Uscito in sordina nel novembre del 2006,
I semi di Marizai (Fanucci, € 14), non ha lasciato tracce: la stampa non fiata, i blog tacciono. Strano, perché l’ultimo romanzo di Claudio Asciuti, critico e scrittore eterodosso ben noto nel mondo della SF, contiene un tasso di provocatorietà, degno di suscitare almeno uno straccio di polemica. Eppure i professionisti della nostrana litigiosità, sempre pronti a schiamazzare con lo zelo invettivale delle massaie frodate ai saldi, stavolta non si attivano. Sia chiaro, in un mercato editoriale intasato di «novità», pronte a invecchiare nel giro di una notte non stupisce che i libri evaporino, resta comunque qualche perplessità a proposito di un silenzio così fermo. Banale, o addirittura volgare, adombrare tacite censure su un libro cosiddetto «scomodo», tanto più che l’aggettivo è ormai universalmente impiegato per connotare, a posteriori, romanzi o saggi di successo. Quello di Asciuti è semmai un libro politicamente irritante e difficilmente classificabile.
Ambientato a Genova a ridosso dei fatti del G8,
I semi di Marizai, vede Mezza Cartuccia, investigatore «fascista non pentito», alle prese con la scomparsa di una ragazza, dispersa in seguito ai fatti di Luglio. Nel corso di un’indagine incendiaria, il protagonista si trova pericolosamente stretto tra la propria vocazione fascista e le sirene di un Movimento che per certi versi gli assomiglia anche troppo. E qua sta la novità e forse la spinosità del romanzo: nella volontà di sottolineare, a torto o a ragione, gli orizzonti antropologicamente simpatetici di due tradizioni più che nemiche. Alternando una lingua brutale e veloce alla Spillane, riflessioni storico-politiche e scorci sentimentali, il plot si folgora in un finale alla Peckinpah poco plausibile forse, ma decisamente efficace. Un finale in cui il Mezza Cartuccia si fa paldino dei «ragazzi» del movimento a indicare che i Nemici sono altri: altri fascisti, sì, ma non quelli come lui. Lui è anticlericale, antiatlantista, antifiniano, anticapitalista: un fascista vero, quindi un rivoluzionario, gli altri sono solo servi con un’immarcescibile vocazione golpista. Va da sé che un libro che aggiorna (provocatoriamente?) la filosofia equivoca dei fondatori di Terza Posizione non riscuota il plauso dei più, irritando il lettore engagé e scontentando chi si aspettasse un romanzo rispondente ai canoni di certa ortodossia destrorsa. Quanto poi ai paladini del politicamente scorretto, categoria rivendicata e sbandierata ad nauseam dalla destra intellettuale ma molto ruminata anche a sinistra, non vi troveranno il simpatico cinismo e la sanguigna sgradevolezza, che amano acclamare in ogni opera ritenuta, da loro, demistificatoria. Tanto lo «scorrettismo» in genere gronda sarcasmo quanto il romanzo di Asciuti trasuda romanticismo, un romanticismo consapevole che da un lato lo colloca nell’alveo della tradizione, dall’altro rende ancor più urticante il suo ricorso a un protagonista di estrema destra. È il romanticismo del reduce, vittima di un’incerta nostalgia della Lotta riscontrabile in un’intera generazione e non certo solo di destra: un’estetica dell’azione tra D’annunzio e Callahan, una «gestualità» della violenza tra Marinetti e Peckinpah, una filosofia della morte, avrebbe detto Jesi, che accomuna i protagonisti, e non letterari, di una lunga stagione. Mezza Cartuccia si move orgogliosamente solo per una Genova non oleogafica, nell’impalpabile tensione alla ricostituzione di una «gruppo» con cui e per cui «morire». Una pulsione immanente alla «cultura di destra», per dirla ancora con Jesi, ma che innegabilmente ha coinvolto e coinvolge estetiche ed esistenze che di destra non erano e non sono. Non a caso, alla fine, l’investigatore fascista farà banda con i suoi storici avversari, e con uno di loro sceglierà anche di provare a «morire».
È evidente a questo punto che la provocatorietà di Asciuti, non sta tanto nella scelta di dar vita a un investigatore fascista e di assumerne nettamente il punto di vista, quanto nella rivendicazione di una pretesa elitaria (unico vero elemento di destra nel romanzo) che si afferma però su un terreno emotivamente condiviso da quelli che, un tempo, erano i nemici naturali. Qualcuno potrà incazzarsi e leggere quest’ambiguità come un insulto, altri irritarsi e ritenerla politicamente e storicamente infondata, altri ancora godersi semplicemente un plot ben congegnato. Comunque sia il libro merita almeno due parole, o perlomeno un insulto.


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