di Daniela Bandini
Gianni Biondillo, Il giovane sbirro, Guanda, 2007, pp. 343, € 13,60.
Gianni Biondillo è un autore a mio avviso straordinario. Accompagnati da lui si può percorrere l’attualità più stringente con approfondimenti inusuali ma affrontati con eleganza, squarci di verità su patologie lucidissime nella loro follia.
In questo romanzo Biondillo si avvale del giovane futuro ispettore Ferraro, una sorta di prologo del personaggio, per proporci una serie di delitti “classici”. Di quei delitti che fanno parlare i benpensanti, nei quali amano crogiolarsi i moralizzatori in preda alla tentazione di sostituire la cronaca con la smisurata amoralità del perbenismo refrattario a qualunque ricerca delle cause.
Biondillo è anche un maestro dei dialoghi; i personaggi comunicano in modo fluido, naturale e talvolta illogico, come accade nella realtà. Un vero talento stilistico, da prendere a esempio.
Fantasticherie, sofferenze personali, lo stesso clima, tutto influenza la nostra vita e anche un’indagine. O forse soprattutto un’indagine. Se pretende di compenetrare la persona deve poterne risentire, deve calarsi materialmente negli odori, nelle musiche, nelle tappezzerie, nel freddo del mattino, nel languore intimo di un lenzuolo ancora impregnato dell’umore di due amanti.
Il giovane ispettore Ferraro conduce una vita che parrebbe il coronamento di un’esistenza niente affatto banale o scontata. Una moglie intelligente dalla quale avrà una figlia, desiderata, scelte di vita condivise, pochi problemi economici, comunque trascurabili. Una vita che lo porterà a lavorare nella provincia bergamasca, una provincia notoriamente ricca, benestante e dedita al lavoro come ideale supremo. In uno di quei ristoranti cosiddetti caratteristici, ma a buon mercato, in uno di quei posti dove vorresti essere cliente abituale per essere trattato come uno del posto, dove ci si lascia un po’ andare col cibo e col vino perché sembra di non infrangere nessun tabù, dove anche gli spettri dell’ipercolesterolemia e delle calorie sono tenuti a debita distanza dal vociare tonante e dialettale degli avventori, in un posto così scoppia un incendio senza dubbio doloso.
Il sospettato è arcinoto: un attaccabrighe già conosciuto dalla polizia, che aveva dato in escandescenze all’interno del locale qualche giorno prima. Il caso sembra chiuso, se non fosse che la pasta fatta in casa dalla signora Mariuccia, una tale prelibatezza che i clienti la prenotano per cucinarsela a casa, nasconde delle sorprese ben più remunerative e stimolanti del solito impasto a base di farina e uova.
C’è poi il caso dell’autrice scomparsa, nativa di quelle vallate e simbolo del riscatto culturale locale, che cela trame forse un po’ troppo romanzate in linea col personaggio, ma anche drammi recenti risalenti alla seconda Guerra Mondiale. C’è il ritratto di una provincia ben lontano da quello che vorremmo vedere della provincia, di quello che cerchiamo quando imbocchiamo una deviazione e tutto ci appare più pulito, sano e onesto.
Ferraro guarda disgustato i funerali delle vittime e si accorge di odiarla, quella provincia. Così identica nell’ipocrisia a quella città tanto deprecata nella sua immonda e selvaggia arroganza. Uguale, così venale, lontana da valori autentici, zeppa di ideali surrogati come lo shopping compulsivo al posto di una sana passeggiata nei boschi, la pedofilia al posto del sano corteggiamento e alle scappatelle dei coniugi, e poi quei funerali che sembrano sfilate di moda, questo sì, molto provinciale.
I delitti della città sono affini, talvolta hanno un orizzonte più vasto, tendono a espandere il confine del disagio e farne una ragione sociale, comunitaria. Ma in fondo sono sempre gli stessi. C’è il tranviere che uccide perché gli hanno distrutto il sogno più bello della sua vita, il giocattolo più prezioso e denso di significati che una mente possa strutturare. La signora anziana che uccide a sangue freddo con un lungo coltello, tutto quel sangue le ricorda tanto il suo famoso ragù “rosso, denso e vischioso”, come dev’essere, come lo sa fare solo lei, come piace al figlio, come quella sciacquetta della nuora non saprebbe mai fare.
Egregiamente scritto il capitolo dell’apparizione in TV di uno scrittore che media affannosamente per avere due minuti di notorietà col conduttore suo conoscente, e finirà per comprendere l’inafferrabile potenza delle regole televisive. Un vero psycothriller il delitto di una professoressa, nella cui ineccepibile esistenza si cela uno scandaloso diario zeppo di ammissioni carnali a dir poco azzardate. In un turbine di sesso estremo e devozione che sfiora il misticismo, vediamo la passione per un uomo mai dimenticato di cui insegue la reincarnazione.
Quindi la prostituta Giovanna. Giovanna non è più giovanissima, batte sempre nelle stesse vie, ha cresciuto una figlia che ignora il destino della madre, una figlia che rappresenta l’alternativa, ciò che lei avrebbe voluto per sé, che la crede infermiera. L’hanno trovata orrendamente straziata, ammazzata con rabbia e rancore, la morte avvenuta dopo un rapporto con un cliente, molto probabilmente. Un caso non risolto, un delitto quasi di provincia, la stessa blasonata alterigia, le stesse squallide motivazioni, lo stesso sordo rancore, la stessa identica frustrazione.
Nel corso dell’intero libro scorre la storia di Kaled. Un albanese. Argomento scomodo da trattare. Si parla di CPT, di violenza della polizia, di discriminazione razziale, di preconcetti, di clima ostile, di caccia all’immigrato: se poi albanese, non ne parliamo… C’è la rabbia, lo sgomento e la fatica fisica della carcerazione e dell’incertezza sul proprio futuro, c’è la sonnolenza eccessiva dovuta agli psicofarmaci che aggiungono al cibo per sedare i clandestini, c’è l’impossibilità di essere normale.
Un libro che è un autentico ritratto del nostro paese, oggi, con le sue sigle televisive in sottofondo, i suoi titoli di giornale, le sue molte miserie e le poche nobiltà, ma che dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia per non cedere mai alla tentazione di dire la frase scontata: “Di questo passo dove andremo a finire?”


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