Lo stile limpido e tagliente, il sublime sarcasmo, la fulminante genialità di Fredric Brown (1906-1972) fanno della sua ricchissima narrativa breve una galassia scintillante d’una miriade di stelle, ciascuna compatta, ma potente e luminosa come una supernova. Ciascuna capace di riassumere in sé l’universo, per poi dispiegarlo davanti agli occhi del lettore, in un lampo folgorante e chiarificante, fatto per comunicargli il piacere puro della scoperta, fuso con l’emozione profonda della consapevolezza.
Esempio ottimo, e sempre drammaticamente attuale, il suo leggendario racconto Sentinella (“Sentry”, 1954). La profonda sconcertante verità di cui rende consapevoli sui concetti di”nemico”, e di”mostruoso”, è una lezione di vita preziosa e indimenticabile, che merita di prendere il posto nei libri di scuola di molta retorica fuffa. Mentre. il beffardo, inesorabile finale del suo altrettanto giustamente celebrato La risposta (“Answer”, 1954) compendia (e per certi versi trascende) secoli di teologia, e contemporaneamente decenni di cibernetica.
Chi desiderasse leggere una recensione all'ultimo film del giovane cineasta coreano, cerchi su Google. Qui intendo esercitare una capacità di discriminazione su un'arte che, come ho recentemente ribadito qui e qui, sta accelerando verso la crisi della finzione tutta elaborata in occidente, mentre da luoghi estranei ad esso provengono opere spiazzanti: opere d'arte. Forse non siamo più abituati a un'opera d'arte, forse le masse sono state diseducate in tempi recenti (e sottolineo "recenti") alla percezione di che cosa l'arte cerca di intercettare e trasmettere. Ma al di là di questa china che finisce per sprofondare nelle più superficiali conclusioni post-adorniane, è proprio lo statuto dell'arte che vorrei discutere. Appoggiandomi a Time di Kim Ki Duk, ma anche ad altre opere.
Sua nonna raccontava sempre della notte in cui erano venuti al mondo.
A sentire la vecchia era una notte molto calda. Una di quelle afose notti di fine Luglio nelle quali dopo cena tutti gli anziani si mettono fuori a parlare davanti la porta di casa. Chissà cosa aspettano poi.
Diceva che il caldo era addirittura maggiore di quello che si sopportava nel dopopranzo. Un caldo asfissiante che affliggeva uomini e bestie.
A quei tempi, più di quaranta anni prima, le stalle erano ancora piene di cavalli e di mucche, e di mosche e di merda. I vecchi adoravano quella puzza pungente di merda e dicevano che era tutta roba che faceva bene al terreno.
Robert Silverberg, L'amore al tempo dei morti, Fazi, Roma, 2006, pp. 206, € 11,50
Il tempo dei morti potrebbe essere una macabra sintesi - se non fosse l’unica vera risposta - del dialogo fasullo che sembra prendere corpo in questi giorni sull’eutanasia. Come ben spiega Silverberg, non vi è nulla di più incomunicabile della percezione soggettiva che è sociale, culturale e ipertrofica di un essere pensante che deve parlare di se stesso in una collocazione inesistente, quale l’annullamento dello stato fisico e psichico sul quale si regge la traballante impalcatura di ogni certezza.
Per visualizzare lo scenario di un ipotetico suicidio terapeutico, Silverberg ipotizza un futuro, persino ottimista, dove ci è data la possibilità, grazie alle straordinarie scoperte scientifiche, di raggiungere traguardi biblici in quanto ad aspettativa di vita: sui 150, 180 anni, e anche di più. Si può quindi scegliere di morire, sul serio, senza dietro-front: un’opportunità altruistica, per lasciare che altri possano nascere e prendere il posto, fisico, occupato da noi.
IL MITO DELL'11 SETTEMBRE di Roberto Quaglia: un libro importante e bello
di Valerio Evangelisti
Roberto Quaglia, Il mito dell’11 settembre e l’opzione Dottor Stranamore, ed. PonSinMor, Gassino Torinese, 2006, pp. 452, € 26,00..
Roberto Quaglia è un personaggio singolare. Scrittore di fantascienza, amico strettissimo e collaboratore dello scomparso Robert Sheckley, in Italia è quasi sconosciuto, mentre nell’Europa dell’Est è considerato tra i più grandi maestri della SF in assoluto.
A lui si deve quella che, a mio parere, è la più stringente, brillante, documentata controinchiesta sugli attentati dell’11 settembre 2001. Tanto che – normalmente scettico verso le controversie fra “complottisti” e debuggers, sfocianti troppo spesso in opposti dogmatismi – ho accettato di farrne la prefazione (a titolo gratuito: lo preciso per chi volesse vedere in ciò che sto scrivendo un "conflitto di interessi").
