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Il noir è uno specchio sordido e nero

Intervista a Raúl Argemí, di Giulia Gadaleta

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Raúl Argemí, in Penultimo nome di battaglia (ed. La Nuova Frontiera, 2006, pp. 126, € 14,50) semina indizi fin dalla prima pagina: solo che noi lettori siamo troppo ingenui e poco scafati per coglierli. Che il giornalista Manuel Carraspique, pur ridotto in un letto d’ospedale a seguito di un incidente stradale in cui il suo occasionale compagno di viaggio ha lasciato le penne, sia un pazzo megalomane, capace nella sua immobilità di convalescente di meditare la propria rivincita, è un sospetto fondato. Si sa che il dolore fisico e lo shock possano giocare brutti scherzi.

Così non badiamo troppo alla caratteristica principale del personaggio e voce narrante, una certa capacità di evitare i riferimenti a se stesso e di raccoglierne invece sugli altri, a cominciare dal suo compagno di stanza, l’agonizzante indio Márquez. Naturalmente il suo interesse è nientemeno che professionale. Solo che negli intervalli di questa sua indagine, nel sonno narcotizzato dai farmaci, compaiono oscure immagini di portelloni “di un aereo in volo e il buco del nulla [che] ti chiama per inghiottirti”.
Vabbe’, adesso non ci badiamo, pensiamo piuttosto alla storia di Prudencio Márquez, indio mapuche, di quelli che hanno abbandonato la propria gente in cambio di nome e cognome europeo e una Bibbia in cui credere, ridotto lì come una mummia, ustionato e in fin di vita, per aver creduto di essere stato scelto da Dio “perché sapeva leggere di filato la Parola e poteva predicare la Verità”. Vittima di un abbaglio religioso, Prudencio credeva di aver ricevuto l’illuminazione e sorvoliamo su questo perchè rappresenta uno dei tanti colpi di scena delle 125 pagine di questo breve romanzo.
Così, tra un clistere e le cure delle infermiere indie, la storia inizia ad affollarsi di personaggi e il lettore si ritrova confuso e dopato, incapace di tirare le somme. Cacho trafficante di medicinali, Orlando il tossico, don Carlos il caritatevole, l’ambiguo dottor Gómez e poi il Camaleonte: il proliferare di voci e punti di vista, l’entrare in scena di questi e altri è frutto realmente della storia che il giornalista sta carpendo a poco a poco all’indio Prudencio oppure l’autore si è fatto a sua volta narratore, abbandonando il primo a una parte secondaria?
Ad aggiungere caos al puzzle di identità vere e fittizie contribuisce l’ingresso in scena dell’ufficiale della gendarmeria Federico. Prendono senso riferimenti prima incomprensibili, la Cantina, la prigione clandestina in cui sostavano prigionieri incappucciati prima di essere inghiottiti dall’oceano, il ’78 e i mondiali di calcio e, a fianco a poliziotti e torturatori, collaborazionisti e pentiti. Finchè la storia raccontata da Federico e da Manuel il giornalista non coincidono, perché Penultimo nome di battaglia sta in equilibrio lungo il confine in cui vittime e carnefici si possono confondondere e la verità della dittatura sta nella sua capacità camaleontica di disumanizzare gli e gli altri. E la Patagonia, frontiera come tante ormai ridotta a periferia, diventa la prospettiva da cui riconoscere le mutevoli facce del potere.

