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Le Vite parallele di Alberto Radicati

Liberarsi dal «giogo crudele dei preti».
Le Vite parallele di Alberto Radicati

di Massimo Cappitti

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Scrive Spinoza nella Prefazione al Trattato teologico-politico che «se gli uomini fossero in grado di governare secondo un preciso disegno tutte le circostanze della loro vita, o se la fortuna fosse sempre loro favorevole, essi non sarebbero schiavi della superstizione». La condizione umana, però, è segnata da difficoltà che gli uomini «non sanno in alcun modo risolvere», cosicché, affetti dalle passioni tristi della speranza e del timore, si affidano alle credenze più insensate e a «strane interpretazioni dei fatti naturali come se la natura nella sua totalità fosse pazza come loro».
Da questa disponibilità a credere ai più «assurdi misteri» sono derivate, pertanto, la necessità di «rivestire la religione di un esteriore cerimoniale che la rendesse superiore ad ogni circostanza e la facesse oggetto di una zelantissima e continua osservanza da parte di tutti» e, insieme, il potere sacerdotale teso a limitare, se non addirittura ad impedire, il libero uso della ragione.

Al contrario, anticipando Kant, Spinoza propone che ogni articolo di fede venga sottoposto a un «libero e spassionato esame» al fine di non accettare nulla che contrasti con l’ordine delle cose che è, anche, l’ordine di dio, poiché, come egli scrive, l’ordine naturale «procede necessariamente» dalle eterne leggi di dio.[1]
Vittime dell’illusione di essere lo scopo finale verso cui converge la creazione, gli uomini, invece, ritengono che la maggior prova dell’esistenza di dio risieda nello scostamento della natura da se stessa e dalle sue regole. Da qui la fede nei miracoli, espressione dell’intervento straordinario di dio che sovverte l’ordine da lui stesso creato.
Le tesi sostenute da Alberto Radicati in Vite parallele, dove è evidente il riferimento a Plutarco, – ristampate recentemente da Gammarò Editori, piccola casa editrice di Sestri Levante, a cura e con una bellissima e colta introduzione di Tomaso Cavallo – si inscrivono nella linea tracciata dalle considerazioni di Spinoza. Del resto Radicati, illuminista piemontese – il «primo illuminista della penisola», secondo Piero Gobetti – conosceva bene il Trattato, da lui letto appassionatamente e ampiamente citato anche in altre sue opere.
Nella sua introduzione, Cavallo ricostruisce con grande finezza e appassionato rigore non solo le letture di Radicati e quanto di esse penetra nella stesura dei suoi libri ma, anche, l’ambiente culturale entro cui l’autore si muove nella sua breve e tormentata vita. Non solo Spinoza, quindi, ma il Montesquieu delle Lettere persiane, Swift o ancora, tra gli altri, Machiavelli, Hobbes, Sarpi, Toland, Mandeville e, risalendo agli autori dell’antichità, Tacito, Lucrezio e Luciano.[2]
Il volume si compone di due brevi trattati legati tra loro, come due movimenti di uno stesso tempo, dove il primo istituisce il parallelo tra Sosem, ovvero Mosè, e Maometto e il secondo quello tra Licurgo e il Nazareno. Radicati si propone di liberare la religione da quelle «ridicole invenzioni», come i miracoli, ad esempio, il cui unico scopo è rafforzare il potere dei sacerdoti fondato sulla paura del popolo e sulla sua credulità. Necessità – quella di liberare gli uomini dal giogo crudele del potere clericale e dell’assolutismo politico – che ha contraddistinto, come ricorda Cavallo, la vita e l’opera dello scrittore piemontese al punto di pagare la coerenza del suo progetto con l’esilio, il carcere e, infine, la morte nella più assoluta miseria.
Si tratta, pertanto, di «vincere l’ignoranza popolare che fa, addirittura, amare al popolo le catene da cui è gravato»[3] e di sottrarlo, così, alla «servitù volontaria» cui si sottopone e che lo rende complice del suo carnefice. Per questo, occorre riportare la fede ai contenuti originari predicati dal Nazareno nel discorso della montagna. «Povertà, umiltà, perdono, carità» hanno perso la loro incidenza a causa delle interpolazioni successive e, in particolare, dell’intervento dell’apostolo Paolo che ha provocato un «pernicioso allontanamento dalla semplicità del vangelo di Gesù».[4]