Condannata a 43 anni di carcere negli Usa nel 1983, estradata in Italia nel 1999, oggi libera grazie all'indulto. Silvia Baraldini, attivista comunista attualmente agli arresti domiciliari per reati di terrorismo, è tornata in libertà. "Sono finalmente una donna libera - ha detto agli amici - Sono felice. Stasera andrò a cena fuori come gli adulti". Alla gioia della Baraldini fa da contraltare la polemica politica: la notizia ha infatti riacceso lo scontro sull'indulto.
Siamo certi che un'intellettuale che ha attraversato un percorso di vita tanto tragico, accidentato e drammatico come Silvia Baraldini, ora che è restituita alla piena libertà, non smetterà, nonostante le condizioni di salute, di lottare con le parole e le idee: è un nuovo inizio di un percorso che è collettivo. A testimoniarlo, il suo testo sulla storia degli "Attica Brothers" che, in omaggio alla libertà di Baraldini, pubblichiamo qui di seguito.
Si è costituita a Bologna, il 26 settembre 2006, la
«Associazione di mutuo soccorso per il diritto di espressione». Ci pare
importante dare notizia di un’iniziativa che per una volta esprime esigenze di
lotta sociale e politica rivendicando la tradizione del movimento operaio al di
fuori di ogni ambiguo e mai pertinente riferimento a istituzioni, partiti e
sindacati. [R.D.C.]
Qualche lettore nutrirà forse l’impressione che attualmente
nel nostro paese la libertà di espressione non sia ugualmente distribuita. In
verità non possiamo dargli torto. Si potrebbe stilare in proposito una
articolata e dettagliata graduatoria. Si dovrebbe naturalmente cominciare dal
vertice, dalle opinioni monopolistiche del papa sulle fedi altrui, opinioni che
non solo si esprimono liberamente per diritto divino, ma hanno anche diritto
umano ad associare il popolo italiano alle alee di malintenzionati malintesi
teologici. Su tale diritto c’è il consenso unanime del ceto politico, nemmeno
si trattasse del necrologio di Oriana Fallaci.
Il titolo dell'ultimo libro di Aldo Busi Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, Mondadori editore, è meglio spiegato a p. 15:
"Di definitivo direi queste due cosette: la prima, nemmeno inedita e qui ribadita a uso degli immemori, che gli eterosessuali si prendono il piacere dove e come DEVONO e gli omosessuali dove e come e con chi CREDONO... [cut]...; la seconda, che mentre per prenderlo nel culo DI NASCOSTO basta avere un buco del culo, per prenderlo nel culo IN PUBBLICO e dirlo bisogna avere i coglioni - anche a costo, per ritorsione sociale, di non prenderlo più nemmeno in privato". [Mie le evidenziazioni in maiuscolo]
Antonio Rabinad, La suora anarchica, (traduzione di Luca Rossomando), Edizioni Spartaco, 2006, euro 14, pp. 211
La suora anarchica è la traduzione italiana del romanzo di Antonio Rabinad pubblicato in Spagna nel 1981 col titolo di La monja libertaria e ristampato nel 1996 dopo il successo della trasposizione cinematografica, una pellicola intitolata Libertarias. Il libro racconta le vicende di Juana, una giovane suora di clausura a cui la rivoluzione ha tolto il convento. Siamo nel luglio 1936, e la risposta popolare al pronunciamiento fascista sfonda le porte di chiese e caserme. Suor Juana, in fuga dall’orto sacro, si rifugia casualmente nel più profano dei recinti: un bordello. Breve rifugio, perché un gruppo di donne anarchiche, appartenenti all’organizzazione Mujeres Libres, farà presto irruzione nella casa: il bordello è chiuso e le ragazze si ritrovano per strade drappeggiate di bandiere rosse e nere e chiese in fiamme. Così Juana diventerà una miliziana anarchica, in un crescendo di eventi drammatici che mescolano iconoclastia e millenarismo.
C'è questo grande rudere, tra Bassavilla e Valenza, mito spettrale per antonomasia della provincia di Alessandria. Si chiama villa Pastore, presunta ghost house che da moltissimi anni rappresenta una sorta di comprensibile “rito d'iniziazione” per più generazioni. Ci si va di notte, ma i più si fermano nelle adiacenze. Andandoci in tanti, finisce in burla e risate. Se si è in due – un maschio e una femmina – la paura può giovare a fugare ipotetiche inibizioni. Un mio amico di Valenza spergiura di essersi fermato una notte degli anni Settanta davanti al cancello d'ingresso. Stava con colei che sarebbe poi divenuta sua moglie. Spense la macchina, i fari e si sviluppò una gran pomiciata. A istinti sedati, lui riavviò il motore, ma l'auto non voleva saperne di muoversi. Era come incatenata al suolo. A furia di darci, si spense del tutto e i due raggiunsero Valenza a piedi. Piuttosto di corsa e senza mai voltarsi indietro. Alla luce del giorno dopo ci tornarono con un rimorchio. La macchina funzionava alla perfezione e lui dovette pagare la chiamata per intero.
