di Francesco Scalone

David Goodis, Il vuoto nella mente, Fanucci Editore, 2006, pp. 189, € 14,00.
Dopo la morte di David Goodis, avvenuta nel 1967, per molti anni nessuno dei suoli libri rimase in catalogo. Nonostante il talento, nonostante la capacità indiscussa di raccontare storie nerissime, i suoi libri sparirono dal mercato editoriale americano. La vita di Goodis fu difficile, vissuta senza fortuna ai margini del sogno americano. Ecco, uno tra i più grandi del noir non ebbe fortuna. Certo ci furono i film e i francesi non lo dimenticarono. Ma non sfondò mai, non ebbe niente di quello che avrebbe realmente meritato in proporzione al suo talento. Solo nel 1987 la Black Lizard iniziò a ripubblicare per il mercato nordamericano i libri di Goodis.
Ne Il vuoto nella mente, pubblicato il mese scorso da Fanucci, ci sono tutti i tipici ingredienti dell’hardboiled: un pestaggio sanguinoso, un’innocente incastrato in un gioco senza uscita, una borsa piena di soldi (centinaia di migliaia di dollari), un criminale senza scrupoli e una bellezza mozzafiato (anche lei senza scrupoli). Sullo sfondo una New York infuocata dal caldo e una rapina finita ovviamente male. Tipici ingredienti appunto, che David Goodis riesce a impastare in maniera unica, magistrale. Goodis incalza continuamente il lettore con dialoghi rapidi, credibili (non è un caso che godesse di tanta stima tra registi e sceneggiatori); ugualmente riuscite risultano anche definizioni di personaggi ed ambienti. Alcune descrizioni sono talmente efficaci da sembrare scolpite: “John divenne una statua dai giganteschi occhi di vetro”. E se la violenza è la materia prima che caratterizza tanti romanzi noir (ad esempio in Thompson è l’essenza stessa della storia e della scrittura, quasi sempre compare senza motivo, senza alcun senso), nelle storie raccontate da Goodis la violenza fa al tempo stesso da collante e lubrificante: non solo tiene insieme il racconto, ma ne è il motore stesso.
All’inizio della storia Vanning, il protagonista, subisce un pestaggio durissimo: ma non cede, non crolla, anzi prova a fare il duro e reagisce. Per quanto picchiato a sangue, Vanning non sviene, rimane consapevole di tutto quello che gli sta accadendo, si sforza di restare cosciente e ragionare con lucidità. L’episodio è potente, nel senso che acquista all’interno del racconto la forza e il potere di una vera e propria epifania. Tutto sembra diventare chiaro: il meccanismo in cui Vanning è caduto e che lo sta stritolando, la vicenda assurda di cui è rimasto vittima, la sua stessa condizione esistenziale ormai priva di speranza, senza soluzione. E tutto questo non è chiaro soltanto a Vanning ma diventa chiaro soprattutto al lettore, che insieme a lui prende i pugni nello stomaco e in faccia, e che insieme a Vanning sceglie e decide di non arrendersi. Perché? Vanning alla fine ha realizzato che più di ogni cosa è importante “scappare, nascondersi, scappare”. E forse questa frase non riguarda soltanto Vanning, così come non vale solo per questo specifico racconto, ma rappresenta l’essenza stessa, il cuore nero della narrativa di Goodis e di altri grandi autori noir come Jim Thompson. “Scappare e nascondersi”, tutto qui.
Vanning sta fuggendo, si sta nascondendo inseguito da una banda di rapinatori. Vogliono sapere dove ha messo la borsa con i trecentomila dollari, il bottino di una rapina. E ovviamente è inseguito anche dalla polizia. Perché la borsa non pesa solo del mucchio di soldi che contiene, ma grava anche della vita di tutte le persone ammazzate a causa di quel denaro. E una è stata freddata proprio da Vanning che prima era un cittadino modello, onesto, che ooi John è riuscito a tirare dentro, lasciandolo in una camera d’albergo con la borsa dei soldi e una rivoltella carica. Alla fine la borsa sembra viva e agisce come un magnete: intorno a lei ruotano le vite dei personaggi, attorno a lei si svolge tutta la storia: “cercò di ricordare il momento in cui l’aveva raccolta. Non ci riuscì. Ma doveva averlo fatto. Non gli era finita certo in mano da sola. Non era animata. O forse sì?”. La borsa stravolge la vita dei personaggi, scompare, viene smarrita, ricompare; per quella borsa si spara, si ammazza, si picchia e si fugge. In realtà, questa borsa piena di denaro assume nella storia la funzione di un elemento potentemente simbolico, così come lo è anche John, il rapinatore che ha ideato il piano per incastrare Vanning. Sia la borsa che John, in realtà, rappresentano la forza straordinariamente distruttiva che ha corrotto Vanning, trasformandolo – agli occhi di tutti – in un ladro ed in un assassino.
Goodis fa procedere, spinge la storia in avanti accumulando interrogativi su interrogativi. Perché John ha lasciato la borsa a Vanning? Perché Vanning l’ha presa? E perché, la seconda volta, l’ha strappata dalle mani del cadavere? Tutti interrogativi senza risposta, irrisolti. Domande a cui lo stesso Vanning non sa dare risposta. Dov’è finita la borsa? Vanning non ricorda più dove e quando l’ha persa, perché ha rimosso tutto e adesso nella sua mente c’è solo il vuoto: si tratta di un’amnesia. E guarda caso Goodis ha messo sulle sue tracce proprio Fraser, un poliziotto che ha studiato psicologia. All’inizio Fraser si mantiene a distanza, segue tutti i movimenti di Vanning spiandolo dalla stanza che ha affittato proprio di fronte al suo nascondiglio. Ancora un interrogativo: chi è veramente Vanning? Un assassinio spietato oppure un cittadino onesto rimasto vittima di un gioco più grande di lui? Non è facile rispondere dal momento che Vanning ha perso la memoria e non può più dimostrare niente a nessuno. Neanche a sé stesso.
Alla fine è come se Goodis guardasse i suoi personaggi attraverso un prisma, cogliendo non una, ma le tante sfaccettature che questi hanno. È il caso di Marta, la donna di cui Vanning si innamora. Goodis la descrive attraverso le parole dell’uomo del bar, poi mentre passa per strada, dopo da dietro i vetri della finestra mentre gesticola parlando con John. Ma chi è veramente? Forse una risposta univoca, definitiva, non potrebbe e non dovrebbe esserci. Eppure alla fine Goodis decide di sciogliere tutti questi nodi, mettere ordine e risolvere tutto in un lieto fine, consolatorio e rassicurante come tutti i lieto fine. Ma è una delle pochissime volte in cui Goodis finisce una storia in questo modo.


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