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Egan l'illeggibile?

di Riccardo Valla

EggsHead.jpgQualche settimana fa, Valerio Evangelisti concludeva in tono ottimistico una sua valutazione della fantascienza, augurandosi che, come nel riaccendersi dello spirito rivoluzionario dopo il Termidoro, sia prossimo anche a rivivere l’interesse per una fantascienza più impegnata.
Personalmente, più che un Termidoro vedo oggi un’epoca costantiniana di cesaropapismo (o ratzingeriana di papocesarismo), ma è il pessimismo della ragione e ne faccio ammenda. Magari siamo davvero in un Termidoro e Harry Potter e Tolkien sono i nostri “incredibili” (e le “meravigliose” chi sarebbero? Melissa? la Cornwell?)

Concordo naturalmente con lui nel denunciare la triste condizione degli scrittori di fantascienza americani. Anzi, vengono in mente le parole di Rosewater, il miliardario del romanzo di Vonnegut Perle ai porci, quando parla del “più grande scrittore di fantascienza, Kilgore Trout, specializzato nel descrivere società assurde e invivibili, esattamente uguali alla nostra”. Trout è l’unico a capire quello che ci fa il mondo di oggi, ma come vive? È costretto dall’ingrata società a sbarcare il lunario come controllore dei bollini premio presso un reparto spedizioni.
Mi ha colpito però soprattutto la definizione che Valerio Evangelisti dà di Greg Egan, “autore di roba illeggibile, che può essere digerita solo da analfabeti molto intuitivi, visto che il suo valore letterario è nullo”. Personalmente amo Egan, ma nello stesso tempo lo odio e le parole di Evangelisti mi offrono l’occasione per chiarire anche a me stesso il “caso Egan”.
Dopo una serie di volumetti di Urania, l’interesse degli editori italiani per Greg Egan sembra essersi spento, anche se si parlava di una riedizione del suo primo romanzo italiano.
È interessante notare come, dei cinque titoli uraniani di Egan, Luminous e Axiomatic fossero collezioni di racconti, che di solito gli editori non amano. Ma Egan crea sempre forti fedeltà, nei suoi estimatori.
Ho tradotto alcune opere di Egan e personalmente ho trovato stimolanti alcune sue idee e francamente irritanti altre.
Stimolante giudico la sua adesione a quello che chiamerei “paradigma del computer”, ossia distinguere nella mente umana quello che è hardware da quello che è software e poi farne occasione narrativa.
È un vecchio discorso che risale alla psicologia behaviorista degli anni 30 e che arriva alla scienza del computer. Egan mi pare abbia formulato bene l’intera problematica, analizzando il comportamento – e la sua rappresentazione interna, la coscienza – in funzione di variazioni volontarie dell’hardware e del software, ossia delle strutture cerebrali e delle abitudini. Per esempio, un protagonista di Egan che ha avuto un danno cerebrale riceve una “protesi”, un pezzo di cervello artificiale regolabile (“I miei motivi per stare allegro”). È un’idea che meriterebbe maggiori sviluppi: non per nulla le emozioni e i sentimenti sono uno degli oggetti della letteratura.
Interessante anche il suo modo di prendere il principio antropico e la meccanica quantistica e unirli attraverso una rivalutazione della figura dell’“osservatore”. Infatti alla base della fisica c’è il fatto che non è una geometria, un sistema di enunciati e di teoremi, ma si basa sull’osservazione della realtà. Giocando sulla constatazione che un fenomeno fisico è indeterminato finché non viene osservato, Egan suggerisce (per esempio in Luminous e Distress) che sia l’osservatore a determinare la realtà, intenzionalmente o no.
Irritante mi pare invece la tendenza di Egan a prendere qualche ipotesi non del tutto convincente e a svilupparla in modo acritico. Per esempio quando prende qualche astrusa teoria della mente e scrive un racconto per illustrarla. Non sempre lo sviluppo risulta convincente (penso a Mister Voglio; “sconclusionato” è un termine un po’ forte, forse).
Irritante è pure il modo in cui trascura molti sviluppi che potrebbero ampliare il suo discorso. Alcune sue immagini hanno una grande forza e meriterebbero una maggiore elaborazione, soprattutto quelle che hanno, forse involontariamente, un valore allegorico. Per esempio un paio di racconti un cui, per così dire, crollano le certezze: in uno, uno smottamento tra gli universi adiacenti porta la realtà a cambiare freneticamente attorno al protagonista. È una immagine forte, ma trattata troppo sbrigativamente (L’assassino infinito). In un altro racconto, ogni zona del territorio è sottoposta a un diverso campo di “credenze” e passando da una zona all’altra i protagonisti cambiano modo di vedere (Orbite instabili nello spazio delle bugie). Infastidisce il trattamento sbrigativo di queste idee.
Irritante è anche il suo modo di dare per scontate molte conoscenze, non solo quelle appartenenti alla scienza più o meno recente, ma soprattutto quelle dei suoi precedenti racconti. Autoreferenzialità. Per capire cosa sia il “processore quantico” bisogna avere letto il racconto in cui ne parlava. Altre volte un racconto serve solo a spiegare un particolare di un altro. Probabilmente Egan la riterrà una grande furbata, ma in realtà è un isolarsi entro un piccolo gruppo di lettori.
