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I giornali a processo: il caso 7 aprile - Settima parte

di Luca Barbieri

Autonomi.jpgc) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

CAPITOLO II - IL "7 APRILE", LA STORIA

1. Una storia non raccontata

Con il nome “7 aprile” si indica l’inchiesta partita a Padova il 7 aprile 1979 su ordine del procuratore della Repubblica Pietro Calogero. Ma tentare di scrivere una storia organica di quell’ampia serie di procedimenti polizieschi e giudiziari che prendono il nome di “7 aprile” non è impresa facile.

Non esiste infatti nessun testo o lavoro che ripercorra la storia di questo avvenimento, pur così importante nella storia repubblicana, dall’inizio alla fine. I testi riportati nella bibliografia di questo lavoro sono in gran parte stati scritti tra il 1981 e il 1983. Si tratta di pubblicazioni che si inseriscono nel lungo periodo che passa tra l’inchiesta e il processo con il dichiarato intento di “mettere ordine” in una faccenda così complessa e offrire spunti critici. Parlano del “blitz 7 aprile” (il migliore e il più utilizzato in questa ricostruzione è sicuramente il testo di Ivan Palermo), ma non esistono testi che esaminino la vicenda nel suo complesso prendendo come suo inizio il 7 aprile 1979 e come data conclusiva la data della sentenza di secondo grado. La sintesi qui operata è quindi un difficile puzzle costruito con tasselli ricavati dalla stampa dell’epoca, dalla bibliografia riportata, dagli stessi atti giudiziari.

2. Confini incerti

La vicenda che va sotto il nome di 7 aprile pur avendo un inizio e protagonisti molto precisi non ha confini ben delimitati. L’istruttoria sembra espandersi con una velocità esponenziale. Risulta difficile rinvenire una logica precisa, ricostruirne i confini e persino le imputazioni se non gli imputati. Dall’inchiesta madre nascono infatti moltissime indagini locali, a Napoli, Milano, Roma. In ogni città italiana attraversata dall’autonomia, sembra rintracciarsi l’attività illegale del nucleo principale degli imputati padovani. Alcuni blitz partiti dall’inchiesta madre (l’ultimo è del giugno del 1983) verranno fatti rientrare nel processo 7 aprile (a sua volta sdoppiato in troncone padovano e romano). Altri daranno vita a processi autonomi. Anzi la cronaca dei quotidiani dell’epoca intreccia la vicenda 7 aprile con quasi tutti i principali avvenimenti della storia repubblicana dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta. Dagli episodi di esproprio proletario dei primi anni Settanta all’omicidio Moro, a quello del giudice Alessandrini, all’assassinio del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi, al sequestro del generale Dozier. La ricostruzione qui fornita non cita tutti gli imputati e le azioni che possono essere ricondotte a tale vicenda, ma solamente quelle principali e maggiormente significative.

3. I Primi passi. Le prime inchieste padovane su Autonomia

Prima di arrivare al blitz del 7 aprile 1979 sarà utile ripercorrere le “tappe di avvicinamento” della magistratura al mondo dell’autonomia padovana. Il sostituto procuratore Pietro Calogero inizia le proprie indagini sul fenomeno due anni prima del famoso 7 aprile. Ancora nel 1977, quando il fenomeno è scarsamente considerato dalle forze politiche e dall’opinione pubblica, Calogero comincia le sue indagini sui Collettivi politici padovani. Nel 1977 procede ad alcuni arresti e a ordini di comparizione nei confronti di Negri, Ferrari Bravo, Del Re, Bianchini e Serafini, tutti poi coinvolti nella retata del 7 aprile 1979. E’ importante ricordare questa inchiesta, perché con essa il procuratore Pietro Calogero comincia a delineare il suo metodo investigativo e i tratti principali di quello che sarà poi chiamato il “teorema Calogero”. Una volta prosciolti (nel gennaio del 1978 proprio su richiesta dello stesso procuratore) i cinque docenti universitari invitati a comparire, Calogero continua comunque la sua indagine contro ignoti. Una fase sotterranea dell’indagine che proseguirà fino agli arresti del 7 aprile 1979. Ma mentre l’indagine giudiziaria procede in sordina (senza comunicazioni giudiziarie né imputazioni, solo qualche perquisizione e l’assunzione di una gran mole di documenti) Calogero pubblicizza, attraverso una intervista rilasciata a Panorama il 23 maggio del 1978, la sua ipotesi di lavoro. Per Calogero «un unico vertice dirige il terrorismo in Italia. Un’unica organizzazione lega le Br e i gruppi armati dell’Autonomia. Un’unica strategia eversiva ispira l’attacco al cuore e alla base dello Stato». Le due organizzazioni per Calogero sarebbero in sostanza due facce della stessa medaglia. «Le differenze, a ben vedere, sono tutte labili, anche se i due gruppi continuano ad affermare che sono notevoli. Io credo che lo dicano solo allo scopo di creare confusione e disorientamento».