Uno degli eventi che, mercé gli impegni di giuria per la sezione Orizzonti, mi ero perso alla Mostra del Cinema di Venezia è stato l'ultimo film di Stephen Frears, The Queen. Celebratissimo sui quotidiani (italiani) a partire dal giorno successivo alla proiezione e dato per scontato vincitore dai cronisti (italiani) fino all'ultimo, questo ibrido tra soap-opera e melodramma gay su quanto è bella e imperscrutabile Mamma sembrava sbaragliare tutto e tutti, il che era vero: l'ho visionato ierisera e ne sono rimasto sbaragliato. Sono incredulo, passata 'a nuttata: Frears, regista di (passato) notevolissimo impegno politico, si dedica a magnificare le sorti progressive di un premier che è stato la versione maschile della Thatcher e anche peggio, mentre simpatizza con la signora coronata sulla quale tutto c'è da dire tranne che le imbarazzanti e tremule decisioni nei giorni postmortem di Diana. Ridicola pellicola. Occasione persa per dire cosa sia davvero la Corona inglese nel mondo - non solo nel Regno Unito.
John Updike è, dalla cima dei capelli alle unghie dei piedi, quello che si definisce un vero wasp: un white anglo-saxon protestant; è anche un signore di una sessantina d'anni che ne dimostra, fortuna sua, dieci di meno. Ed è stato baciato da un invidiabile successo.
Nato a Shillington, in Pennsylvania, dopo essersi laureato ad Harvard, ha frequentato corsi di specializzazione a Oxford. Il suo primo romanzo l'ha pubblicato a 27 anni; era il 1959, e s'intitolava The poop-house fair, descriveva la miserabile vita degli sfortunati ospiti di un centro per anziani. Vinse il premio Rosenthal, e da allora non si è più fermato.
In realtà non ci fu mai bisogno di introdurre clausole esplicitamente coercitive. Furono più che sufficienti da un lato l’elasticità con la quale si poteva essere giudicati «incapaci di intendere» – dopodiché la decisione passava ai medici –: «incapacità» che per maggior sicurezza, secondo «raccomandazioni» emanate nel 1947, era da riscontrare «automaticamente» in coloro che si rifiutavano all’intervento anche dopo che gliene fosse stata spiegata «l’utilità sociale»; dall’altro le armi di ricatto a disposizione dell’amministrazione: minaccia di revoca del sostegno economico, «condizione per consentire un matrimonio tra “minorati”», viatico al nullaosta per uscire da un istituto.
Le telecomunicazioni portano sfiga al centro-sinistra?
di Sbancor
La prima cosa che si può dire è che le telecomunicazioni portano sfiga alla sinistra! Prima la privatizzazione sbagliata di Telecom, poi Colanino & Gnutti, infine Telekom Serbia, adesso Tronchetti Provera.
Partiamo dall'inizio: l'errore è privatizzare tutta Telecom. Si sarebbe dovuto scorporare la rete, come si è fatto per Terna con l'energia elettrica. Ciò avrebbe evitato una posizione dominante di Telecom sul mercato rispetto ai concorrenti nel campo della telefonia fissa. Ma allora la priorità era intascare soldi per onorare l'accordo Andreatta-Van Miert e portare l'Italia nell'Euro
LA SOCIETA' IN MANO AI MEDICI. Socialismo ed eugenetica nell'esperienza svedese 1 / 2
di Roberto De Caro
[La Sinistra europea è in lutto. I Socialisti svedesi, rimasti al «potere per 65 anni negli ultimi 74» ne sono stati espulsi dalle elezioni di domenica scorsa. Molti commemorano l’evento ricordando le benemerenze di quel regime, «Stato assistenziale modello per tutta Europa». Carmilla a sua volta partecipa al necrologio riprendendo un articolo dell’ultimo numero della rivistaHortus Musicus(n. 24, ottobre-dicembre 2005) su un’esperienza di pianificazione sociale volentieri rimossa dall’epopea socialdemocratica, in patria e all’estero.]
