lamentava della cattiveria “degli zingari”. Neanche l’evidenza, o il disvelamento della menzogna, riesce a dissipare le nebbie del pregiudizio razziale e i luoghi comuni consolidati. Vediamo se la realtà ci fornisce qualche elemento per raccontare una storia interessante: gli italiani “rubano” i bambini dei rom. È un paradosso, perlomeno rispetto al luogo comune che inverte i poli del crimine, sicuramente una generalizzazione. Eppure, secondo alcune stime, ci sono stati almeno 500 casi di bambini rom “portati via” negli ultimi venti anni, in Italia. Ne parleremo tra qualche giorno, su Carmilla, nel seguito di questo articolo.


Fonti: OsservAzione (centro di ricerca azione conto la discriminazione di rom e sinti); ERRC (European Roma Rights Center); ERRC, Il paese dei campi, Roma, Carta, 2000; Sigona N., Monista L. (a cura di), Cittadinanze imperfette, Santa Maria Capua Vetere, Edizioni Spartaco, 2006.

[Ringrazio gli attivisti rom e gagé che mi hanno fornito materiali, documentazione, osservazioni e suggerimenti. Ringrazio il fotografo Stefano Pacini per l’uso della sua foto a corredo dell’articolo.] A.P.

Continua

Pubblicato Dicembre 11, 2007 05:22 PM | TrackBack

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