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Dreaming Sturgeon 1/2

di Alessandra Daniele

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1933. Un ragazzetto scarno, sensibile e acuto lascia per sempre la casa del proprio conformista e arrogante patrigno, e s’immerge nel mare turbolento degli USA della Grande Depressione. Passerà attraverso una miriade di esperienze diverse, compresi i più eterogenei fra i proverbiali mille mestieri - dal marinaio al trapezista, dal chitarrista al manovratore di bulldozer - per poi approdare a una variegata comunità di”sognatori”, nella quale la ricchezza della sua immaginazione non sarà più condannata come una sorta di vizio sovversivo, ma, al contrario, apprezzata e incoraggiata anche come strumento per comunicare, per acquisire autocoscienza, e nel frattempo guadagnarsi da vivere. Lì diventerà uomo, scrittore, e infine maestro per i suoi colleghi contemporanei e futuri.

Si potrebbe raccontare così la carriera di Theodore Sturgeon (all’anagrafe Edward Hamilton Waldo) mettendone in risalto l’assonanza con il plot narrativo di almeno un paio dei suoi capolavori più famosi. Senza mancare di sottolineare però che, così come fu nella sua vita, anche nella sua narrativa l’attitudine al sogno non limita mai, anzi mette in risalto per contrasto la lucida e vivida percezione e descrizione del dolore. Ne è un ottimo esempio il primo dei suoi romanzi, l’affascinante Cristalli sognanti (“Dreaming Jewels” 1950), nel quale le suggestioni oniriche e le speculazioni metafisiche si fondono perfettamente con la crudezza del conflitto interpersonale e la profondità dello spessore psicologico di indimenticabili personaggi tormentati e complessi.
Nel 1939, quando Asimov lo conosce e lo descrive come ”un giovane elfo”, Ted Sturgeon ha solo 21 anni. Ha appena debuttato tra le firme di Astounding col geniale e ironico racconto I mangiaspazio (“Ether Breather”, 1939) e già suscita ammirazione per la bellezza e la novità delle cose che scrive, qualità che lo porterà presto a sedere nell’ideale pantheon dei fondatori della SF moderna - simile a un Hermes, accanto al RAH-Heinlein - nel ruolo difficile ma meritato dell’”umanista”. Definizione che è possibile comprendere appieno solo leggendo i suoi lavori, a cominciare dal meraviglioso Nascita del superuomo (”More than human”1953) romanzo nato da tre racconti stupendamente amalgamati, così come impareranno ad amalgamarsi i giovani protagonisti trasformando le loro singole, sofferte diversità nelle componenti d’una forza collettiva, scoprendo il potere di ”trasformazione alchemica” della solidarietà, fino a diventare un Tutto autenticamente superiore alla somma delle parti. Una gestalt, capace di accedere al superiore livello di coscienza, che rappresenta l’apice evolutivo dell’umanità.
Il titolo italiano non risulti però fuorviante: Sturgeon non è affatto un trasumanista alla Campbell, ma un appassionato cantore dell’umanità intesa come quella particolare sensibilità empatica che Philip K.Dick, suo lettore entusiasta, definirà il vero discrimine fra gli esseri umani e le macchine. Il titolo originale, More than human, si riferisce infatti non a un "superamento" di questa peculiarità, quanto piuttosto alla sua massima espansione e realizzazione. E’ questa secondo Sturgeon l’autentica evoluzione: la piena umanità, che conduce all’empatia cosmica.
Questa convinta sensibilità umanista porterà Sturgeon a scoprire, adoperare e ampliare le immense potenzialità della letteratura fantastica nel raccontare la condizione umana, dai suoi aspetti più tragici e inquietanti, a quelli più affascinanti ed emozionanti. Il suo stile letterario è raffinato, ma sempre funzionale alla narrazione; sa diventare poesia, citazione, sapiente allusione all’Esoterismo, e al Miito, ma senza mai perdere il ritmo della suspense, il gusto dell’invenzione, dell’anticipazione sociologica, come tecnologica.
Lo testimoniano racconti come Killdozer (1944) nel quale Sturgeon mette la propria esperienza di operaio al servizio di un tecno-fantasy nel quale il metallo urlante d’un gigantesco bulldozer ”posseduto” sfida i lavoratori d’un cantiere a una mortale, epica ordalia a colpi di ruspa, maglio, e pala meccanica; o come Piccolo grande Dio (“Microcosmos God”, 1941), che adombra una tesi cosmologica di ascendenze gnostiche tra le righe d’uno science-mistery che è anche un attacco spietatamente sarcastico all’asservimento della scienza al guerrafondaio potere politico-economico. Ma è soprattutto una narrativa sempre ”empatica” quella di Sturgeon, un raccontare partecipando profondamente alle emozioni dei propri personaggi, e cercando di coinvolgere altrettanto profondamente i propri lettori, affinché la narrazione svolga fino in fondo, e nel miglior modo possibile, il suo compito più importante e più ”magico”: fare da tramite, da tessuto connettivo fra gli esseri umani, capace di risvegliare la loro, la nostra, coscienza di appartenere ad un Unicum che ci comprende tutti.

(1-CONTINUA)

Pubblicato Agosto 3, 2006 02:34 AM

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