Anche per Radicati – come, successivamente, per Kant – «uscire dalla minorità» implica il coraggio di abbandonare pregiudizi e opinioni infondate, esito della fiducia mal riposta in tradizioni ormai estenuate ma non per questo meno autoritarie e feroci. Occorre, allora, svincolarsi dalla «tutela clericale», esercitando liberamente la propria facoltà di giudizio, affinché ciascuno possa scorgere la vacuità delle «credenze di cui è stato nutrito fin dalla culla».[5]
In particolare, Radicati rifiuta ogni immagine di dio che confligga con i suoi attributi, al punto da ritenere, come già Bayle aveva sostenuto, preferibile l’ateismo piuttosto che «adorare un essere imputabile di crimini tanto enormi e di consimili iniquità, perché le imperfezioni e la malvagità debbono certamente essere più contrarie alla natura del vero dio, più ingiuriose al suo vero onore che la negazione della sua esistenza».[6]
È impensabile, cioè, che a dio possano essere attribuite azioni incompatibili con le sue «perfezioni infinite». Dio non può volere, gratuitamente e capricciosamente, il male degli uomini e, così, commettere ingiustizia. Piuttosto questo dio «ingiusto, crudele, ignorante» – il «mostro orribile» evocato dalle Vite – serve alla casta sacerdotale per l’edificazione del suo potere, è l’«impostura» che ne costituisce l’imprescindibile fondamento.
Lo stesso Maometto, del resto, – cui Radicati guarda con maggior simpatia rispetto a Sosem – non ha esitato a ricorrere ad un inganno, per non perdere l’affetto delle mogli, trasformando le crisi epilettiche che lo affliggevano in «rapimenti estatici», in momenti, cioè, di comunicazione privilegiata col divino.
Grazie alla superstizione, potere religioso e potere secolare si saldano, accomunati dalla determinazione di ridurre il popolo ad uno stato di soggezione, persuadendolo che in realtà si sottomette e ubbidisce a dio, anziché ad altri uomini. Nell’Avviso al lettore che apre il libro l’autore invita chi legge a discutere e, insieme, a mettersi in discussione, «animato unicamente dal puro amore della verità che, giorno dopo giorno, cerca di scoprire, approfondendo sinceramente e senza pregiudizi le diverse opinioni umane concernenti la verità».[7]
È opportuno, dunque, vagliare alla luce della ragione ogni opinione affinché non sia lasciato solo alla fede il compito di «guidare e governare il nostro intelletto», costretto, in tal modo, a dare il proprio assenso «anche alle assurdità più mostruose, alle falsità più grossolane, considerandole quali verità incontestabili».[8] Da qui, quindi, la decisione di espungere dalle argomentazioni ogni riferimento al soprannaturale – «ingombrato dai miracoli» – per lasciare spazio, invece, all’«esame imparziale» e libero delle argomentazioni.
Entrambi – Maometto e Sosem – usano dio per fondare il potere ‘teologico-politico’: le convulsioni del primo diventano «sante», cosicché, come si è detto, d’un sol colpo realizza l’obiettivo di preservare l’affetto delle mogli e di «approfittare» della credulità popolare, «per elevarsi e stabilire con la forza aperta la sua religione e la sua autorità tra gli Arabi».[9] Ciò non gli impedì, però, di ricevere «gloriosamente e a braccia aperte coloro che si sottomisero alle sue leggi». Se, infatti, «mise a morte i più ostinati», d’altra parte, «risparmiò sempre il sangue innocente delle donne, delle vergini e dei bambini».[10] Al contrario, Sosem «fece perire intere nazioni», esercitando sugli altri popoli una violenza crudele, analoga a quella scatenata da «quei mostri disumani degli Spagnoli quando travolsero i popoli del Perù e del Messico».[11] Radicati sottolinea, con forza, la brutalità del dio evocato da Sosem: così ingiusto e implacabile da perseguitare «le genti di Egitto», benché queste «non fossero in nessun modo al corrente di ciò che accadeva tra il loro re e Sosem».[12] Colpisce, infatti, l’accanimento divino e il gioco terribile – tanto più terribile perché irriducibile ad ogni spiegazione che non fosse la «crudele soddisfazione di affliggerlo più a lungo e in modi diversi»[13] – entro cui irretisce il faraone, affinché questi «persistesse nel rifiutare ostinatamente ciò che egli aveva ordinato a Sosem di chiedergli».[14] Dio, cioè, lo punisce, paradossalmente, per «una disobbedienza di cui lui stesso è la causa».[15]
