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di Enzo Fileno Carabba [Illustrazione di Liza Schiavi - cliccare per ingrandire] Tutte le puntate di DISCESE ESTREME 16. La...

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di S. Fattori
fabbriche_big.jpg Sindacato e Direzione ci vogliono così, segmentati in minuscole unità di produzione che non si riconoscono corpo unico. Pulviscolo fastidioso che non si fa materia solida.

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di S. Fattori
fabbriche_big.jpgPensavo fosse colpa delle sostanze da taglio, oggi ho dubbi e non saprei datare l’inizio dei disturbi. Per non avere problemi di dipendenza assumo eroina solo per tre giorni, al centro della settimana operaia.

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di Massimo Maugeri [Massimo Maugeri, autore di un romanzo molto bello e molto sconcertante per la sua insolita attenzione al...

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di A.D. Altieri
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Fucilazioni di massa, esecuzioni sommarie, rappresaglie, morti per fame e malattia nei campi di concentramento: l'occupazione italiana dell'ex-Jugoslavia nel 1941-43.

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telese.jpg"Questa recensione a firma Valerio Marchi è apparsa su Carta n.10 (13 marzo 2006). Ora fa parte di un bello speciale dedicato dalla rivista a Valerio..." [WM1]

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di Valerio Evangelisti [Le edizioni Gwynplaine, dopo un'ottima antologia di scritti di Gramsci, hanno appena ripubblicato il saggio di Emilio...

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di G. Genna
officinaitalia2mini.gifDa mercoledì 14 a venerdì 16 maggio a Milano, la seconda edizione di Officina Italia, festival letterario a cura di Antonio Scurati e Alessandro Bertante. Reading di inediti di Parrella, Avallone, Luzzatto, Vassalli, Raimo, Domanin, Bajani, Zaccuri, Mari, Siti, Di Gregorio, Postorino, Giordano, Desiati, Pariani, Veronesi. Dibattito sul caso Littell, moderato da Cortellessa.

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di Chiara Cretella [E' uscita, alla fine dell'anno scorso, un'opera importante e singolare in tre volumi: AA. VV., Atlante dei...

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Della propaganda in tempo di guerra (2). Lessico universale ragionato

di Gaspare De Caro e Roberto De Caro

Pinocchio

Vivacità
La disciplina per i paesi in guerra è virtù civica irrinunciabile e prima la si impara meglio è, come ha spiegato lo scorso maggio, agitando la manina pragmatica, Ségolène Royal, neocandidata socialista all’Eliseo, quando ha fornito la sua ricetta per i capricciosi della banlieue
: «Se si vuol dare una nuova opportunità ai giovani, al primo atto di delinquenza, ci vogliono dei sistemi d’inquadramento a dimensione militare» (Giampiero Martinotti, Tutto su madame Ségolène, una donna per presidente, in la Repubblica, 18 novembre 2006). C’è però chi, con apparente minor ferocia, confida piuttosto nella medicina sociale, come mostra l’esempio che segue. Da qualche tempo si discute molto – ma in Italia non abbastanza – di ADHD, acronimo di «Attention Deficit Hyperactivity Disorder», ossia Sindrome da iperattività e deficit di attenzione. Si tratta di una tra le migliaia di nuove patologie di cui la creatività della medicina ha arricchito il suo prontuario negli ultimi cinquant’anni, sicuramente tra quelle professionalmente più stimolanti, di largo interesse anche per i cugini della farmacologia e per quelli mai indifferenti della farmacopea. L’ADHD individua infatti un bacino di utenza terapeutica praticamente illimitato, proponendo come urgente oggetto di cure l’intera infanzia: l’«iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi che si manifesta generalmente prima dei 7 anni d’età».