Ma in questi due anni che separano l’inizio delle indagini dal blitz, il Paese muta profondamente. Il livello della lotta armata, con il delitto Moro si alza notevolmente. E questo senza che da parte dello Stato si giunga veramente ad una risposta ferma ed efficace. L’acuirsi e l’estremizzarsi della spirale terroristica ha le sue importanti conseguenze anche sulle forze tradizionali della sinistra. Sindacato e Partito comunista sono in prima linea nel sostegno alla lotta al terrorismo. Non solo con una chiara presa di posizione ma anche con una mobilitazione effettiva, fatta di testi forniti alla magistratura e di attiva ricerca al proprio interno (come i questionari anonimi distribuiti dal sindacato torinese).

4. Il “Teorema Calogero”

L’ipotesi accusatoria sulla quale lavora il sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero si può riassumere nella convinzione che l’eversione e il terrorismo di sinistra in Italia sia un fenomeno manovrato da un’unica direzione strategica. Non esisterebbero insomma tanti gruppuscoli eversivi scollegati tra loro ma un’unica organizzazione, che Calogero chiama Autonomia operaia organizzata, che prende, per motivi strategici, più nomi e più forme. Anche un movimento come quello dell’Autonomia vivrebbe quindi in perfetta simbiosi organizzativa con il gruppo di fuoco più avanzato, cioè le Brigate Rosse. Due facce della stessa medaglia. A capo di Autonomia operaia organizzata ci sarebbe il gruppo dirigente del disciolto Potere operaio, un gruppo della sinistra extraparlamentare che si sarebbe fintamente sciolto a Rosolina nel 1973 solamente per passare a gruppo illegale e clandestino.

5. Il blitz del 7 aprile 1979

Su questa ipotesi, il 7 aprile del 1979 una vasta operazione di polizia condotta dalla Digos si svolge su tutto il territorio nazionale (principalmente a Padova, Milano, Roma, Rovigo e Torino), e porta a decine di arresti di militanti identificati nell’area della cosiddetta “autonomia”. Tra gli arrestati molti militanti di Potere operaio, il gruppo extraparlamentare di sinistra discioltosi nel 1973, e docenti in vista, appartenenti alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Padova. Gli ordini di cattura vengono firmati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero.

Con l’imputazione di aver

in concorso tra loro e con altre persone, essendo in numero non inferiore a cinque, organizzato e diretto un’associazione denominata Brigate Rosse, costituita in banda armata con organizzazione paramilitare e dotazione di armi, munizioni ed esplosivi, al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato e di mutare violentemente la costituzione e la forma di governo sia mediante la propaganda di azioni armate contro le persone e le cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti, incendi e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private (20).

e di aver diretto ed organizzato un’associazione sovversiva

denominata Potere Operaio e altre analoghe associazioni variamente denominate ma collegate fra loro e riferibili tutte alla cosiddetta Autonomia Operaia Organizzata, dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato sia mediante la propaganda e l’incitamento alla pratica della cosiddetta illegalità di massa e di varie forme di violenza e lotta armata (espropri e perquisizioni proletarie; incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati; rapimenti e sequestri di persona; pestaggi e ferimenti; attentati a carceri, caserme, sedi di partiti e associazioni) sia mediante l’addestramento all’uso delle armi, munizioni, esplosivi e ordigni incendiari sia infine mediante ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato contro taluni degli obiettivi precisati (21).