Ciò di cui hanno urgente bisogno i paesi sottosviluppati è qualcosa che non ha precedenti sulla terra non meno della brusca caduta della mortalità grazie alla nuova tecnologia medica resa disponibile dopo la seconda guerra mondiale […]
E' stato finalmente pubblicato in italiano, con il titolo Zodiac Killer (True Crime Mondadori n. 19, agosto 2006), il libro di Robert Graysmith Zodiac, del 1986. E' un lieto evento. Peccato che uno degli studi migliori mai apparsi su un serial killer sia finito in una collana da edicola di livello finora mediocre, e condannato a un solo mese di vita precaria. Per non parlare dell'indecorosa prefazione, tale da far pensare che chi l'ha scritta non abbia letto il testo che introduce. In ogni caso, la presentazione del libro di Graysmith al pubblico italiano (già meditata da Daniele Brolli, mi pare di ricordare), è un piccolo evento. Per celebrarlo ripropongo un saggio, un po' datato, largamente ispirato a Graysmith. E' già apparso sulla defunta Carmilla cartacea e nel mio Alla periferia di Alphaville, L'Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2000. Graysmith, di recente (2002), ha pubblicato un'ulteriore ricerca, Zodiac Unmasked (Berkeley, New York, 2002). [V.E.]
Silvia Cattori:La sua indagine sull’operato dei servizi segreti fornisce un’analisi agghiacciante. Scopriamo che sin dagli anni ’80 gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari per finanziare attività criminose e che attraverso la CIA sono direttamente implicati in attacchi di solito attribuiti ai musulmani. Cosa offre di nuovo il suo libro?
Jurgen Elsässer: E' il solo lavoro che stabilisca un rapporto tra le guerre degli anni ’90 nei Balcani e l’attacco dell’11 settembre 2001. Tutti i grandi attentati - New York, Londra, Madrid - non sarebbero mai avvenuti se i servizi segreti americano e inglese non avessero reclutato quei jihadisti ai quali sono stati poi attribuiti. Faccio nuova luce sulle manipolazioni dei servizi segreti.
È un’epoca confusa, questa. Non più difficile di quelle passate. Più confusa sì. E nella confusione accadono cose contraddittorie. Interessanti e stupide. Attraenti e ripugnanti. Nel campo dell’arte, le nuove tecnologie aiutano gli artisti a fare quello che devono fare, cioè a guardare con altri occhi e a far guardare con altri occhi. I vecchi temi, le fiabe, i racconti, la tradizione orale e la tradizione scritta, si mettono insieme a fare un viaggio in cui le cose si mescolano restando se stesse. Qui la memoria resiste per la semplice ragione che è rinnovata. Pinocchio o Amleto acquistano una dimensione diversa, ma senza perdere i loro tratti caratteristici. Si tratta anche di un esercizio di memoria, di quell’esercizio grazie al quale riconoscendo i tratti familiari di qualcosa che ci è noto, riusciamo a cogliere, anche proprio per questo, il mutamento di senso che le storie narrate ora comunicano. Il feticismo delle merci domina a tal punto che non ci accorgiamo di quanto ci sia entrato dentro, si sia naturalizzato, entrato nel nostro modo di essere. Esso domina il nostro attuale senso del mutamento.
Cristiano Serici era ventenne quando morì in un tragico e spettacolare incidente motociclistico che a Bassavilla qualcuno ricorda ancora con raccapriccio. Era la fine degli anni Sessanta, insomma quel periodo lì, e Cristiano guardava il futuro con la certezza che la sua sarebbe stata una vita importante. Invece morì. All'improvviso e stupidamente, sbalzato dal sellino posteriore di una moto lanciata ad alta velocità in pieno centro. Morì mentre amava la sua ragazza, i genitori, gli amici e i giubbotti di pelle. E soprattutto la sua casa.
Cristiano fu sepolto molto lontano, al sud, dove andavano a riposare per sempre i membri della famiglia. Casa sua, nel centro storico, venne data in affitto. Per oltre vent'anni, sino al 1993, vi transitarono altrettanti affittuari, una media oltre ogni statistica. La famiglia con cui mi capitò d'interloquire in quell'anno era composta da padre, madre e due figli, un maschio e una femmina sui vent'anni. Si trattava della famiglia che viveva nella casa di Cristiano.
Sono stati scritti pochi libri, troppo pochi, sul caso infinito del rapimento di Emanuela Orlandi. Dal giugno 1983 a oggi, in un vorticare confuso, abnorme, di rivelazioni finte e parziali verità, di passaggi di mano degli atti e di investigazioni finite nel nulla, il testo più esplicativo e giornalisticamente sconcertante è quello di Antonio Fortichiari (E' viva. La scomparsa di Emanuela Orlandi, Tropea, 2003), che addita piste innovative con discrezione e con il supporto di lacerti di prove imprescindibili.