Quello che nei secoli bui l’ignoranza delle famiglie, delle maestre d’asilo e di scuola primaria aveva con maggiore o minore benevolenza e pazienza chiamato vivacità e negligenza, espressione non irragionevole in realtà della riluttanza dei pargoli alle asfissianti buone intenzioni istituzionali della famiglia e della scuola, si rivela alla cruda luce della scienza come «un disordine dello sviluppo neuropsichico del bambino e dell’adolescente» ed è delegato per opportuno trattamento chimico al braccio secolare dell’industria farmaceutica. Alla questione, evidentemente di qualche rilevanza etica e politica, Carmilla ha già dedicato spazio in varie occasioni [leggi qui], ma non sarà inutile riassumerla, prima di soffermarci su un paio di punti non ancora sufficientemente esplorati.
La storia ebbe origine negli Stati Uniti, dove neanche in questa circostanza si smentì la tradizione della massima garanzia dei diritti umani compatibile con il profitto massimo. In principio era il Ritalin, uno psicofarmaco che conduceva un’esistenza avventurosa ma circoscritta «tra le comunità hippy degli anni ’70, usato per numerose sedute di sballo» (Anarchici del Perla nera, AnarcoRitalin), finché gli psichiatri statunitensi non ne accertarono la prodigiosa capacità di ricondurre al desiderato standard cinetico e partecipativo i bambini in età scolare e prescolare riconosciuti iperattivi e ipocollaborativi. Scoperta la terapia si trattava naturalmente di quantificare la patologia, anche perché l’industria produttrice della «pillola dell’obbedienza» o «cocaina per bimbi» (Marina Piccone, Bambini psicofarmacologici: torna il Ritalin), come il Ritalin fu subito affettuosamente magnificato, voleva giustamente sapere se il target fosse di massa ovvero, come suol dirsi, di nicchia. I risultati della ricerca e conseguente promozione umanitario-commerciale, imposta più che incoraggiata nel 1991 dal Dipartimento dell’Istruzione, furono del tutto soddisfacenti. Come accade nelle società ben organizzate, bastò la comunicazione pubblica del problema, opportunamente assecondata dai mass-media, per indurre allo zelo delatorio e alla medicalizzazione-coartazione farmacologica folle entusiaste di familiari, operatori scolastici, medici di famiglia, pediatri d’assalto, psicologi, assistenti sociali, talché dai quattro ai sei milioni di bambini dai tre anni in su furono in breve destinati al letto di Procuste dello psicofarmaco normalizzatore (attualmente si calcolano «oltre 11 milioni di bambini cronicamente dipendenti da anfetamine nei soli Stati Uniti»: cfr. Giù le mani dai bambini. Campagna nazionale per la difesa del diritto alla salute dei bambini). Mentre la ditta produttrice, la Novartis Pharma, si impegnava generosamente a far fronte alla domanda del mercato impetuosamente crescente, la ricerca scientifica non smetteva di indagare sulle cause del DAHD, non già interrogandosi su se stessa, come plausibilmente da qualche parte si richiedeva, ma inoltrandosi nella direzione, storicamente più che abusata, dell’anomalia biologica. Senza risultati verosimili, peraltro, che autorizzassero una buona campagna eugenetica, sicché a qualche ricercatore sembrò preferibile imputare le lamentate anomalie del comportamento infantile all’eccessivo uso quotidiano della televisione: non già al contenuto dei programmi – ovviamente adeguati a qualunque esigenza di normalizzazione a qualunque età –, ma alla velocità delle immagini: sicché, pare di capire, l’esposizione pur prolungata alla TV risulterebbe innocua per l’igiene mentale del bambino, purché ad immagini fisse. Tutto ciò naturalmente ha suscitato perplessità e resistenze anche negli Stati Uniti, a cominciare dalle lobby mediche concorrenti («la medicalizzazione farmacologica porta aggressivamente all’esclusione della psicoterapia»: Peter Breggin, Stati Psichiatrici d’America), che tuttavia non infirmano il credito della sindrome e della sua terapia, autorevolmente riconosciute dal DSM, Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali, che «è un riferimento basilare», sebbene «criticato per un conflitto d’interesse di alcuni autori che nello stesso tempo erano consulenti o ricercatori alle dipendenze di case farmaceutiche» (Wikipedia).
In Italia l’importazione dell’ADHD ha conosciuto gli impacci burocratici e i ritardi culturali frequenti nelle periferie di seconda fascia, rendendo necessario un energico intervento promozionale dello Stato. Con scarsa preveggenza nel 1989 il Ritalin infatti era stato messo fuori commercio per riconosciuta pericolosità, esiliato nel girone infernale della farmacopea, tra gli stupefacenti. Di conseguenza non avrebbe potuto essere impiegato nella cura dell’ADHD quando questo fu introdotto e senza terapia niente sindrome, a conferma della nostra inguaribile renitenza al progresso. Senonché in un Paese di santi e di navigatori non bisogna mai perdere la fiiducia nei miracoli e infatti il miracolo avvenne. Nel marzo 2003 il re dello sballo, lo stupefacente sodale di oppiacei, cocaina, eroina, LSD, si transustanziò nel benefico moderatore delle intemperanze infantili, avendolo un taumaturgico decreto ministeriale declassato e translato nella più trattabile categoria degli psicofarmaci. E a completare l’opera il Ministero della Salute istituì un Registro dell’ADHD per controllare, si dice, l’uso corretto delle somministrazioni dello psicofarmaco, in effetti non miracolato sino al punto di diventare innocuo. Tuttavia da noi ADHD e Ritalin non hanno ancora completato la loro marcia trionfale, vuoi per minore influenza relativa della lobby degli psichiatri vuoi per minore inclinazione delle famiglie a giurare in Ippocrate. Tuttavia, secondo un recente studio dell’Istituto Mario Negri, già 30.000 bambini assumono psicofarmaci, con un aumento del 280% in cinque anni, che lascia ben sperare nel futuro della sindrome anche nel nostro paese. Focolai di resistenza si sono comunque accesi qua e là, crescono la documentazione e l’indignazione a difesa dei bambini dall’aggressione chimica, nonché le obiezioni di non pochi specialisti inclini a destituire di fondamento gli stessi termini diagnostici e il trattamento farmacologico. Non sono mancate naturalmente le interrogazioni parlamentari, senza però, altrettanto naturalmente, che il succedersi dei governi abbia dato segnali di resipiscenza statale. Il dibattito, di grande dottrina, è comunque aperto e ad esso rimandiamo. Qui ci interrogheremo piuttosto sulle ragioni che da noi inducono lo Stato ad una così radicale scelta di campo a favore dell’ADHD. Non prenderemo nemmeno in considerazione l’insinuazione malevola di una qualche collusione dello Stato con gli interessi di privati, lobby psichiatriche o case farmaceutiche. È nella Storia invece che si delinea un’esigenza strutturale, non occasionale, alla quale oggi l’ADHD e il Ritalin possono dare qualche soddisfazione.

