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Perché Death Proof è un capolavoro

di Mauro Gervasini

DearhProof.jpgL’accoglienza del nuovo film di Quentin Tarantino Death Proof, segmento espanso del dittico Grindhouse uscito con l’episodio di Robert Rodriguez Planet Terror solo negli Stati Uniti, dimostra quanto il giornalismo cinematografico sia schiavo del marketing. Siccome l’operazione è stata venduta come una decalcomania del cinema di serie B o C, quello low budget proiettato nei cinemini periferici (le grindhouse, appunto), tutti, specie i critici, si sono fatti bastare l’informazione e hanno ripetuto quest’unico concetto. Death Proof sarebbe quindi il solito pastiche del regista di Kill Bill: una lunga citazione che tritura (to grind…) titoli, autori, colonne sonore. Insomma: niente di nuovo sotto il sole. Anzi - si è detto e scritto - l’ex enfant prodige continua ad avere un certo talento ma deve crescere, i suoi divertissement cinefili hanno stufato, non se ne può più. Fin qui la pubblicistica istituzionale più qualche critico militante e snob che sceglie la via più facile perché Quentin è troppo cool e troppo cazzone per piacere (ancora) ai piani alti.

Se davvero Death Proof fosse quello che dicono e scrivono, Tarantino sarebbe un pazzo e avrebbe realizzato un’inutile schifezza. Davvero un film di genere che comincia con quindici minuti di dialogo in un’auto si sarebbe potuto proiettare in una grindhouse? Non era Roger Corman a dire che l’exploitation è valida se si ammazza qualcuno entro un quarto d’ora dall’inizio e si mostrano le tette dell’attrice non oltre i primi dieci minuti? L’incredibile miopia nei confronti di Death Proof è la prova che non si è più capaci di guardare il cinema. Lo si vede, certo. Se ne assorbe la superficie ma non si riflette neppure più sull’evidenza. Possibile che nessuno – nessuno! – abbia pensato che non è un caso se i protagonisti sono controfigure? E che addirittura una di loro, Zoe Bell, è una vera stunt, cosa che innesca un doppio corto circuito teorico?

Un concetto sul quale autori e intellettuali postmoderni sono tutti d’accordo: il cinema è morto. Quello di Tarantino riesce a essere “a prova di morte”. Si è rigenerato dalle ceneri riciclando energia dai frammenti di visioni eterogenee (poliziottesco, Hong Kong, blaxploitation, horror…) per creare una sintesi inedita e potente. Non si può dire uno sguardo nuovo, perché Godard, con Fino all’ultimo respiro, fece per primo la stessa cosa (solo con riferimenti diversi, all’epoca considerati comunque bassi) ma con sguardo rinnovato, questo sì. Quel che resta del cinema è sembianza, spettro digitale, algida perfezione, Death Proof replica la modalità di riproduzione sporca, il cambio di formato, il montaggio sconnesso. Quasi un dietro le quinte della forma spettacolare contemporanea, il suo body double, la controfigura, appunto. È lei che si fa male sul serio. Della finzione rappresenta il lato vero.

Si è detto che sì, va bene, Tarantino è bravo ma riflette sul cinema come in una eterna seduta di autocoscienza, con tutto l’onanismo intellettuale tipico di un topo da videoteca. Gli mancherebbe la visione del mondo. Chi la pensa così si merita Lars von Trier tutta la vita!! Il fine dell’autore di Pulp Fiction è un immaginario: già di per sé, quindi, una weltanschauung. Concepita sull’asse radicale degli estremi: ellissi e dilatazioni, piani sequenza interminabili e accelerazioni vorticose, clichè primari dell’avventura (erotismo e violenza) e dialoghi estenuanti, passione vorace per i generi e modalità espressive d’autore. Il risultato non è la destrutturazione del racconto bensì una sua diversa formulazione, dove l’esotismo è dato dal cinema stesso. Come dire: al posto della Terra di Mezzo o del Mar dei Carabi i film e le musiche, le locandine e i gadget.

Scrivono però i gazzettieri: quelli di Tarantino non sono veri personaggi ma silhouette. Una critica ideologica per la quale l’autenticità si misura in funzione del realismo oppure delle possibilità di identificazione. Il genere ha una sua nobiltà quando l’eroe è un personaggio ordinario in situazioni straordinarie. Quentin si ribella allo schema: se non si accetta che la Sposa, Zoe e Stuntman Mike siano straordinari a priori, il giudizio sarà falsato. Quindi un personaggio può essere valutato solo se coerente in relazione al contesto. Nel suo immaginario è assolutamente logico che le vittime si vendichino con meticoloso furore dei cattivi. Lo spessore è dato dal loro eccedere la maschera e gli stereotipi imposti dal genere. Non esistono altrove personaggi come la Sposa di Kill Bill o Abernathy e Kim, perché nessuno si era spinto così oltre. Death Proof è il punto estremo della riformulazione; il più teorico e strepitoso dei film di Quentin Tarantino.

Pubblicato Giugno 4, 2007 03:07 AM | TrackBack

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