Non è questa l'ambizione di Gaja Cenciarelli, che con Extra Omnes realizza un'opera fondamentale, una tipologia precisa di lavoro culturale che su Carmilla ci siamo spesso auspicati venisse affrontata: Cenciarelli, coetanea della Orlandi, racconta il caso compiutamente, intrecciandolo con il proprio sguardo di ragazzina che, ai tempi del sequestro aveva 15 anni. I Settanta e gli Ottanta raccontati dalla prospettiva di chi li ha vissuti essendo bambino: una possibile soluzione e chiusura di ferite in una nazione a lacerazioni multiple, che paiono non suturabili.
Ci può dire qualcosa sul fenomeno Twin Peaks che ancora è presente in tutto il mondo. David Linch: Non c'è una ragione logica per il successo così grande di Twin Peaks, ma così è stato. Molte serie TV hanno avuto fama, con tanti fans e club che continuano a esistere anche dopo dieci anni.
Ha intenzione di tornare a fare qualcosa per la TV? David Linch: No, non ho nessun intenzione di tornare in TV.
Ci può spiegare la presenza dei conigli nel film? David Linch: No, non posso spiegarlo.
Vincenzo Ruggiero: Il sogno di Prometeo e l’ignobile carneficina. Un inno agli antieroi
di Gioacchino Toni
Vincenzo Ruggiero, La violenza politica, Laterza, 2006, pp. 251, € 20,00
Vincenzo Ruggiero, docente di Sociologia presso la Middlesex University di Londra e l’Università di Pisa, è uno studioso che ama oltrepassare i confini dei singoli ambiti disciplinari. La necessità di travalicare i confini settoriali deriva dalla volontà dell’autore di mettere alla prova quanto appreso alla luce di differenti discipline e altri approcci: da ciò derivano le sue incursioni negli ambiti della letteratura classica così come nella sociologia urbana e nei movimenti sociali.
di Alberto Prunetti, pubblicato su "Il Manifesto" del 13 settembre 2006
[Pubblico il mio articolo su Carmilla con il titolo originario, ovvero "America". Purtroppo la scelta redazionale de "Il Manifesto" si è orientata su un taglio più sensazionalistico, "L'adolescente che amò la belva", che non si allontana dagli stereotipi con cui la stampa argentina degli anni Trenta commentò le vicende di America e Severino Di Giovanni](A.P.)
America Josefina Scarfò, detta Fina, è morta a Buenos Aires sabato 26 agosto. Aveva 93 anni. Nel suo nome, America, sono raccolte le speranze dei suoi genitori, una famiglia di calabresi emigrati in Argentina. Sono gli anni ’20 del secolo scorso e gli italiani si trasferiscono in massa nel paese australe, che ha aperto le porte all’emigrazione: servono inglesi, tedeschi, nordeuropei che stemperino la pelle dei creoli. Invece arrivano italiani e spagnoli. Non portano solo la pelle olivastra e i capelli neri, ma diffondono anche il seme dell’anarchia e del socialismo. Su 5 milioni e mezzo di immigrati arrivati in Argentina entro gli anni ’30 del Novecento, la metà sono italiani. Tra questi c’è un maestro elementare nato a Chieti nel 1901, scappato al fascismo e arrivato nella città rioplatense nel 1923 con moglie e figli: si chiama Severino Di Giovanni.
Vorrei compiere un'opera che l'etica protestante (quella di mercato, intendo) considera inammissibile come il peccato originale: vorrei fare l'insider. E vorrei farlo in maniera discreta, senza rivelare alcunché di segreto di quanto ho personalmente vissuto in qualità di giurato alla 63ma Mostra del Cinema di Venezia. Vorrei, in pratica, spiegare quanto già il titolo di questo intervento enuncia. Si tratta di una presa di posizione: la Mostra di Venezia è il punto più all'avanguardia dell'intellettualità che emerge in Italia - e dico che emerge grazie agli stranieri soltanto e a un'illuminata direzione artistica.
Una conversazione con Roberto Saviano, a cura di Francesco Forlani
FF. Una volta, in treno, feci il viaggio fino a Milano con un lettore di Gianni Biondillo. Ovvero la persona che avrei visto una volta giunto a destinazione. C'era come una fenomenologia del lettore. Mi incuriosiva il suo modo di prendere e lasciare il libro, di avvicinarselo agli occhi quando la luce artificiale in galleria sfumava i contorni delle frasi, di sorridere e addirittura ridere, a un certo punto. Evidentemente lui, il lettore era all'oscuro di tutto il mio piano di studio. Immaginiamo che su quel treno c'eri tu, e che il tuo compagno di viaggio leggesse Gomorra. Come te lo immagini il tuo lettore?
