Qualcosa si sta muovendo, tra Orione e la Terra. Il genere fantascientifico è finalmente pronto a uscire da se stesso, a venare l'alabastrina purezza dei prodotti da Parnaso o, al contrario, l'irritante gravità delle migliori narrative odierne, che sono quelle sporche. Come è accaduto con La possibilità di un'isola di Michel Houellebecq (qui la recensione di Carmilla): cinquanta pagine di finale che sono sì ascrivibili alla fantascienza, ma una SF fuoriuscita dalle sue gabbie, che fa esplodere la sua autentica vocazione: il massimalismo epico, l'estremunzione delle questioni intimiste in vista della deflagrazione delle questioni intime in quanto universali. Il risultato raggiunto da Houellebecq, a cui potremmo accostare l'operazione fantasy del Bret Easton Ellis di Lunar Park (basta il titolo...), è la via maestra per una letteratura del presente che si erge a interprete delle istanze archetipali, una volta traslati gli stilemi abusati dal genere. Una conferma arriva dall'ultimo, insospettabile autore di questa eterogenea schiatta, composta da cervelli e polsi di elevatissima qualità: Cormac McCarthy reinterpreta in The Road il suo western secco e criosotico e utilizza una fantascienza che, come in Houellebecq, è polverosa. Su questa polvere, che la fantascienza deposita attraverso i capolavori della narrativa contemporanea, ci sarà da spendere qualche parola. Intanto ecco la recensione, apparsa il 7 ottobre sul manifesto a firma Tommaso Pincio. [gg]
• IL FUTURO SECONDO CORMAC MCCARTHY
di Tommaso Pincio
Sarà per via degli inevitabili ricorsi storici, sarà perché l'Undici settembre è indubbiamente un trauma difficile da superare, resta comunque il fatto che negli Stati Uniti di questi ultimi tempi si sta meditando sull'eredità dei travagliati anni Settanta e in particolare sul senso di crisi e di fine imminente che allora imperava.
Ci sono parecchi segnali in questo senso, non ultimo il nuovo romanzo di Cormac McCarthy [a destra], The Road, appena uscito in America (Knopf, pp. 239, $ 24) e che propone un ambientazione inaspettata, distante anni luce dai pistoleri assetati di sangue del selvaggio West cui l'appartato scrittore ci aveva abituato. The road è forse il romanzo più cupo che egli abbia mai scritto, e già questo la dice lunga riguardo la svolta di un autore che peraltro non si è mai preoccupato di addolcire o edulcorare i lati più oscuri della natura umana. Lo si potrebbe quasi definire un romanzo di fantascienza apocalittica nel quale riecheggiano le atmosfere dei film di George Romero.
«Noi non siamo sopravvissuti. Noi siamo i morti viventi di un film dell'orrore» - si legge in una delle rare battute di dialogo. L'azione prende le mosse in un futuro che vede il mondo ridotto a una landa desolata. McCarthy non fornisce molte spiegazioni; non chiarisce se a spazzar via la nostra civiltà sarà una guerra nucleare o un disastro ecologico. Si limita a descrivere un paesaggio avvolto da una coltre cenere che non lascia più filtrare la luce del sole. Le città sono abbandonate, le foreste sono ammassi di scheletri neri dove si nascondono bande di fuorilegge dedite al cannibalismo. In questo mondo freddo e ostile, un uomo e il suo giovane figlio intraprendono un viaggio lungo una strada di tenebre. Non che abbiano un posto dove andare. La sola meta che sembra loro concessa è la mera sopravvivenza. Mentre camminano in cerca di cibo e riparo, padre e figlio si sostengono a vicenda. Il legame di incondizionato affetto è probabilmente l'unica ragione che spinge i due ad andare avanti, impedendo loro di accovacciarsi in un anfratto e lasciarsi morire. I temi portanti del romanzo sono quelli tipici della letteratura apocalittica. In primo luogo, la perdita del passato. Il padre serba ancora il ricordo di com'era la Terra prima del disastro e cerca di tramandare questo patrimonio al figlio che invece conosce soltanto il mondo che gli si para sotto gli occhi. Nel loro vagare, i due si imbattono talvolta in qualche resto del tempo che fu: vecchi giornali con «curiose notizie», lattine di Coca-Cola rimaste miracolosamente intatte. Un mondo senza più memoria rischia di diventare anche un mondo senza Dio, perché «laddove gli uomini non riescono a vivere, le divinità non se la passano meglio».
Sotto questo aspetto, The road non è lontano dagli strazianti racconti di quei sopravvissuti dell'olocausto che si domandano come mai il loro Dio sembri rimanere impassibile davanti agli orrori più indicibili. Sul piano stilistico, McCarthy conferma quanto aveva lasciato intravedere nel precedente Non è un paese per vecchi (pubblicato la scorsa primavera da Einaudi e del quale si attende a breve la trasposizione cinematografica diretta dai fratelli Coen; qui la recensione fattane da Carmilla). La lingua elaborata e ridondante di un tempo sembra aver ceduto il passo a descrizioni scarne, punteggiate qua e là da qualche termine esotico. Ciò nonostante, McCarthy continua a colpire nel segno. The Road è un romanzo di rara, quantunque tetra bellezza. Qualcuno ritiene perfino che sia il suo capolavoro. La traduzione italiana è prevista per la prossima primavera.


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