di Daniela Bandini
Marco Vichi, Nero di luna, Ugo Guanda Editore, 2007, pp. 248, € 15,00
Sinceramente questo romanzo l’ho divorato. E’ un piacere leggerlo, se dovessi definirlo direi “contemporaneo”. Agile, libero, pieno di visioni di cambiamenti personali più che possibili, accessibili a tutti noi. I personaggi del libro sono un giovane scrittore di nome Emilio Bettazzi (oggi fino ai 50 anni si è “giovani scrittori”), amante della buona cucina e cuoco niente male, un’avvenente dottoressa, incredibilmente libera da legami matrimoniali e da parcelle di avvocati divorzisti, qualche carabiniere, un maresciallo dallo spessore umano e culturale di un foglietto di carta, il negozietto-drogheria della sig.ra Marinella, luogo di delizie e tentazioni sublimi, il popolo e il popolino, ma soprattutto le popolane, la Casa del Popolo, una villa che nasconde i suoi orribili misteri, e il luogo dove tutto ciò è ambientato: Fontenera, nella Toscana più profonda.
Apparentemente questo romanzo è leggero, ma se vi accennassi alcuni scenari lo risulterebbe assai meno. Anzitutto comincia con un funerale. Il più caro amico dello scrittore viene a mancare, una penosa malattia, quando da poco aveva stipulato un contratto d’affitto per una cascina in campagna. Per onorare la sua memoria il nostro protagonista decide di rilevare la proprietà, per quei mesi che gli spettano, e subito si trova immerso in un paesaggio naturale e umano molto interessante, forse anche fonte d’ispirazione per i suoi prossimi lavori.
Anzitutto il paesino è come sempre un microcosmo a sé stante, definito nel tempo e nello spazio da regole tutte sue, che ruota sempre intorno ai personaggi che lo sorreggono: la negoziante della rivendita, le autorità, i membri del consiglio comunale, la dottoressa, il matto, quello pieno di soldi, quello che ti frega appena gli volti le spalle, il dongiovanni impenitente, le chiacchierone e quelle che si fanno gli affari propri. All’interno di questa bucolica, affaccendata e al contempo pigra realtà, si staglia un’antica villa, dove nessuno mette piede, neanche gli stessi proprietari. Vi è accaduta una disgrazia di una gravità tale che nessuno ne vuole anche solo riconoscere il fatto.
Il nostro Emilio si è sistemato: è felice. Il suo caminetto, le sue specialità toscane, l’olio del contadino e la finocchiona, il chianti, la natura, il cielo stellato, neanche per un secondo rimpiange Firenze. E come nuovo membro della comunità desidera ardentemente essere considerato del posto, conoscere sentieri e situazioni umane che lo decretino a tutti gli effetti “cittadino di Fontenera”. Ma come sempre ai villani non garba che qualcuno di fuori metta il naso nelle proprie faccende, che debbono restare lì, nella valle, chiuse e circondate da quelle dolci colline, a volte così invalicabili. Però Emilio (un personaggio di cui ci si innamora all’istante!), troppo intelligente e sensibile, si imbatte in persone che sembrano convogliarlo a una presa di posizione, a un suo interessamento.
Sulla mitica Marinella rispondono a monosillabi quando ne hanno voglia, ogni domanda sulla villa o su quella misteriosa ragazzina demente ma bellissima viene glissata come uno scivolone sul ghiaccio. O ancora su quelle grida che provengono dalla finestra di un’altra villa, la cui anziana, ricchissima proprietaria, vive la sua scelta di solitudine in compagnia di una nipote completamente pazza che ostenta le braccia fasciate da garze, retaggio di morsi animaleschi che lei stessa si procura. Si parla di lupi mannari. Ci sono conigli e galline che periodicamente vengono sbranati, ombre misteriose e improvvise apparizioni di creature mostruose, lamenti strazianti e imprecazioni, anche diurni. E un omicidio, dubbio, di una giovane turista. La storia d’amore? Eccola: complice una batteria scarica, sul ciglio della strada Emilio conoscerà la sua dottoressa, una coetanea, soprattutto a livello culturale. Per lei preparerà caminetto acceso e ricette deliziose, niente nouvelle cuisine per carità!, generosi bicchieri di vino, qualche canna, ottime conversazioni e complicità crescente.
Sarebbe un peccato gravissimo svelarvi il finale, accenno solamente a una certa speculazione edilizia, alla rivelazione di quell’agghiacciante segreto della proprietaria e della nipote pazza, molto più terrificante di ciò che si potesse pensare, a uno schifoso maniaco sessuale reso ancora più ripugnante una volta conosciuta la vittima, che si trincera dietro importanti cariche pubbliche. E di come la tecnologia, tutta importata dalla cultura della città e grazie a Internet, sia fondamentale per risolvere questi misteri.
Emilio riuscirà a ricreare un equilibrio in quel paese: almeno la verità, per quanto scomoda anzi scomodissima, quando viene rivelata, diventa sempre affrontabile. Non ci sarà quella giustizia che ci aspetteremmo, o forse ci aspettiamo proprio una giustizia così. I lupi mannari, concludo io, esistono davvero, e sono capaci di segnare per sempre le nostre fragilissime convinzioni e abitudini, lacerando con uno strappo secco quella pellicola di normalità che dà equilibrio, seppur precario, alla nostra esistenza. I veri lupi mannari difficilmente hanno le sembianze del degrado culturale o dell’handicap fisico, sono piuttosto insinuazioni che scavano solchi di diffidenza e ostilità, fino a strangolare ogni buonsenso. Il vero lupo mannaro difficilmente ha il lungo pelo e le zanne appuntite, bensì l’aspetto dell’agnello benefattore. Ed Emilio, lì, con la sua dottoressa, nella nuova casa di campagna dove prenderà stabilmente la residenza, con sensibilità, ironia e sano realismo, riuscirà a smascherare e al contempo a trattenere un segreto ben più profondo di un fatto di cronaca nera.
Quando avremo finito il libro, ci accorgeremo di esserci affezionati a questo scrittore, e vorremmo tanto che ci invitasse a Fontenera, a passare le feste.


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