di Alberto Prunetti
Antonio Rabinad, La suora anarchica, (traduzione di Luca Rossomando), Edizioni Spartaco, 2006, euro 14, pp. 211
La suora anarchica è la traduzione italiana del romanzo di Antonio Rabinad pubblicato in Spagna nel 1981 col titolo di La monja libertaria e ristampato nel 1996 dopo il successo della trasposizione cinematografica, una pellicola intitolata Libertarias. Il libro racconta le vicende di Juana, una giovane suora di clausura a cui la rivoluzione ha tolto il convento. Siamo nel luglio 1936, e la risposta popolare al pronunciamiento fascista sfonda le porte di chiese e caserme. Suor Juana, in fuga dall’orto sacro, si rifugia casualmente nel più profano dei recinti: un bordello. Breve rifugio, perché un gruppo di donne anarchiche, appartenenti all’organizzazione Mujeres Libres, farà presto irruzione nella casa: il bordello è chiuso e le ragazze si ritrovano per strade drappeggiate di bandiere rosse e nere e chiese in fiamme. Così Juana diventerà una miliziana anarchica, in un crescendo di eventi drammatici che mescolano iconoclastia e millenarismo.
Il filtro polarizzatore di Rabinad
Le giornate della rivoluzione spagnola sono viste da Rabinad attraverso un filtro polarizzatore: l’autore polarizza la realtà per renderla più intensa da un punto di vista narrativo. Il filtro polarizzatore di Rabinad non deforma la dimensione di un fenomeno storico, però ne accentua i contrasti, rendendo un evento storico più leggibile. Nella realtà le Mujeres Libres erano perlopiù casalinghe, operaie e contadine: nel romanzo sono prostitute e, nel caso di Juana, suore, in un processo che spinge l’identità femminile verso i poli antitetici del sacro e del profano. Ancora: nella realtà l’associazione Mujeres Libres si occupò — più di combattere in trincea, come succede nel racconto di Rabinad — di una serie di lavori nelle retrovie e nelle città liberate, come l’organizzazione di mense e di servizi di assistenza medica per i feriti: nel racconto invece le miliziane sono in prima linea, al fronte. E’ ovvio che c’è un processo di polarizzazione, processo che poi viene portato agli estremi nel film di Aranda (Libertarias, di Vicente Aranda, sceneggiato dallo stesso Rabinad), ma questo non significa traviare la realtà storica. Ci sono state sicuramente delle prostitute tra le miliziane, e forse anche una suora, come vedremo in seguito. Ma innanzitutto cerchiamo di capire cos’era in realtà Mujeres Libres.
Le Mujeres Libres
Mujeres Libres è un’associazione di donne che si proponevano di combattere una triplice schiavitù: “schiavitù dall’ignoranza, schiavitù come donna e schiavitù come produttrice”. Attiva in Spagna almeno dal 1936 fino al 1939 e ideologicamente affine all’anarchismo, l’associazione non vide mai riconosciuto il proprio statuto nel seno delle altre strutture del movimento (ovvero la CNT, la FAI e le Juventudes Libertarias), pur contando su un numero enorme di adesioni (21mila donne nel 1937, secondo le stime più contenute, distribuite in 147 gruppi locali nella zona repubblicana). L’organizzazione aveva una propria rivista, Mujeres Libres, che uscì in 13 numeri fino al 1938 ed era redatta solo da donne. Su un piano teorico, le linee di intervento dell’organizzazione si articolavano su più punti, qui esposti molto sinteticamente: indipendenza economica delle donne, rapporti di coppia basati su unioni libere; istituzione di mense e asili per alleviare gli impegni domestici femminili; educazione libertaria ed educazione sessuale dei bambini; critica del potere maschile all’interno della famiglia; accesso all’aborto e agli anticoncezionali. Riguardo alla prostituzione, Mujeres Libres si opponeva allo sfruttamento sessuale delle donne, però rifiutava di colpire le prostitute, lasciandole senza una fonte di reddito: proponeva pertanto la possibilità di una prostituzione assistita da medici e figure capaci di fornire un sostegno alle prostitute, orientandole a cercare un’altra occupazione. La loro critica non si rivolgeva solo contro la società borghese, ma si indirizzava anche all’ambiente anarchico spagnolo, spesso fortemente maschilista.