RS. Non mi sono mai soffermato a pensare ad un mio lettore ideale. Non immagino, come faceva Italo Calvino, un lettore ideale che mi somigli, non vorrei mai mi somigliasse. Mi viene più facile pensare alle facce delle persone che mi hanno letto, e mi hanno incontrato per dirmi cosa pensavano delle mie pagine, lasciarmele affollare davanti agli occhi. Spero che il lettore sia molto diverso da me e che trovi Gomorra per caso, come un'incontro sul bus…di quelli che muta il percorso che avevi deciso di fare. Una sorta di paio d'occhiali nuovi, come per la bambina della Ortese ne Il mare non bagna Napoli, che correggendoti la miopia ti mostra i contorni, gli spigoli, i pesi e non più solo le sfumature. Ecco immagino un lettore a cui Gomorra rovini le giornate per salvargli qualcos'altro…
Il grande Lovecraft, tra le sue tante tecniche di scrittura, amava spesso citare, a sostegno della presenza del nostro mondo di Quelli-di-Prima, un sempre cospicuo numero di "ritagli di giornale" che raccontavano di incidenti spaventosi, omicidi o fatti soltanto bizzarri. Li assemblava in una certa disposizione, suggerendo senza mai imporsi che quelle "cronache anomale" preludevano all'ingresso nel nostro mondo percepito di forze spaventose e indescrivibili, apportatrici di caos e di follia.
Piattaforma della manifestazione VERITA’ E GIUSTIZIA PER FEDERICO ALDROVANDI
FERRARA, 23 SETTEMBRE 2006
All’alba del 25 settembre 2005 il diciottenne Federico Aldrovandi muore ammanettato a faccia in giù, in una pozza di sangue durante un controllo di polizia. Federico era solo, disarmato e incensurato. La Questura di Ferrara all’indomani dei fatti fornisce diverse versioni, ambigue e contraddittorie. Federico viene descritto come un tossicodipendente, un autolesionista, un violento. Nessuna delle tre definizioni corrisponde al vero. Dopo alcuni mesi di estenuante attesa, la madre di Federico decide di aprire un blog per trovare le risposte che la Questura non aveva ancora dato. Da quando la vicenda diventa nota, attraverso i giornali ed Internet, in Italia e all’estero, le versioni contrastanti crollano una dopo l’altra. In Parlamento l’ex ministro Giovanardi ammette che due manganelli sono andati rotti durante la colluttazione. Vengono rese pubbliche le foto di Federico dopo la morte che dimostrano inequivocabilmente la violenza da lui subita. Parte finalmente una vera e propria inchiesta e i quattro agenti coinvolti vengono iscritti nel registro degli indagati. Le peggiori ipotesi di pestaggio suscitate dalle fotografie sembrano trovare conferma nei racconti dettagliati di testimoni oculari.
24 Settembre 2005. Il gruppo Brescia 1911 si sta recando, a bordo di due treni speciali, allo stadio Bentegodi di Verona per assistere al derby con l'Hellas.
Le nuove leggi che impongono biglietti nominali (in barba alla legge sulla privacy) e vengono applicate con tolleranza zero stanno per scatenare un inferno. Già il giovedì sera, due giorni dopo l'inizio della prevendita dei tagliandi, ci viene detto di arrivare muniti di copia della carta d'identità, tutti quanti. Cosa impossibile vista l'enorme utenza (circa 1000 le persone) e il breve preavviso. Decidiamo di partire per Verona lo stesso, con tutti i biglietti, e alla stazione ci accolgono con enormi cordoni di polizia. Alcuni agenti ci sussurrano: "Come a Modena... Come a Modena" (a Modena, qualche anno prima, siamo stati vittime di un'imboscata della polizia che si è conclusa con il ferimento di alcuni ragazzi e di due agenti della Digos che ci stavano scortando), "Vediamo se dopo ci andate ancora, in trasferta", e altre frasi intimidatorie.
Della sua infanzia fanese Luchino ricordava solo qualche frammento: un treno che partiva, la testa del suo babbo che sporgeva da un finestrino e rimpiccioliva sempre più in lontananza, e soprattutto una filastrocca: ‘Staccia minaccia’. Gliela cantava sempre sua nonna Celerina, scuotendolo avanti e indietro, dopo averlo preso a cavalluccio sulle ginocchia.