Radicati contesta radicalmente la possibilità che dio possa percorrere strade in contrasto con la sua natura perfettissima e naturale o che possa decidere in conflitto con «l’ordine saggio, eterno con cui governa l’universo, perché quest’ordine è perfetto, né potrebbe esservene uno migliore».[16] Lo scrittore piemontese è, quindi, ben lontano dal dio che nel libro di Giobbe afferma, con arroganza e disprezzo della volontà umana di comprendere, la propria libertà assoluta, o dal dio che impone ad Abramo il sacrificio di Isacco, travalicando, come avrebbe sottolineato Kierkegaard, l’ambito dell’etica per una fede da accettare scandalosamente e senza riserve, in pura perdita.
Allo stesso modo, la «virtù» di Gesù, come si legge nel secondo parallelo istituito tra il Nazareno e Licurgo, si manifesta di per sé, senza, cioè, la necessità di evocare «tutti i miracoli sorprendenti e incontestabili che hanno preceduto e accompagnato la sua nascita e quelli che egli compì in vita e dopo la sua morte».[17] Radicati, dunque, fa del Nazareno un «santissimo legislatore», quello che si è distinto, tra tutti, «per l’eccellenza delle sue leggi e dei suoi costumi».[18] L’autore delle Vite riprende una «tradizione libertina» che, come ricorda Cavallo, affonda le sue radici nell’«averroismo medioevale» e nel «machiavellismo cinque-seicentesco» e tende a separare la figura di Gesù dall’apparato istituzionale e ideologico – la Chiesa – che in suo nome si è istituito. All’originario «messaggio etico-morale» del messia si oppone la religione, intesa come «strumento di controllo politico delle masse pedagogicamente istruite all’obbedienza».[19]
Gesù, pertanto, «vittima del potere clericale del suo tempo»,[20] disconoscerebbe chi, in suo nome, ha fatto e fa, come avrebbe scritto Hölderlin, del sacro un «mestiere», irrigidendolo, cioè, nel «positivo» dell’istituzione ecclesiastica.
Come scrive ancora Cavallo, egli «voleva l’avvento del regno di dio, la pace e la giustizia tra gli uomini sulla terra, e non la venuta della Chiesa costantiniana».[21]
Il messia si è prefisso il compito di liberare insieme al suo popolo l’umanità intera dalla «tirannia sacra e civile» che, per mantenere il proprio potere, non esita ad esercitare una coercizione, anche violenta, sulle coscienze. Per questo motivo Radicati sceglie di privilegiare il discorso della montagna, laddove, a suo parere, emerge la prospettiva rivoluzionaria di Gesù: la sua volontà, cioè, di «ripristinare, attraverso le sue sante leggi, gli uomini in quello stato civile nel quale si trovava il primo degli uomini viventi prima della sua trasgressione» e di costruire una «democrazia perfetta, in cui non vi è né mio, né tuo, né superiorità morale».[22]
Gesù, allora, è divenuto il bersaglio contro cui si è scatenato il fanatico furore dei preti perché ha predicato la «comunione dei beni» e «l’eguaglianza tra gli uomini», perché ha pensato la redenzione qui e ora, senza differire la promessa di salvezza nell’aldilà.[23]
La proposta, allora, della rivoluzione nel presente – nel mondo così com’è – avrebbe, inevitabilmente, smascherato l’infondatezza su cui riposa ogni potere dei sacerdoti, ossia l’«impostura» su cui si regge ogni potere: ovvero la minaccia della dannazione eterna qualora le leggi vengano disobbedite o eluse. D’altra parte, anche del programma di Licurgo Radicati sottolinea l’aspetto ‘comunistico’: l’«eguale suddivisione delle terre» – il cui esito è il pieno dispiegamento della fratellanza umana –; l’abolizione della famiglia tradizionale; la lotta contro il lusso e l’abolizione dell’oro e dell’argento da cui discendono invidia, gelosia, «inganno e ambizione», passioni antisociali che dissolvono ogni legame, perché scatenano la concorrenza tra gli uomini per l’appropriazione delle ricchezze.
Licurgo, come Gesù, rischia la vita per il suo progetto, ma non riesce, comunque, a raggiungere la radicalità della proposta cristiana, poiché questa si rivolge all’intera umanità, caricandosi, in tal modo, di un’aspettativa universale. Gesù muore tragicamente, mentre Licurgo muore serenamente, circondato dagli amici. In questa differenza risiede, secondo Radicati, l’ulteriore forza dell’esempio del messia.
Resta, dell’illuminista piemontese, non solo la coerenza della sua vita, segnata dalla persecuzione per le idee da lui professate, ma, soprattutto, lo sguardo radicale ancora più fecondo in tempi – i nostri – dove coloro che hanno la pretesa di detenere la verità assoluta – capi di governo e capi di Chiese – tornano pericolosamente a contendersi in modo feroce il dominio dell’umano.