Raúl Argemí è nato a La Plata, in Argentina nel 1946. Da giovane studente è stato attore ed autore drammatico. A poco più di vent’anni partecipa alla lotta contro la dittatura. Arrestato nel 1974 per la sua attività politica, passa in carcere dieci anni della sua vita. Una volta uscito si dedica al giornalismo, divenendo direttore di Claves. Per un decennio ha lavorato per il quotidiano Río Negro, nella provincia argentina del Rio Negro, in Patagonia. Nel 1999 lascia l’Argentina e si trasferisce in Europa, a Barcellona. Penultimo nome di battaglia, il romanzo uscito in Italia alla fine del 2006 per La nuova frontiera, la cui promozione giustifica il nostro incontro, ha vinto nel 2005 il prestigioso premio Dashiell Hammet della Semana Negra di Gijón.
Argemí è una persona cordiale e vuole sapere dove scrivo: gli spiego che la sua intervista audio andrà in onda in una trasmissione radiofonica che si chiama Mompracem. Così inizia la nostra conversazione, uscendo subito dal seminato e perdendoci dietro a Salgari e Sandokan e al perché il padre della letteratura d’avventura è tanto amato in Sud-America...

Guarda... parlare di Salgari significa parlare delle periferie del mondo: forse mi piace Sandokan perchè in origine è un principe malese, tutta la sua vita è concentrata nel combattere l’impero britannico, ma è una lotta totalmente diseguale. In America Latina la maggior parte dei processi di indipendenza dalle metropoli, Spagna o Portogallo, sono stati sostenuti dall’Inghilterra che cercava di prendersi i loro mercati, motivo per cui fino alla Seconda Guerra Mondiale la dipendenza dall’Inghilterra è stata molto forte e ha generato questa cosa strana che fa sì che tutti gli argentini abbiano visto la mano di Maradona che faceva goal agli inglesi.... non sarebbe stato lo stesso se l’avesse vinta l’Italia, lì la vittoria era sull’Inghilterra... ognuno ha il suo amor proprio e quella di Sandokan è un modo di raccontare dalla periferia la battaglia contro gli imperi. E poi mi piace pensare la vita come un’avventura, che è l’unica cosa gratificante.

Intendi dire che l’avventura aiuta a sopravvivere?

Sì, chiaro, l’avventura è credere che qualcosa è possibile, credere nei tuoi sogni. Qualunque persona razionale ti dirà che la possibilità di vincere sono molto poche, ma se non scommetti sui sogni su cosa devi scommetere? Uno dei sogni più comuni è l’amore, che altro c’è?

A proposito di periferie, mi sembra che quasi tutti i tuoi romanzi siano ambientati in Patagonia. È una scelta autobiografica? Oppure ti piace adottare un punto di vista periferico sul potere e sulla dittatura e più in generale sulla storia argentina?

Guarda, nel mio ultimo romanzo che è uscito in Spagna quest’anno, Siempre la misma musica, succede la stessa cosa, oltre al fatto che in parte è ambientata in Patagonia: una storia in cui i personaggi sono semplicemente dei ladri che non hanno alcuna coscienza politica, solo che questa storia è ambientata nel 1978, in piena dittatura militare, e per di più con i mondiali di calcio. Mi sembrava molto interessante poter parlare di questa Argentina dal punto di vista delle periferia: in questo caso la periferia è rappresentata dal punto di vista dei ladri, per i quali la politica è un fastidio perchè interferisce con il loro lavoro. Sono obbligati a “fare politica” a loro volta, perchè la dittatura in qualche modo privatizza i suoi favori: di fatto, se non negoziano con i militari non possono rubare e se li trovano in un modo o nell’altro come soci. Anche questa è periferia.
Mi attrae molto narrare in modo indiretto, dalla Patagonia per esempio che è un luogo che ha subito a sua volta repressione: in Penultimo nome di battiglia racconto di un gruppo di mapuche che hanno perso la loro cultura e che sono al margine della realtà da molti anni. Ma anche loro fanno parte della realtà, nessuno se ne può restare ai margini, anche guardandola o stando dall’altro lato ci si ritrova in mezzo. Mi sembra che sia molto più ricco narrativamente, mi offre molto più gioco raccontare dalla perfieria, sia fisica che esistenziale, dei miei personaggi.

