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Ventre molle

di Saverio Fattori*operai1.jpg

Nell’88 entrai da quei cancelli. Dagli armadietti spuntavano giornali porno, testosterone in esubero per un immaginario che ammetteva un unico colore: rosa carne. Dopo la rimozione totale del rosso vivo operaio avanguardia politica dura e pura.
Oggi la varietà dei colori è più ampia. Sono i colori dei depliant degli ipermercati pieni di oggetti di consolazione per esigenze più pratiche. Alla macchinetta del caffé le discussioni riguardano esclusivamente l’immaginario televisivo e il possesso di beni di consumo.

I più giovani (concetto sfuggente quello della giovinezza, si dilata e si restringe senza più logiche definite dalla data di nascita) hanno capito che rimanendo in famiglia possono tenere uno stile di vita piuttosto elevato, eludendo il fantasma dell’operaio in emergenza economica. Gli ingegnerini sono più poveri. Hanno perso tempo negli studi. Conoscono il senso di termini come just-in-time, ma sono disperatamente ancorati ai mille euro.
I new workers si concedono fine settimana in località balneari modello Milano Marittima, si buttano con rinnovato entusiasmo nelle piccole trasgressioni mordi e fuggi. Il lunedì sono puntuali, non rinnegano la timbratura del cartellino, le regole ferree del nasci-produci-consuma-crepa.
Incoscienza. O la piena coscienza di essere nati soli, di morire soli, slegati da forzature ideologiche. Liberi di esibire il proprio istinto impresentabile.
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Il collega del Controllo Qualità, silurato dopo l’ennesimo giro di vite dell’organico aziendale, diventa figura imbarazzante, non merita simulazioni di solidarietà artificiale. Non si innesca il gioco delle parti in un sindacalismo dai riflessi inchiodati che non riesce a decifrare in tempo reale le mutazioni genetiche del Corpo-Azienda.
Il mio collega non ha un bell’aspetto. Il giorno prima è stato convocato dall’ufficio Risorse Umane. Gli hanno offerto una modesta buona uscita, la catena di montaggio o la porta. Ha dormito tre ore, una specie di carta stagnola appallottolata staziona sulla bocca dello stomaco. Abbozza sorrisi che si risolvono in una specie di smorfia. Deambula con occhi fissi e opachi, le braccia lungo il corpo. Ha la gestualità goffa di chi è schiacciato da vaghi sensi di colpa e da un atroce inadeguatezza verso i cambiamenti del mondo del lavoro.
Cerco di non rivolgergli la parola, evito contaminazioni, quasi soffrisse di un male virulento. Ripeto tra me e me che la paura è il nuovo fascismo, cerco un’etica, una moralità residua in fondo al mio organismo, ma continuo a non trovare le parole adatte per il mio collega. La teoria dovrebbe aiutarmi, Marx, Mao, Olivetti, ma nel cervello mi ronzano frasi assurde perché la situazione è totalmente fuori controllo. Non è colpa tua… tu sei bravo… sei rimasto strozzato tra i cambiamenti climatici, il Fordismo, il Postfordismo, la globalizzazione e il turismo sessuale Last-Minute… scusa, ma tutto è davvero molto confuso…
Taccio. Colpevolmente inadeguato, incapace di dire banalità consolatorie, mi concentro sul testo incomprensibile di una nuova procedura. L’ultima orda di Malefici Consulenti del Gruppo Kai-Zen ha prodotto una revisione del lay out produttivo e un restyling delle procedure organizzative. Dal materiale d’acquisto a quello in uscita. Dalla bocca al buco del culo. Pochi si sono resi conto che le modifiche proposte avrebbero comportato alcune asportazioni di organi nel tratto digestivo. Questi Kai-Zen si propongono come esperti di formazione aziendale. Hanno il nodo della cravatta perfetto e puzzano di master all’estero. Sono certo che nessuno di loro ha esperienza pratica sul campo.
Qualche mio collega ha avuto parole di scherno verso i consulenti alla macchinetta del caffé. Concetti schematici e una critica poco analitica. Sempre la stessa. “Sono bravini con le parole, ma la realtà è un'altra, fa sempre a pugni con le rogne di tutti i giorni”. La realtà se ne fotte di discorsi da macchinetta del caffé e va oltre questa semplice constatazione. Comunque tutti avvertiamo istintivamente la minaccia. Anche i più stupidi. Alcuni reagiscono al panico deridendoli. Io rimango in silenzio a mescolare un caffé senza zucchero. Mi chiedo se i miei colleghi e io siamo davvero rimasti tragicamente arretrati nelle nostre competenze. Impagliati tra i trofei dei tornei di beach volley aziendali e le discussioni sempre inutili. Fuori il mondo va veloce.