"Staccia minaccia
il babbo è andato a caccia"
("Ah, ecco dove è andato con quel treno maledetto!", esclamava Luchino nella sua testa. "Ma a caccia di che cosa?", si domandava subito dopo. La filastrocca, purtroppo, non lo chiariva. Il concetto di caccia, anzi, era bruscamente sostituito da quello di acquisto: che la caccia fosse stata infruttuosa?)
Ma anche l’Islam non scherza:
- dalla Sura II detta “La Giovenca” versetto 191: "Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell'omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti”.
Dalla Sura V detta “La Tavola Imbandita” versetto 33: “La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l'ignominia che li toccherà in questa vita; nell'altra vita avranno castigo immenso”.
«Il principe, assolutamente esausto e disperato, si distese anche lui sui cuscini e avvicinò il viso a quello pallido di Rogožin; le lacrime sgorgavano dai suoi occhi e cadevano sulle guance di Rogožin, ma è probabile ch’egli stesso non si rendesse più conto delle proprie lacrime e non ne sapesse nulla…»
F. Dostoevskij
«Un poliziotto, qualche viveur, due o tre magnaccia della penna, un’infinità di squilibrati, un cretino, ai quali nessuno avrebbe niente in contrario se venissero ad aggiungersi poche persone sensate, dure e probe, cui verrebbe data la qualifica di energumeni: non c’è di che costruire una squadra divertente, inoffensiva, a perfetta immagine della vita, una squadra d’uomini pagati un tanto al pezzo e che vincono ai punti?»
A. Breton
L’Idiota
Nelle pagine de La vampa d’agosto, vanno liquefacendosi, come meduse su sabbia incandescente, le vanitose convinzioni del polar contemporaneo. Un’altra morte si aggiunge all’infinita teoria di consunzioni/rinascite che annovera i più fecondi momenti della storia del «genere». Andrea Camilleri ha consegnato alla letteratura poliziesca un perfido enigma, la cui insolubilità abita il campo instabile del paradosso narrativo.
Montalbano mentalmente lo dedicò a tutti quelli che si sdignavano di legiri romanzi gialli pirchì, secondo loro, si trattava sulo di un passatempo enigmistico (La vampa d'agosto, p. 117)
Davanti a un libro come La vampa d'agosto bisognerebbe solo dire, rammemorando altri libri e altri lettori: «un lampo si è prodotto nel romanzo contemporaneo: il noir è di nuovo possibile!». E ri-leggere gli altri Montalbano, facendo retroagire il feed-back della Vampa sull'apparente conciliazione stilistica, sul preteso barocchismo linguistico, sulla ripetitività lungamente attesa al varco. Questo ultimo Montalbano spariglia le carte, rimette a posto due o tre punti che erano gradualmente sfuggiti alla vista, e fa giustizia di molti aspiranti eredi: il maestro del poliziesco italiano è ancora lui, il creatore e l'assassino del tenente Sheridan, l'uomo con l'impermeabile. Avevamo dimenticato tutti, evidentemente, che il momento più noir del poliziesco italiano – quella barella che entra in ambulanza con uno Sheridan ferito a morte – era stato partorito dalla mente di questo vecchio scrittore?
[Più di un anno fa Carmilla ha pubblicato il racconto Teglie di rabbia, ispirato alle mie vicende di pizzaiolo. Propongo adesso ai lettori un estratto da un romanzo breve che segue le vicende del protagonista di quel racconto. Nel capitolo “Il grande artista”, pubblicato di seguito, il pizzaiolo è entrato nella società dello spettacolo: la sua rabbia se la fa pagare a peso d'oro, rovesciata in arte.] (A.P.)
Ho conosciuto A. P., pizzaiolo e grande artista, alla biennale di Venezia del 2010. Al primo incontro, dopo un breve scambio di battute, rimasi impressionato dal suo modo provocatorio di raccontare prodigi come se niente fosse, da quella maniera di tentare e caldeggiare l'assurdo che finisce per sedurre col fascino dell'ambiguità e del criptico.
Dei tanti linguaggi possibili, il linguaggio giornalistico è, fra tutti, il più volgare. Riduce, banalizza, distorce. L’esercizio sistematico della menzogna è la sua caratteristica specifica. Da Emile Zola a Friederich Nietzsche a Karl Kraus, solo per citare alcuni scrittori, l’esecrazione verso l’inchiostro e sopratutto la carta e gli alberi sprecati nell’esercizio della professione giornalistica è unanime e condivisa.
Ma quando si parla di religioni, culture, etnie, si raggiungono livelli inarrivabili di stoltezza. Il peggio che la “professione” può dare.