Vengono arrestati: Antonio Negri, ordinario di Dottrina dello Stato dell’Università di Padova; Luciano Ferrari Bravo, assistente; Emilio Vesce, direttore di Radio Sherwood e della rivista Autonomia; Oreste Scalzone, fondatore dei Comitati comunisti rivoluzionari; Mario Dalmaviva, esperto pubblicitario, leader torinese di Potere operaio; Giuseppe Nicotri giornalista de Il Mattino di Padova (su Repubblica con lo pseudonimo di Giuseppe Miccolis); Nanni Balestrini, poeta. Questi ultimi due imputati, a differenza dei precedenti, non hanno collegamenti con Potere operaio.
Sfuggono invece all’arresto: Franco Piperno, professore di fisica all’Università di Cosenza; Giovanni Morongiu; Gianfranco Pancino, medico; Roberto Ferrari, direttore di un magazzino a Milano.

Nello stesso giorno vengono arrestati, imputati di associazione sovversiva per “aver organizzato e diretto un’associazione denominata Potere Operaio”: Alisa Del Re, Guido Bianchini e Sandro Serafini (tutti e tre lavorano alla Facoltà di Scienze politiche all’Università di Padova), Carmela di Rocco, Ivo Gallimberti, Massimo Tramonte (impiegato libreria Calusca), Paolo Benvegnù, Marzio Sturaro.

Sempre nella giornata del 7 aprile 1979 il Capo dell’Ufficio del Tribunale di Roma, Achille Gallucci, spicca un mandato i cattura contro il professor Antonio Negri. Questi viene accusato di essere (insieme a Moretti, Alunni, Micaletto, Peci, Faranda, Morucci e altri 16) l’organizzatore della strage di via Fani e del sequestro Moro. «Esistono molti elementi probatori che portano ad identificare nel Negri il brigatista rosso che telefonò a casa dell’onorevole Moro durante il sequestro di costui», recita il mandato di cattura.
Per lo stesso reato è indiziato anche Giuseppe Nicotri. Nei confronti del professor Negri si ricorre all’articolo 284 del codice penale “per aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello stato” (22).
E’ la prima volta nella storia della Repubblica che questo articolo del codice penale viene utilizzato. La pena prevista è l’ergastolo.
In più Negri riceve comunicazione giudiziaria perché indiziato di: omicidio del giudice Riccardo Palma; gambizzazioni del direttore del Tg1 Emilio Rossi e del Preside della Facoltà di Economia e Commercio Remo Cacciafesta; dei dirigenti democristiani Publio Fiori, Gerolamo Mechelli, Valerio Traversi e Raffaele De Rosa.
Queste le motivazioni che riguardano Negri:

Concorrono a carico del Negri sufficienti indizi di colpevolezza in ordine ai reati come sopra ascritti, che si desumono:
1.Dall’esito degli accertamenti di cui alla relazione in data 2 aprile 1979 n.02482 della Digos di Padova e del rapporto in data 4 aprile 1979 n.05071 della Digos di Roma
2.Dalle enunciazioni ideologiche diffuse dal Negri sin dal 1971 incitanti alla insurrezione armata contro i poteri dello Stato; enunciazioni i cui contenuti sostanziali sono ripresi negli opuscoli delle “Brigate Rosse” e di similari bande armate, nonché dei volantini rivendicanti fatti delittuosi da parte di tali associazioni eversive, come ad esempio; “Insurrezione è la ragionevolezza di un punto di vista materialistico e dialettico di fronte alla disperata irrazionalità della repressione…”; “Una avanguardia militante che sappia stabilire un rapporto effettivo con le nuove organizzazioni di massa, che sappia centralizzare e promuovere il movimento complessivo verso sbocchi insurrezionali…”; “In questa giungla della fabbrica sociale le avanguardie possono oggi invece costituire dei focolai di lotta insurrezionale attorno alle quali le masse degli sfruttati si riuniscono…”; “Diciamo appunto insurrezionale e non rivoluzione”; “…Porre in atto tutti i meccanismi che permettono all’organizzazione di realizzare questi scopi è il nostro compito immediato…”; “Colpire con violenza di avanguardia, in misura eguale e contrariai meccanismi di comando del padrone”; “L’urgenza di una forza armata del proletariato che attacchi e distrugga il comando capitalistico…”; “…Nell’attuale processo di proletarizzazione la classe operaia comincia infatti a negarsi come classe, il suo potere non può che consistere nell’esaltazione dell’odio che essa porta insieme contro il suo avversario e contro se stessa…”; “Organizzazione significa riappropriazione diretta della ricchezza esistente per distruggerla o per liberare forza invenzione. Ribellarsi, insorgere è il nesso dialettico di ogni sequenza dell’azione rivoluzionaria…”; “Vale allora forse la pena di riconoscere anche noi stessi soggetti del processo rivoluzionario: tenendo soprattutto conto che “grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente”;
3.Dal rilievo che tali enunciazioni sono state sostanzialmente riprese negli “opuscoli”, nei “volantini” e nei “comunicati” a firme delle “Brigate Rosse” e di altre analoghe organizzazioni eversive;
4.Dalla sussistenza di elementi probatori che portano a identificare nel Negri il “Brigatista Rosso” che telefonò a casa dell’Onorevole Moro durante il sequestro di costui;
5.Dal rilievo che il Negri, dichiarando nelle sue enunciazioni che “nostro compito immediato” è di porre in atto tutti i meccanismi che permettono alla “organizzazione” di realizzare questi scopi (cioè l’insurrezione contro i poteri dello Stato), offre egli stesso elementi indizianti sulla esistenza di una organizzazione eversiva nella quale ricopre il ruolo di capo.

In serata dalla procura di Roma viene emesso un comunicato stampa firmato dal sostituto procuratore generale Claudio Vitalone in cui si accenna all’esistenza di prove molto pesanti che collegano Toni Negri all’omicidio Moro.
L’eco dell’evento nel Paese è enorme. L’operazione viene presentata dalla magistratura come la mossa che ha decapitato i vertici del terrorismo. Gli avvocati della difesa, che sostengono che gli ordini di cattura non sono sostenuti da alcun elemento di fatto, chiedono di procedere con rito direttissimo oppure la formalizzazione dell’istruttoria.
Il 16 aprile l’inchiesta viene trasferita a Roma, che viene ritenuta territorialmente competente proprio facendo riferimento all’articolo 284. A Padova rimangono gli imputati “minori”, quelli per cui non scatta il coinvolgimento nell’insurrezione armata.

Il 7 luglio Giuseppe Nicotri viene scarcerato dopo che il suo alibi è stato controllato. Nicotri era accusato di essere il telefonista delle Brigate Rosse che il 9 maggio del 1978 telefonò a casa del professor Tritto per indicare il luogo dove si trovava il cadavere di Aldo Moro. La telefonata secondo gli investigatori è partita da Roma. Ma il 9 maggio Nicotri era a Padova al lavoro nella redazione del Mattino di Padova. Il suo alibi, confermato dai colleghi, è stato controllato solo tre mesi dopo. Un’analoga situazione riguarderà anche Antonio Negri.
Nello stesso giorno viene emesso il primo ordine di cattura “sostitutivo”. Per Negri, Scalzone, Ferrari Bravo, Vesce, Dalmaviva, Zagato e Piperno (sempre latitante) l’accusa è ora di aver «promosso ed organizzato nel territorio dello Stato una associazione sovversiva costituita da più bande armate variamente denominate, destinate a fungere da avanguardia militante per centralizzare e promuovere il movimento verso sbocchi insurrezionali». Nel nuovo ordine di cattura viene estesa anche agli altri imputati l’accusa (art. 284) di aver “promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato” (fatto che lega definitivamente il processo di questi imputati a Roma). Anche se non vengono nominate, il riferimento, esplicitato attraverso la stampa, è quello di aver capeggiato le Brigate Rosse. L’inchiesta si allarga ai redattori della rivista dell’autonomia romana Metropoli.