[1] Cfr. B. Spinoza, Trattato teologico-politico, trad. it. S. Rizzo e F. Fergnani, UTET, Torino 1972, pp. 387-390. Ovviamente cfr. D. Hume, Storia naturale della religione, in Opere filosofiche, IV, a cura di E. Lecaldano, Laterza, Bari 1987, pp. 51-113.

[2] Cfr. Tomaso Cavallo, Le divergenze parallele. Mosè, Maometto, Nazareno e Licurgo: impostori e legislatori nell’opera di Alberto radicati, introduzione a Vite parallele, Gammarò Editori, Sestri Levante 2006, in particolare pp. xiii-xviii.

[3] Ivi, p. xxxiv.

[4] Ivi, p. xx.

[5] Ivi, p. x.

[6] Radicati, Vite parallele, cit., p. 24.

[7] Ivi, p. 3.

[8] Ivi, p. 7.

[9] Ivi, p. 12.

[10] Ivi, pp. 25-26.

[11] Ivi, p. 26.

[12] Ivi, p. 19.

[13] Ibid.

[14] Ibid.

[15] Ivi, p. 20. Zelim e Nathan sono chiamati a discutere della fede di Maometto e Sosem. Ritenere «che dio ha ogni potere e può fare tutto quello che vuole» è, a parere di Zelim, un’opinione «empia» giacché è «impossibile che dio faccia qualcosa di contrario ai suoi attributi e incompatibile con le sue perfezioni infinite» (ivi, p. 24).

[16] Ivi, p. 15.

[17] Ivi, p. 34.

[18] Ibid. Porre l’accento sul messaggio etico di Gesù significa, come osserva Cavallo nella sua introduzione, risolvere il cristianesimo nella «religione naturale».

[19] Cavallo, op. cit., p. viii.

[20] Ibid.

[21] Ivi, p. xxxvi.

[22] Radicati, op. cit., p. 67.

[23] Scrive Cavallo che «non la morte sacrificale di Gesù acquisisce un significato di liberazione dell’intera umanità dal giogo del peccato, ma la sua legislazione democratica e comunista» (op. cit., p. xxxi). È chiaro che l’interpretazione della vicenda di Gesù da parte di Radicati si basa su una «lettura selettiva e orientata delle fonti neotestamentarie». Risulta, ad esempio, assente l’incarnazione o «l’atmosfera escatologico-apocalittica».

Pubblicato Maggio 12, 2007 05:12 PM

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