Storia e finzione
Il libro di Rabinad conferma la vitalità di un genere, quello che potremmo chiamare “l’oggetto narrativo storico”. Mescolando realtà e finzione, elaborando personaggi plausibili o narrativizzando la biografia di personaggi realmente esistiti (come Jésus Arnal, parroco di un paesino della provincia di Huesca, che si salvò dalle rappresaglie anticlericali grazie a un miliziano della CNT e entrò a far parte della colonna Durruti come scrivano, o come Concha Liaño, l’anarchica che ebbe un ruolo d’impulso nell’attività di Mujeres Libres), Rabinad riesce a rivitalizzare storie altrimenti destinate all’oblio. Si può obiettare che in questo meccanismo polarizzatore la storia si trasformi in aneddoto, ma io credo in realtà che ogni testo diventa un pretesto per altre letture, che a loro volta aprono influenze e percorsi esistenziali magari inattesi. Così l’aneddoto può essere un punto d’accesso per una visione più profonda di una realtà storica. Ad esempio, la lettura del testo di Rabinad può condurre a chiedersi chi erano in realtà le Mujeres Libres, innescando delle esplosioni a catena nell’intelligenza del lettore che conducano a riflettere su tutta una serie di questioni (guerra civile, fascismo, femminismo, autoritarismo e relazioni di genere, etc…).
Realtà e aneddoto
Tornando invece al rapporto tra aneddoto e realtà storica, ci sono alcuni elementi che vanno precisati:
_i casi di donne che nella guerra di Spagna combatterono al fronte furono abbastanza circoscritti (eppure non furono pochi). Le donne armate erano sicuramente più numerose nei primi giorni della rivoluzione, quando le masse di lanciarono spontaneamente contro le caserme. Quando si formarono le milizie, non mancarono alcuni casi di partecipazione femminile, ma rimasero comunque sporadici o sussidiari alla presenza maschile (con alcune eccezioni, come quelle di Mika Echebéhere, che fu capitano di divisione). Le donne ritornarono però a impugnare le armi quando il fronte fascista cominciò a stringere su Madrid, e allora la stessa Mujeres Libres organizzò un poligono di tiro per addestrare le donne alla difesa della capitale. In generale, Mujeres Libres non incitava le donne a combattere al fronte, ma a occuparsi di lavori d’assistenza nelle città.
_ Per quanto riguarda i rapporti tra prostitute e l’associazione Mujeres Libres, è vero che l’associazione cercò di convincere le prostitute ad abbandonare il loro lavoro per unirsi al movimento. Martha Ackelsberg cita nel suo libro Free Women of Spain (trad. it, Mujeres Libres, ed. Zero in Condotta) il caso di almeno una prostituta che rispose all’appello, entrò in Mujeres Libres, andò a scuola e infine entrò in un gruppo di oratrici e lavoratrici culturali dell’associazione.
Suor Juana e Thérèse
Quanto all’ipotesi di una suora anarchica, questa per una curiosa coincidenza riemerge nell’incipit di un libro pubblicato da poco in Francia (ma è stato scritto nel 1974, prima della pubblicazione di La monja libertaria), e che di certo non ambisce a essere un’opera di finzione, ovvero le memorie di Antoine Gimenez, un anarchico italiano che combatté in uno dei gruppi d’assalto della colonna Durruti. Gimenez (il cui vero nome era Bruno Salvatori) apre la propria autobiografia — pubblicata in Francia col titolo di Fils de la nuit, ed. L’Insomniaque-Les Gimenologues — raccontando le vicende di Thérèse, una ragazza di 17 anni entrata in clausura all’età di 7 anni. I miliziani, invaso il convento di Santa Chiara a Lérida, l’avevano trovata nella sua cella, quasi morta di paura davanti a un Cristo in croce. La sorella di Miguel, un amico di Gimenez, provando pena per lei, decise di farla tornare nella propria famiglia. Qui il racconto di Gimenez-Salvadori è ancora più estremo della narrazione di Rabinad: a pochi giorni dalla rottura rivoluzionaria, Thérèse fa già l’amore con l’anarchico Miguel. Di lei poi si perdono le tracce, almeno nelle pagine autobiografiche di Gimenez.
Oltre lo specchio
Torniamo al libro di Rabinad. Abbiamo visto come l’intreccio sia strutturato su un processo di polarizzazione della realtà storica e su un’alterazione prospettica di certe dimensioni sociali della guerra sociale spagnola. L’operazione in effetti è stimolante. Tra la storia e le storie c’è una frattura, un punto di discontinuità. Rabinad anima questa discontinuità con una suora anarchica e miliziane prostitute; con un rapporto surrealista di un ufficiale sanitario, un articolo di un giornalista (Mazinger) che sembra copiato da quello di un altro reporter (Van Passen) e una minacciosa lettera in appendice d’un prete pentito ma non troppo. Storia e finzione saltano continuamente tra l’aneddoto e la realtà, e il lettore le insegue, sapendo che la realtà comincia, e non finisce, oltre lo specchio della narrazione.


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