Hanno segato Mengoli. Stanno bombardando sempre più vicino alla mia scrivania. Gli schizzi di sangue imbrattano i miei documenti di entrata del materiale in accettazione.
Provo a dire qualcosa.
“Poteva succedere a chiunque. Sei uno dei migliori dell’ufficio”.
“Già. Ma è successo a me”.
Potevo stare zitto. Come gli altri colleghi. Continuano a parlare di Formula Uno. Le loro voci ronzano fastidiose come quei mostriciattoli buffi e aggressivi. Girando attorno a una pista intasano le domeniche pomeriggio di tanti coglioni.
“Perché è successo a me?”
“Hai chiesto i motivi al capo delle Risorse?”
“Non è lui ha decidere. Lui non ha un pallida idea del mestiere che facciamo, quindi non può tramare nessuna strategia. Fa solo il lavoro sporco. Convoca il condannato e lo mette di fronte al fatto compiuto. Che cazzo di mestiere è? Fa il boia. Mi chiedo se gente così la notte può dormire tranquilla. Mi immagino un figlioletto che gli domanda “Che mestiere fai pa’? Come te li procuri i soldi per il mio zainetto?”
“È proprio questo il punto. Fa quello che facciamo noi. Riceve ordini e li esegue. O fanno il culo anche a lui”.
“La linea difensiva del processo di Norimberga”.
“Quindi?”
“Ho preso atto. Non gli ho dato soddisfazione piagnucolando. La cosa è assurda. Talmente assurda che non merita nemmeno che chieda spiegazioni”.
“Sei andato ancora alle assemblee della CGIL? Lo sai che è più prudente andare solo all’altra…”.
“Solo una volta. Ho troppo lavoro, non posso perdere nemmeno quelle due ore. Quell’unica volta Fortini mise il musino da spia dentro la sala. Poi sparì come un furetto. È una spia del sindacato rosa e della dirigenza. A parte gli operai produttivi, gli altri otto presenti quel giorno non hanno fatto una bella fine. Coincidenze...”.operai3.jpg
“Occhio alla paranoia. Troppa dietrologia. Leggi troppi libri. L’assemblea non c’entra. Probabilmente erano consci di essere già sulla graticola. E hanno fatto una cosa disperata come andare a sentire quei comunisti che parlano a cazzo”.
Mi ero reso perfettamente conto della gaffe. Ma avevo tenuto il tono della voce e il volume costante fino all’ultima parola. Adesso è Mengoli che tace. È impallidito. Gli trema la vena sul metacarpo, in corrispondenza del nervo che presiede alle attività del mouse. Sta valutando se piantarmi il calibro digitale in fronte. Sta valutando cosa comporta un processo giudiziario. Dividere la cella con tre maghrebini. Magari il suo gesto avrebbe comportato un precedente a innesco rapido. Migliaia di vendette consumate in centinaia di aziende. Direttori dell’ufficio Risorse Umane sventrati. La pena sarebbe quindi stata severa ed esemplare.
È sul crinale che divide l’azione criminale dalla totale sottomissione. Sceglie la sottomissione.
“E voi guardate troppa televisione”.
“Non ti preoccupare. Prendi la buona uscita e respira forte. Fuori c’è un mondo da prendere a morsi”.
“Sì. Guardate troppa televisione. Anche quella della domenica pomeriggio”.
Il telefono squilla e mi toglie dal buco nero di questo dialogo. Esco dall’ufficio senza nemmeno giustificare le ore di televisione e il fatto che non hanno silurato me. Dirigo il mio sguardo altrove, verso la catena di montaggio, un mestiere ripetitivo, pericoloso per la salute mentale. Movimenti sempre identici, reiterati per l’eternità, fino a una pensione che non arriverà mai. I ritmi di queste nuove linee di produzione non sono dettati dalla figura obsoleta del tecnico Tempi e Metodi. Sono le operaie più veloci a fare da volano. Le altre arrancano cercando un’armonia e un sincronismo che consenta loro di guadagnare decimi di secondo. Nessuna tattica nel ventre della linea produttiva, nessuna furbizia alle spalle dei capi-reparti. Competitività. In ogni comparto. Anche in fondo alla stiva tra rematori e topi. Nell’aria, radio commerciali dalla programmazione raccapricciante, i dee jay esibiscono un quoziente intellettivo pari a quello di una sogliola.