L’estate prosegue in una ridda di rivelazioni e notizie clamorose che non trovano conferma: Negri sarebbe il telefonista che chiamò a casa di Aldo Moro, avrebbe ordinato l’assassinio del giudice Alessandrini, in agosto i giornali pubblicano la notizia di una sparatoria avvenuta alla stazione di Viareggio tra la polizia e Piperno. Il fatto non gli viene nemmeno mai contestato. Il giorno dopo Piperno viene arrestato a Parigi.

In ottobre dopo una lunga trafila e non poche difficoltà l’autorità italiana ottiene l’estradizione di Piperno. L’estradizione viene però concessa per soli due capi d’imputazione sui quarantaquattro contestatigli. Quelli che riguardano il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.

Nei primi giorni di dicembre Carlo Fioroni, responsabile insieme a Carlo Casirati del sequestro e dell’omicidio dell’ingegner Carlo Saronio, chiede di parlare con i magistrati romani che hanno preso in mano l’inchiesta 7 aprile.

L’ingegnere Carlo Saronio, militante di Potere operaio era stato rapito nella notte tra il 14 e il 15 Aprile del 1975 da Carlo Casirati (delinquente comune con contatti con PotOp). Le informazioni necessarie al sequestro sono state fornite al Casirati da Carlo Fioroni, anch’egli ex membro di Potere operaio. Saronio, a causa di una dose di narcotico eccessiva, muore la sera stessa del sequestro. Casirati ne getta il cadavere in una discarica di Segrate e comunque, tenendo all’oscuro di ciò Fioroni, si fa pagare un riscatto di 67 milioni dalla famiglia. Fioroni viene arrestato in Svizzera, Casirati in Francia. Nel corso del processo entrambi non chiamano in causa nessun altro, e vengono condannati a 27 anni di carcere.
Invece, nella deposizione del 7 dicembre 1979 Fioroni chiama in causa gli ex leader di Potere operaio, rendendo ai magistrati una lunga e dettagliata ricostruzione di quegli anni che conferma l’impostazione del cosiddetto “Teorema Calogero”. Sulla base delle dichiarazioni rese da Fioroni si basa il blitz del 21 aprile 1979.

NOTE

(20) Articolo 306 del Codice Penale. Banda armata: formazione e partecipazione
Quando, per commettere uno dei delitti indicati nell’articolo 302, si forma una banda armata, coloro che la promuovono o costituiscono od organizzano, soggiacciono, per ciò solo, alla pena della reclusione da cinque a quindici anni.
Per il solo fatto di partecipare alla banda armata, la pena è della reclusione da tre a nove anni.
I capi o i sovvertitori della banda armata soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori
.
(21) Articolo 270 del Articolo 306 del Codice Penale. Banda armata: formazione e partecipazione
Quando, per commettere uno dei delitti indicati nell’articolo 302, si forma una banda armata, coloro che la promuovono o costituiscono od organizzano, soggiacciono, per ciò solo, alla pena della reclusione da cinque a quindici anni.
Per il solo fatto di partecipare alla banda armata, la pena è della reclusione da tre a nove anni.
I capi o i sovvertitori della banda armata soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori
.
(22) Articolo 284 del Codice Penale: Insurrezione armata contro i poteri dello Stato
Chiunque promuove un’insurrezione armata contro i poteri dello Stato è punito con l’ergastolo.
Coloro che partecipano all’insurrezione sono puniti con la reclusione da tre a quindici anni; coloro che la dirigono, con l’ergastolo.
La insurrezione di considera armata anche se le armi sono soltanto tenute in un luogo di deposito
.

(7-CONTINUA)

Pubblicato Novembre 23, 2007 03:21 AM | TrackBack

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