Avevo cominciato a ritagliare e collazionare i pezzi che mi sembravano più meritevoli di essere indicati al pubblico ludibrio. Alla seconda lettura non c’è l’ho fatta. Ho preso Panebianco, Magdi Allam, Rampoldi, Scalfari e gli altri innominabili e li ho destinati al bidone della raccolta differenziata, indeciso se andassero in quello della “carta” o in quello dei “rifiuti tossici”.
Il neofascismo dopo il lavoro degli enzimi - parte seconda
di Wu Ming
Accade talvolta che tenutari di situncoli e blogghetti fascisti cerchino su Google Immagini ritratti dei loro eroi (squadristi, gerarchi, loschi figuri del Ventennio etc.).
Per coincidenza accade che su wumingfoundation.com, ogni tanto, noi illustriamo articoli o recensioni con immagini dei suddetti personaggi.
A volte i fasci trovano le immagini e, senza nemmeno andare a vedere da che sito le stanno prelevando, le "richiamano" sui loro blog.
Di conseguenza, quando noi controlliamo le statistiche del nostro sito, troviamo nei referrer indirizzi di siti pieni zeppi di ciarpame razzista et similia.
E' successo nel giugno scorso, e sapete già come abbiamo reagito.
Bene, è successo anche qualche giorno fa, e la circostanza è ancor più divertente.
Ci fanno ridere, sempre e comunque, i pennivendoli che eternamente dichiarano che questo o quel libro è più di un "poliziesco" (Jean-Patrick Manchette)
Il poliziesco è realistico
Torniamo alla definizione di “realismo thrilleristico”. Uno dei motivi per cui l'abuso di questa definizione lascia insoddisfatti è che non si chiarisce a quale tipo di realismo si intende far riferimento. Propongo, un po' provocatoriamente, di considerare come modello negativo quello di Lukács: il poliziesco diventa negativo e criticabile quando aderisce ai criteri formulati da Lukács (9).
Cosa non ha fatto Gianfranco Manfredi in campo artistico? Sarà dura rispondere, ma l'attacco è tutt'altro che retorico perché il nostro scrive canzoni e canta, produce soggetti e sceneggia, lavora ad un fumetto cult di Bonelli (Magico Vento), ha recitato per il grande schermo e calcato palchi teatrali ed è giornalista professionista con un occhio di riguardo ai tanti aspetti della musica contemporanea.
Manca qualcosa? Sicuro, è un grande e coerente scrittore che dal 1978 a oggi ha prodotto otto titoli per Feltrinelli, Mondadori, Anabasi e Marco Tropea. In ossequio a quel tocco multiforme che caratterizza la sua vita e le sue "professioni", ogni libro è una sfumatura diversa, un nuovo colpo d'occhio, magari una maschera intercambiabile che cela un volto inguardabile e sfuggente, e per questo affascinante.
Questo testo fa parte del libro collettivo Para todos todo nada para nostros, Edizioni Carta-Intramoenia, dal 9 settembre in allegato con Carta in edicola e in libreria dal 12 settembre. Il ricavato andrà a finanziare le municipalità zapatiste in Chapas. Maurizio Acerbo (a destra) è deputato alla Camera per il PRC abruzzese (g.d.m.)
Poche cose rompono i coglioni più dello squillare costante del cellulare. Soprattutto quando squilla in continuazione. E’ l’ennesima telefonata. Devo scrivere un pezzo per questo libretto che avete tra le mani. Ho preso un impegno, ma la cosa proprio non mi viene. Rimando sempre. Non è che non voglia, anzi. Per me è un onore. Ma che diavolo può scrivere di interessante uno che è stato in Chiapas poco più di una settimana, e per giunta due giorni chiuso in bagno a San Cristobal?
(A destra: il tema astrale di Léo Malet) Si trattava di scrivere, a quattro mani, la recensione di un piccolo gioiello del noir, da pubblicare il giorno del compleanno del suo autore. Da qui l'esigenza di fare un passo indietro: affrontare il noir come genere non dal punto di vista di quello che doveva essere e non è stato – sappiamo tutto su questo, soprattutto grazie a chi ne scrive senza avere idea di quel che scrive – ma dal punto di vista di quello che il noir può essere. Descriverne le potenzialità, esaminare i suoi rapporti con la realtà. Insomma, chiedersi cosa fa sì che certi noir siano buoni libri, e altri no, fregandosene di quel che il genere deve, o dovrebbe, o doveva essere o non essere. La traduzione del saggio di Deleuze sul noir è una sorta di premessa a questo saggio, che in qualche punto ne presuppone la lettura. Ai critici laureati e agli impiegati dell'anagrafe letteraria il compito di compilare i certificati di esistenza in vita o di avvenuto decesso. (*)