di Paolo Persichetti
Prima di assumere una valenza negativa e diventare sinonimo di sostenitore delle tesi negazioniste (o riduzioniste), che contestano la veridicità storica delle camere a gas e più in generale dello sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, il concetto di revisionismo ha potuto vantare importanti galloni di nobiltà. Paradossalmente i primi revisionisti sono stati, sul finire dell’800, proprio gli avversari dell’antisemitismo moderno, ovvero i sostenitori della revisione del processo che aveva portato alla condanna del capitano Dreyfus.
La storia del revisionismo, spiega Enzo Traverso in «Revisione e revisionismo», capitolo conclusivo di Le passé, modes d’emploi. Histoire, mémoire, politique, La fabrique éditions, Paris 2005 (tradotto in italiano da G. Morosato, con il titolo Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, ombre corte, Verona 2006), può essere ricondotta a tre fasi principali: le prime due formatesi attorno ad una controversia marxista e ad uno scisma interno al mondo comunista e in cui il termine conserva un’accezione teorico-politica; la terza, successiva al secondo dopoguerra, nella quale il suo significato si trasferisce a pieno titolo nel dibattito storiografico, connotandosi però di valore positivo per la carica innovativa, sul piano dei contenuti e del metodo, opposta alle vulgate storiografiche dominanti. Almeno fino alla «usurpazione» del termine da parte dei negazionisti, che in questo modo hanno cercato di nobilitarsi come una scuola storiografica alternativa a quella da loro definita degli «sterminazionisti».
Il vecchio segretario di Engels, Edouard Bernstein, fu il primo a fornire dignità teorica al concetto sostenendo la necessità di «revisionare» alcuni aspetti del pensiero marxiano. Egli tentava in questo modo di adeguarne il lascito teorico alla svolta riformista e statalista della socialdemocrazia tedesca. Allora il «revisionismo» divenne l’oggetto di un’accesa disputa teorica su cui si riversò la dura critica di Kautsky (anch’egli più tardi convertitosi, al punto di beccarsi del «rinnegato»), Luxemburg e Lenin. Anche se molto duro, il confronto restò tuttavia nell’ambito di una battaglia di alto livello ideologico. Seguirono altre revisioni, sempre nelle file socialiste, che virarono verso quelle che furono le premesse del fascismo (Mondolfo, Sorel, de Man). Il termine ormai cominciava a diffondersi e venne impiegato, negli anni ’30, nei confronti di Vladimir Jabotinsky, che, rifiutando la via diplomatica sostenuta dai fondatori del sionismo politico, prospettava con grande anticipo sulla storia la necessità del ricorso alla forza per la creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Sempre in quegli anni il termine assunse una connotazione dogmatica feroce che fece scuola nella tradizione politica kominternista, divenendo un terribile epiteto dispregiativo con il quale veniva etichettato il «traditore» di turno. La rottura con Tito, nel ’48, lo scontro tra Cina e Unione Sovietica del ’60 e il ’68 attribuirono all’espressione un successo linguistico di massa.
È solo nel dopoguerra, dunque, che il concetto comincia a designare anche forme di rinnovamento dell’interpretazione storiografica. Qui Traverso richiama i lavori di storici come Fischer, che promosse una nuova interpretazione delle origini del primo conflitto mondiale, Kolko, che sottopose a critica la tesi che attribuiva ai sovietici le origini della guerra fredda, o di Alperovitz, che mise in luce nuove ragioni che portarono gli USA a lanciare l’atomica sul Giappone (acquisire subito la supremazia mondiale nel confronto militare con i sovietici, piuttosto che ridurre la durata della guerra e il numero delle vittime).
Revisionista può dirsi in Italia il dibattito che agli inizi degli anni ’60 critica la vulgata liberale e riprende la tradizione dei ‘meridionalisti’ confluita nelle tesi gramsciane sui limiti del Risorgimento, denunciando il carattere colonialista dello Stato unitario. Allo stesso modo è revisionista la rilettura liberale della rivoluzione francese promossa alla fine degli anni ’80 da Furet e preannunciata dai nouveaux philosophes. Lo stesso può dirsi per il contributo dei «nuovi storici» israeliani (Morris e Pappé), i quali presentano il conflitto arabo-israeliano del ’48 non solo come guerra di autodifesa, ma anche come «epurazione etnica».