Il problema dei cittadini un po’ irrequieti ha sempre preoccupato il nostro Stato, sin dalle origini. Non s’era ancora spenta infatti l’eco festosa delle celebrazioni dell’Unità che sùbito si avvertì il bisogno di dotarsi di «stabilimenti di pena in lontane regioni […], perché s’avesse finalmente una terra propria, nell’arcipelago malese, e soprattutto a Borneo oppure nella nuova Guinea o nelle Nicobar o a Socotra, dove “trapiantare violenti ed impazienti e dove guarire i malati nel sangue e nel cervello”» (Cfr. Federico Chabod, Due frammenti inediti dalla «Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896», a cura di E. Tortarolo, in Storia della storiografia, XL (2001), 3-4, p. 97). Tuttavia, come talora accade al genio italico, il progetto non poté essere attuato e, impropriamente, si sviluppò piuttosto nella direzione dell’impero coloniale, il quale certo non poteva esso risolvere il problema dell’intemperanza sociale, aggiungendovi anzi la verve talora incontinente delle popolazioni indigene. Per ridurre gli impulsivi e iperattivi alla mansuetudine fu d’uopo dunque usare didattica severità, assiduamente giovandosi in pace della reprimenda manu militari e all’occasione, più direttamente, portando in guerra il popolo renitente «per fargli sbollire le passioni», come diceva Céline. Schema educativo di sicura efficacia, questo, e tuttavia innegabilmente di una certa rozzezza, per di più incapace di impedire le recidive. Il fatto è che un tale trattamento dell’ipervivacità sociale soffriva della debolezza di ogni procedura empirica, non abbastanza illuminata dalla scienza: cosa tanto più deplorevole visti i grandi risultati già conseguiti appunto dagli scienziati nella cura di ogni sorta di irregolarità sociali. Era inevitabile dunque che a dare miglior fondamento anche in questo settore agli sforzi normalizzatori di politici e militari fosse chiamata la scienza, in particolare la chimica e la medicina, sempre in prima linea nella soluzione finale (Endlösung) delle anomalie. Il tema del resto era di loro stretta competenza, nella definizione che lo Stato ne aveva dato sin dal principio, giacché si trattava di «guarire i malati nel sangue e nel cervello». Da questo punto di vista si capisce bene dunque, senza introdurre ipotesi più malevole del necessario, l’interesse dello Stato per una diagnosi precoce della riottosità. Gli adulti scontenti, impazienti, renitenti, miscredenti, violenti, gli scioperanti senza placet sindacale, gli astensionisti elettorali, i consumatori riluttanti, i precari con mania di stabilità, gli antimilitaristi, i vegetariani, i globetrotter, i sovversivi insomma, possono essere riconosciuti – ben prima che diventino un problema per la società e prima che si mimetizzino in essa – nel bambino che si arrampica sulle sedie, che non riesce a star fermo, che pensa ad altro quando la maestra gli parla, che non finisce i compiti, secondo un test in nove punti, sei dei quali bastano a diagnosticare la sindrome di ADHD e ad invocare la pillola dell’obbedienza. E dunque si capisce anche la larghezza con cui il Ritalin è stato riammesso, mantenuto, suggerito dallo Stato nella cura dei disordini del comportamento infantile. Si pensi solo all’ingente risparmio della spesa pubblica se l’anomalia sociale potesse essere curata con la tempestiva distribuzione per quanto abbondante di pillole neutralizzanti invece che da magistrati e carceri e forze dell’Ordine («un tasso per abitante di operatori della sicurezza che non ha eguali in nessun paese democratico», si vanta il ministro Livia Turco, I nuovi italiani. L’immigrazione, i pregiudizi, la convivenza, Mondadori, Milano 2005, p. 18). E si pensi soprattutto alla tranquillità che ne guadagnerebbe la vita sociale, al sereno godimento della normalità che ne verrebbe allo Stato stesso, ai suoi interpreti e beneficiari.
Per un solo aspetto l’iniziativa statale in quest’ambito desta qualche perplessità: l’istituzione di un registro nominativo degli affetti da sindrome di ADHD e della cura relativa. Si comprende bene che il ministero della Salute voglia tutelarsi dagli abusi in una materia ad alto rischio, che prevede l’impiego terapeutico di massa di uno stupefacente sia pure nominalmente depotenziato a psicofarmaco. Ma la prassi della schedatura ha una tradizione non del tutto rassicurante in Italia. Qualche anno fa si venne a sapere che nelle sedi dell’Arma dei carabinieri sono custodite 95 milioni di schede sui cittadini italiani, una cifra che almeno da un punto di vista statistico pare abbastanza mostruosa. A che cosa dovesse servire questa monumentale raccolta e conservazione di informazioni personali non si è mai capito bene, ma poiché nessuna Autorità e nemmeno il Garante della privacy hanno trovato nulla di sostanziale da obiettare, possiamo stare tranquilli. Tuttavia si può fare una ipotesi meno rasserenante a proposito del nostro tema. Poniamo che da un’astronave sbarchi un potente Alieno e chieda al ministero della Salute di consegnare il registro dell’ADHD, poiché gli affetti da tale sindrome secondo lui non meritano di vivere. Saprebbe il ministero della Salute, saprebbe lo Stato italiano resistere all’ingiunzione, proteggere i cittadini? L’ipotesi sembra troppo fantasiosa e inutilmente allarmistica? Be’, cari signori, è già successo. A seguito delle leggi razziste del 1938 lo Stato italiano dispose che i comuni tenessero il registro dei cittadini di religione (di razza, si diceva allora) ebraica. Caduto il fascismo ci si guardò bene dall’ordinare la distruzione dei registri, sicché dopo l’8 settembre, mentre lo Stato svernava a Brindisi, a richiesta degli Alieni quella schedatura contribuì alla deportazione e alla morte di molti. Bisognerebbe ricordarselo quando con tanta leggerezza si autorizzano schedature e registrazioni, confidando nella discrezione dei depositari. E se gli Alieni tornassero? E se gli Alieni fossero tra noi?

Pubblicato Novembre 18, 2006 07:41 PM

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