Tu hai fatto a lungo il giornalista, hai cambiato continente e hai avuto anche esperienze traumatiche come quella della galera: come nascono le tue storie? E’ più importante l’elemento autobiografico, di cronaca o le storie ascoltate dagli altri?

Tutte queste cose, io credo che non si possa non scrivere da un luogo che non sia il proprio, quello che si vede, quello che si ascolta e anche quello che si sogna e immagina, sono la materia con cui lo scrittore costruisce le sue storie. A me interessa la fiction, lascio ad altri il compito di scrivere libri di testimonianze, io credo che la fiction offra un punto di vista differente, ha a che fare con le storie degli altri e con fatti che magari non si sono verificati, ma meritavano di accadere. Parto da lì e poi normalmente un tema, il cuore della storia, mi si impone, inizia a stuzzicarmi e all’improvviso mi rendo conto che devo narrarla in una certa maniera e comincio a giocarci e a scrivere, non faccio mai una mappa del libro.

E’ difficile credere che in Penultimo nome di battaglia non ci fosse una regia precisa, anzi dà l’impressione che il finale fosse deciso fin dall’inizio, che tu sapessi esattamente dove volevi andare a parare... deve esserci stato un piano di scrittura.

Sì è vero, il romanzo deve avere una chiusura e un piano. Ma il noir è ingannevole perchè in realtà è meno importante chi sia il criminale del perché egli compia il delitto. Se poi viene rivelato il criminale e la vittima dal primo capitolo, uno inizia a interrogarsi... l’imbroglio sta nel fatto che la struttura di tipo poliziesco non conduce alla risoluzione di un enigma ma piuttosto fa sì che il lettore si faccia molte domande. Borges separava il poliziesco dal noir: nel primo, il caos rappresenta la violazione dell’ordine, il detective risolve il caso e ripristina l’ordine. Invece nel noir il detective, l’investigatore e anche il lettore, al di sotto del caos trovano altro caos. Non ci sono risposte ma solo più domande. Per questo motivo la struttura inganna il lettore, perchè lo tiene legato affinché si ponga degli interrogativi ma non perchè ne trovi la soluzione. Volevo che la storia fosse breve perchè c’è il rischio che il lettore faccia due cose: che chiuda il libro o faccia zapping oppure che si anestetizzi e smetta di sentire quello che sta accadendo. Allora devi assestare un colpo, rapido, in modo che il lettore continui a pensare, perchè io l’ho scritto pensando e continuo a pensarci su.

Una delle voci pricincipali di Penultimo nome di battaglia è, nella sua ambiguità, un torturatore. Perchè hai deciso di raccontare la storia dal suo punto di vista e non da quello delle vittime?

Guarda, io ci ho messo otto anni a scrivere questa storia, sapevo come doveva venire fuori ma non come scriverla, così a un certo punto mi sono accorto che questo personaggio aveva quel tal passato. Raccontare dal punto di vista di un torturatore mi sembrava necessario perchè l’equazione più semplice è pensare che i torturatori siano un’altra razza, un’altra specie, che siano psicopatici e che facciano quel che fanno perché sono malati di mente, oppure sono di un altro pianeta.... il fatto che siano come noi rende molto più grave quello che stanno facendo. Perciò la mia domanda è: siamo poi così lontani? Ci crediamo angelici e buoni, ma quando all’improvviso un padre fuori di sé, arrabbiato, picchia suo figlio, lo separano molti chilometri da questi torturatori? Io questa domanda la lascio aperta perchè continuo a non avere risposta. L’inferno è vicino a noi, molto più di quello che pensiamo: in certe circostanze ciscuno di noi potrebbe trasformarsi in quello che non gli piacerebbe essere. Il noir mi ha permesso di raccontare questi personaggi costruendo una sorta specchio negativo, sordido, nero, in cui se vuoi ti puoi guardare e vedere il peggio di te.

Pubblicato Marzo 6, 2007 03:00 AM | TrackBack

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