Apertamente revisionista è il lavoro di Renzo De Felice quando infrange la vulgata azionista che domina la retorica antifascista dell’«arco costituzionale» (fatta propria anche dall’interessata rimozione dei troppi comunisti redenti) e riporta alla luce i tratti rivoluzionari del primo fascismo, la sua capacità modernizzatrice e razionalizzatrice (a cui si ispirerà la stessa teoria keynesiana) e il consenso di massa raggiunto dalla dittatura negli anni ’30. Argomenti occultati dalla storiografia ufficiale e da quella di sinistra di formazione gentiliano-bottaiana, che aveva dimenticato le lezioni di Togliatti sul fascismo come «regime reazionario di massa» e la tesi di Bordiga che vi aveva intravisto un processo modernizzatore del capitalismo degli anni ’30. Revisionisti sono i lavori di Sternhell e Paxton, che evidenziano le origini repubblicane della Francia di Vichy e ricostruiscono le radici nazionali del fascismo francese.
Revisionista è Claudio Pavone quando negli anni ’90 scardina il dogma della Resistenza come guerra patriottica e nazionale e fa riemergere anche il suo carattere di guerra di classe e guerra civile. E si può aggiungere che allo stesso titolo revisionisti sono, alla fine degli anni ’90, i lavori pioneristici di Marco Clementi e Vladimiro Satta contro le teorie del complotto impiegate per spiegare il rapimento Moro e più in generale la vicenda della lotta armata condotta da alcun gruppi della sinistra rivoluzionaria. Contributi che sgretolano l’immondizia storiografica proliferata attorno a categorie come quelle di «doppio Stato» e «poteri paralleli», cauzionate da figure importanti come Franco De Felice, Bobbio, Galli.
Però le revisioni, sostiene sempre Traverso, possono avere diverso valore e spessore, a seconda che siano il risultato della scoperta di nuove fonti e testimonianze o conseguenza di mutamenti di paradigma interpretativo, come nel caso della storia delle donne, o in passato per la storia sociale e delle mentalità, che hanno ribaltato i metodi e l’oggetto di ricerca tipici della storia evenemenziale, ed oggi i cultural studies o la socio-storia, che propone anche una visione critica di quegli «imprenditori della memoria» dietro i quali ormai non si cela più soltanto il mestiere dello storico. Differente, invece, è il significato di quelle «revisioni», espressione unicamente di svolte etico-politiche, che interpretano la vulgata apologetica di nuove fasi storiche: come in Nolte, antesignano del «rovescismo», che legge in forma giustificazionista l’avvento del Terzo Reich, ritenuto l’inevitabile reazione al «male bolscevico». Una forma di revisionismo ideologico in cui prevale un uso pubblico della storia finalizzato unicamente a dare senso e fornire referenti simbolici alle nuove epoche che si instaurano, e a cui può iscriversi l’intero filone poliziesco inaugurato dal Libro nero del comunismo curato da Courtois.
Se quest’ultimo approccio va certamente combattuto, serve invece interrogarsi sull’efficacia pedagogica che offre l’assimilazione di ogni revisionismo sotto una medesima categoria negativa. La criminalizzazione fuoriesce dal dibattito delle idee, terreno sul quale occorre vincere: è una pratica inquisitoriale, una scomunica verso quella che è considerata un’eresia. La storia non può trasformarsi in un canone normativo. Per questo motivo, secondo Traverso, sarebbe meglio abbandonare completamente la categoria di revisionismo, poiché essa, in realtà, è l’inevitabile contraltare ad ogni concezione teologizzata e dogmatizzata della storia («se si accetta la nozione di “revisionismo”, bisogna ammettere il principio di una storia ufficiale»), come avveniva per l’antifascismo di Stato nei paesi dell’ex campo socialista, o accade oggi, per il genocidio ebraico, sacralizzato come una religione, e non a caso chiamato Olocausto (sacrificio). «Instaurare una verità storica ufficiale protetta dai tribunali conclude ha l’effetto perverso di trasformare gli assassini della memoria (come aveva ribattezzato i negazionisti lo storico Vidal-Naquet) in vittime della censura».
Di questo passo accadrà che chiunque intenda esercitare in modo critico e scomodo il lavoro di storico finirà per essere identificato come un potenziale terrorista della memoria.


[...]Alla fine, per il ritorno della critica è indispensabile la memoria, la densità del passato sulle evanescenze del presente. La forza della tragedia sulla moderna rappresentazione, ridotta a cabaret e colate laviche di figurine. Una coatta collezione di album Panini a vita...
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