In fondo alla stiva il Manicheismo denuncia tutti i suoi limiti. Il processo che divide vittima e carnefice si presenta in tutta la sua complessità. Gli operai di casta superiore sono denominati curiosamente Facilitatori. Hanno maggiori responsabilità, non retribuite adeguatamente. Lavorano di più degli operai semplici e devono fare ricorso all’uso del cervello. Gestiscono una piccola parte burocratica e danno i cambi durante le funzioni fisiologiche degli operatori. Alcuni sono incattiviti, altri hanno brevi raptus, ma nulla è per sempre in fabbrica. Miracolo pagano perpetuato, si torna sempre nell’armonia della beata produzione anche dopo gli scazzi più esplosivi. L’importante è non intossicarsi di rancori definitivi che scavano trincee.
Mengoli è sempre stato gentile nell’approccio con gli operai di linea. Un borghese illuminato che non ha mai fatto pesare la supposta superiorità del suo incarico. Gestisce le non conformità di materiale di fornitura esterna riscontrate durante i processi di assemblaggio. È un essere anfibio, come me, responsabilizzato, ma senza alcun potere decisionale. È il ventre molle aziendale, tra due trincee, esposto al fuoco incrociato. È la middle class che stanno massacrando. Nessuna cassa integrazione per grossi numeri, nessun bombardamento ottuso. È la guerra chirurgica. Quelli come Mengoli li colpiscono individualmente, li stanano dagli uffici e dai laboratori, vengono isolati e silurati con precisione. L’effetto secondario e indesiderato è quello di mettere in scena una grottesca giustizia proletaria, strabica e deforme. Fuori tempo massimo.
Paradossalmente gli operai produttivi con il contratto a tempo indeterminato sono i “nuovi privilegiati”. In pochi anni i punti di riferimento sono completamente stravolti. Nell’88 i paraculi erano asserragliati negli uffici e l’inferno stava fuori, nei territori dell’Officina Assemblaggio.
Se chiudo gli occhi e ripenso all’ultima manciata d’anni mi prende il capogiro. Tutto è cambiato troppo in fretta e io ho i riflessi intorpiditi. Anche Mengoli è un buon ragazzo dal metabolismo compromesso. La mie capacità di analisi, le mie letture, la mia soglia critica, non mi preservano dagli squallidi rituali del branco, dai meccanismi sempre identici riprodotti all’infinito. Non riesco a mettere nemmeno un grano di sabbia nell’ingranaggio maledetto. Non riesco a reagire alle sfighe degli altri. Alla mia.
Fantozzi fu la mia prima lettura, avevo dodici anni. Capii subito che c’era ben poco da ridere. Oggi riconosciamo a Villaggio doti di preveggenza. Gli aneddoti che infestano i suoi libri sono feticci della maledizione eterna del lavoratore dipendente.
Da bambino lo immaginavo. Oggi posso constatarlo. I Mega Direttori Cosmici Grandi Lupi Mannari esistono. Gestiscono vite, apparentemente non ne hanno piena coscienza. Si occupano dei ricambi in pelle della struttura aziendale. Hanno tic da serial killer, modi bruschi, sbrigativi ed efficienti. Digitano contemporaneamente due pc e seguono più conversazioni telefoniche in varie lingue. Alcuni. Altri avranno invece modi pacati e comportamenti politicamente corretti, in apparenza concilianti e pacificatori. Alcuni votano centro sinistra e criticano la volgarità berlusconiana. Comunque tramano davanti a schermi LCD, modificano organigrammi e lasciano il lavoro sporco agli orchi dell’ufficio Risorse Umane, esseri dalla mano pesante, incarnato pallido e occhi stanchi. I Mega Direttori Cosmici hanno fatto solo ciò che era giusto fare per il Corpo-Azienda. Evirare senza intaccare gli organi vitali. Sono androidi che battono le palpebre a scansioni regolari, fibre ottiche percorrono le loro membra. Programmati per non avvertire alcun turbamento. Tutto gli scivola addosso.
Spiacevolmente insensibili.

*Questo testo è uscita sull'antologia MOBBING OTTORACCONTI, Fare Libri, Macerata. L'antologia è nata da Fare Libri, un laboratorio di tecniche editoriali. I partecipanti al laboratorio hanno contribuito al lavoro di editing, all'impaginazione e all'ideazione della copertina. Fare Libri 2007 si è svolto a Roma da marzo a maggio presso Astra 19 spazio pubblico autogestito. Il libro è stampato su carta ecologica ed è ditribuito con licenza Creative Commons 2.5.
Gli scrittori erano: Remo Bassini, Gaja Cenciarelli, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Flaviano Fillo, Sergio Kraisky, Yari Selvatella, Chiara Valerio.

Pubblicato Ottobre 31, 2007 12:29 AM | TrackBack

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