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Senza zucchero

di Nevio Galeati

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Pochi istanti prima di scendere dal furgone blindato controllarono che gli erogatori funzionassero a dovere. I caschi integrali erano più leggeri dei vecchi elmetti in kevlar e sembravano altrettanto solidi. Il trattamento dello schermo a infrarossi aveva eliminato il problema della condensa. L'aria che arrivava a naso e bocca era fresca; con i nuovi filtri era scomparso ogni sapore metallico, continuava solo ad asciugare le mucose. Provarono anche il collegamento radio. Perfetto.
La pioggia continuava a scrosciare, macchiando i vetri antisfondamento. I sei uomini erano rilassati: sarebbe stata la settima retata in pochi mesi in quel quadrante della vecchia darsena, soffocato da una lunga teoria di capannoni in disuso che sembravano sostenersi l'uno con l'altro.

Fra ogni blocco corsie larghe come autostrade, con solo il ricordo del cemento e dell'asfalto, sulle quali erano passati milioni di tir. Era impossibile avvicinarsi a una qualsiasi costruzione senza essere visti. Eppure i 'pallidi' riuscivano a darsi convegno senza farsi sorprendere dalle ronde cittadine. Così, periodicamente, il governatore spediva la propria Squadra speciale. Soprattutto quando la Corporazione del commercio protestava. E accadeva spesso.
Il comandante 'Ngani guardò i propri uomini: strusciavano i piedi a terra, passandosi da una mano all'altra i neutralizzatori; spostò l’attenzione su Kunta, veterano dei Rdd. Il massiccio abissino con la testa ancora senza protezione, spalancò la bocca in un grande sbadiglio. Routine, era routine per tutti. La soffiata era stata precisa, li avrebbero trovati nel seminterrato dell’ex magazzino cerealicolo, accanto ai resti dei silos demoliti durante la seconda invasione. Una sola entrata, finestre al livello della strada bloccate da grate e vetro. Li avrebbero spazzati via in pochi minuti.

Elsa aveva mentito alla madre, ma non sentiva alcun senso di colpa. Gustavo era così biondo e così bello che non era stato possibile dirgli “No”. Adesso erano lì, sotto la luce di abatjour che sembravano arrivare da un altro tempo, seduti sulla stoffa un po’ sdrucita del divanetto, con quel profumo pungente che eccitava le narici e provocava un leggero aumento della salivazione. Accese una sigaretta, sfilata da un pacchetto stropicciato che Gustavo le aveva allungato con orgoglio. Nella penombra c’erano altre tre o quattro coppie, arrivate come loro poco dopo il tramonto. Avevano, naturalmente, ordinato due caffè. Come tutti. Dal bancone Andrea sorrise. Poi sbirciò l’orologio.

Scesero dal furgone in fila indiana, ordinati, silenziosi. La centrale elettrica avrebbe sospeso l’erogazione di energia lungo tutta l’asta del porto alla 21:05 e la squadra aveva due minuti esatti per raggiungere i quattro scalini che conducevano alla porta blindata. I rilevamenti dal satellite avevano individuato la protezione, nascosta fra pareti arrossate dalla ruggine. La pioggia sembrò spostarsi e interrompersi a tratti. ‘Ngani alzò gli occhi: la copertura aerea era arrivata. L’elicottero muoveva le pale senza alcun rumore, quasi immobile sull’obiettivo. Il comandante sfilò accanto ai propri uomini, battendo leggermente la mano sui caschi. Lo sguardo si fermò un istante sul distintivo dei ‘Reparti distruzione droghe’ di Kunta; l’angolo superiore destro era leggermente scucito. I due uomini si fissarono e, dietro l’erogatore, si scambiarono un sorriso. Erano nati in due regioni diverse dell’Etiopia, ma entrambi avevano partecipato alla grande marcia; erano scampati per un pelo alla ritirata che aveva chiuso la prima invasione dopo la sconfitta. Ma durante la seconda, cinque anni prima, si erano ritrovati fianco a fianco, sotto le stesse bandiere della vittoria. Non potevano che finire nei Rdd.
I due nuovi della squadra erano già in posizione: venti secondi per far saltare le serrature della porta; dieci per entrare. Due minuti per radunare tutti i ‘pallidi’. Tre se ci fosse stato qualcuno da neutralizzare. Compito che spettava ai veterani e al comandante. Il rastrellamento avrebbe richiesto qualcosa in più, ma alle 21:30 l’elicottero avrebbe coperto di fiamme tutto. Non si poteva sgarrare.

Scottava ed era amaro, pastoso. Non si poteva mescolare, gli aveva spiegato Gustavo: il caffè non si doveva ‘masticare’, ma bere. Poi i fondi sarebbero serviti per leggere il futuro. E il ragazzo sperava che ci fosse un po’ di sesso, per lui, su quel divano. Annunciato dal caffè, naturalmente. Elsa lo sapeva, aveva accettato proprio per questo, anche se al solo pensarlo arrossiva ancora. Caffè, sigarette e la lingua di quel ragazzo nella sua bocca, ancora densa di aromi. Andrea lasciò il bancone dopo aver ingollato un lungo sorso di gin direttamente dalla bottiglia; non aveva raccontato a nessuno del lunotto che si apriva sull’acqua del canale. Per sopportare il freddo doveva incamerare energia. Bevve ancora e, scivolando nel buio, si avvicinò all’unica via di scampo. Le coppie ridevano, alcuni si stavano già baciando.

I laser sfrigolarono e il metallo dei cardini si sciolse come burro; Kunta sollevò l’ariete quasi senza sforzo e vibrò un colpo secco, ringhiando. Negli auricolari degli altri cinque uomini arrivò un’imprecazione che assomigliava a “Lerce sanguisughe senza colore”. L’adrenalina entrò in circolo, mentre ogni lampada nel raggio di un chilometro si spegneva. Scesero i pochi scalini e si ritrovarono nel piccolo bar abusivo. Percepirono, più che udirli, grida e rumori di tavolini rovesciati; i ragazzi, pallidi, intossicati da caffè e sigarette, tentarono di nascondersi. I visori a infrarossi li individuarono in pochi istanti. Routine, sempre divertente, ma routine, pensò sogghignando ‘Ngani. Vide Kunta bloccare con una sola mano due ragazzini biondi, neutralizzarli e stenderli sul divano, come fossero bambole di pezza. Poi una fiammata gli infastidì gli occhi: uno dei nuovi aveva sparato. Assurdo. Quello che restava del corpo dell’informatore era spalmato sulla parete di mattoni. Alzò le spalle. In fondo era solo un lurido spacciatore. Gli europei avevano iniziato a capire che non si poteva continuare a sfruttare il popolo africano, rubando caffè e tabacco, droghe potenti che solo i neri potevano usare. Presto sarebbe toccato a tutti gli altri pallidi.

Pubblicato Luglio 16, 2006 02:47 AM

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