Di fronte a questa situazione, non mi stupisce che Valerio Evangelisti lo abbia definito illeggibile, anche se una parte dell’opera di Egan mi pare valida (“letterariamente valida” è troppo impegnativo, visto che a colpire sono soprattutto le idee).
Ma, se vogliamo andare a cercare il pelo nell’uovo o anche solo nel colbacco, anche tra questa produzione migliore, una parte dei racconti risente della narrazione troppo convenzionale in cui viene forzata l’idea, narrazione che in genere vede un personaggio alla Sam Spade o alla Bogart, investigatore, agente segreto, detective, killer prezzolato, tutti insopportabilmente esperti del mondo, inutilmente distaccati, irreparabilmente vinti, inevitabilmente senza paura ma con qualche macchia, e sempre costretti a dipanare qualche matassa a sfondo scientifico.
Forse è la prima trama che viene in mente, quando si vuole scrivere una storia, ma uno scrittore con un po’ d’amor proprio cercherebbe di evitarla. Egan però non bada eccessivamente alla scrittura, dato che si presenta come scrittore fantascientifico-scientifico, categoria che comunque ha tutta una serie di illustri precedenti, da Verne a qualche buon russo come Dneprov, talvolta Lem, un po’ di Asimov, molto Niven.
Tutta la fantascienza ha il gusto della previsione scientifica, ma in questi scrittori la previsione è il solo protagonista della narrazione, con la conseguenza che, più che narrativa, sono articoli scientifici a livello divulgativo in forma di storia, popolati di caratteri e non di personaggi.
In questo non c’è niente di male. È la riproposta del “racconto filosofico”. Ma anche la forma ha la sua importanza e in Egan si ha l’impressione che una volta incontrata un’idea interessante, prima la inserisca in una storia qualsiasi, e poi, una volta esposta l’idea da cui era partito, perda l’interesse e concluda il racconto in modo un po’ troppo affrettato (con la gioia di chi cerca l’idea, ma con scarsa soddisfazione di chi vorrebbe una narrazione più compiuta).
Qualcuna di queste storie è apprezzabile, quando la struttura “guardie e ladri” è giustificata. Per esempio, Nostra Signora di Chernobyl, con la sua finale inutilità di tutto, della caccia come delle illusioni. La rapidità della narrazione dà il senso di essere trascinati verso una conclusione a cui non si può sfuggire.
Lo stesso gioco però non gli riesce in un racconto con una struttura simile, Pagliuzze, in cui tutto si riduce e una serie di azioni senza vera motivazione e la storia risulta solo un rompicapo con qua e là qualche spunto interessante.
In genere, in Egan, più l’idea è semplice, più efficace è la storia. In questo senso trovo apprezzabili, oltre ad alcune di quelle già citate, Eva Mitocondriale, con la sua riflessione sulla validità di quelle ricerche, Eugene, con il suo ritratto della biotecnica a pagamento e il suo paradosso finale, e qualche altra come La carezza.
Il discorso precedente – idee che a volte sfuggono all’autore per eccesso di complicazione, soluzioni narrative le più banali – vale anche per i romanzi. In genere hanno una struttura a episodi che sembra prodotta dal copia-incolla di due o più racconti lunghi e anch’essi tendono a ridursi a un elenco di idee. A volte Egan cerca di approfondire i personaggi, ma dopo un po’ di pagine abbandona il progetto. In Diaspora, per esempio, il protagonista viene inizialmente presentato come una eccezione, ma dopo qualche tempo la sua personalità si confonde con quella degli altri. In La scala di Schild, nei flashback la protagonista è ben delineata come personaggio femminile trascinante, ma in seguito anch’essa sbiadisce e perde la personalità.
Come considerare Egan, allora? 1) Il più grande scrittore “scientifico” odierno, 2) un autore ormai instradato sul cammino di minor resistenza, 3) un grande scrittore potenziale, 4) un semidilettante pretenzioso e illeggibile?
Per dare un giudizio bisognerebbe vedere qualche sua opera maggiormente impegnativa e propendo per la 2) Per ora è uno scrittore che ha molte idee e che a volte ha una buona capacità di osservazione, ma è ormai instradato su un cammino limitativo: Egan è un giornalista scientifico e scorrendo la letteratura scientifica gli vengono delle idee. Talvolta queste idee meriterebbero di essere sviluppate fino a cerne un saggetto: certe sue riflessioni sul futuro dell’uomo, per esempio, che secondo lui troverà il modo di rendere immortale la propria struttura cerebrale, o la sua riflessione sulla identità tra “persona” e ricordi che compare in La scala di Schild - ma invece di approfondirle e di farne un articolo, Egan scrive un racconto perché così fa più in fretta. (L’hanno sempre fatto tutti, in fantascienza, e per questo è una letteratura con un pubblico ristretto, che aumenta o diminuisce a seconda se l’umore generale del momento porti a cercare nuove idee o a diffidare persino di quelle già esistenti).

Pubblicato Febbraio 8, 2007 03:00 AM | TrackBack

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