di Daniela Bandini

Matteo Bortolotti, Questo è il mio sangue, ed. Colorado Noir, 2005, pp. 262, € 14,00
“Sergio dacci casa se non ci dai lavoro”, non è l’incipit, ma il segno che contraddistingue questo giovane, ovvero il suo essere scrittore bolognese. Una frase scritta nei pressi della zona universitaria, una frase che implica moltissime contraddizioni e sgretolamenti della Bologna dell’immaginario di sempre, universitaria, liberale, democratica e multiculturale, ma governata da un sindaco non bolognese che non riesce proprio, non ce la fa, ad amare la città che amministra. Opinione personale, s’intende.
Invece Bortolotti questa città la ama. Si vede da come indugia nei vicoli e nei viali, dalle frase afferrate al volo sull’autobus, dai languori delle colline che sovrastano Bologna, dalla sua parlata, dal gergo sdrammatizzante del suo dialetto, piacevolmente benevolo e bonario che cela avidamente i suoi reali interessi..
Anche Walter sembra amare Bologna, pur vivendone i lati meno brillanti e socialmente discutibili. Diciamo che Walter adotta il lato oscuro della città, quello che dismette gli abiti dell’impiegato e del commerciante di giorno per indossare quelli del business duro e puro di notte, droga e prostituzione innanzitutto. Walter che non pretende né esercita moralismi di sorta, Walter che conosce il prezzo del danaro che scorre di giorno alla luce del sole, proprio come un fiume che alimenta se stesso in un eterno circolo riproduttivo, che sa bene dove finirà quel denaro di notte. Migliaia di banconote passate di mano in mano, dal ritiro della pensione alla precarietà del trimestrale, che finiscono, come uno specchio segreto di cui non scorgi la presenza, nel precipizio vuoto e nero dell’angoscia e della violenza.
Una curia solida ma discreta, quasi elitaria, che si defila, quella bolognese. Arroccata alle sue tradizioni di potere esercitato con discrezione, nel noir di Bortolotti si insinua massicciamente e capillarmente, sino a configurare una sorta di controllo super partes della società che conta e sulla quale conta. Un cardinale, dal fisico obeso, dal fiato corto, affannoso, incarica Walter di indagare sulla scomparsa di una ragazza, Mara. Nessun cognome, sarebbe troppo compromettente svelarne le origini, quindi un incarico doppiamente delicato. Anche perché Walter è stato un prete, un prete vero. Finito in carcere per omicidio, un omicidio che rivendica come sacrosanto, non nasconde la tua terribile lotta, la titanica contrapposizione che lo vede coinvolto nell’assecondare la violenza e la gratificazione che deriva dalla lucida razionalizzazione del suo istinto.
Walter ha un amico, conosciuto in galera, Milan, albanese. E’ un amico perché te lo ritrovi lì, nella stessa cella, e finisci che devi pur conviverci, e alla fine realizzi che è tuo amico, l’unico che hai. Milan ha una donna, una prostituta, che lui dice di proteggere, un amore che anela al riscatto, a una vita diversa… L’amore di Walter, quello reale, gli venne tolto con violenza proprio dall’uomo che uccise, l’altro, non so dirvi quanto surrogato, si chiama alcool. Questo “don” Walter picchia duro e si ritroverà con l’amico di un tempo, Milan, a dare prova delle sue qualità, a dimostrare che certe cose si risolvono solo con la violenza e la sopraffazione, quando il gioco richiede queste regole. Walter si esalta davanti ai manganelli speciali usati dalle forze dell’ordine di Piazza Alimonda a Genova, parla di cartilagini spezzate e costole che si incrinano col caratteristico rumore che producono, parla di papponi che considera amici e glissa sulla parola “sfruttamento della prostituzione” quando il rapporto sembra tacito e di pari interesse. Parla di albanesi pregiudicati come di una criminalità spietata ma tutto sommato nella norma e scontata, cioè che sa bene quali fini persegue, mentre una élite integrata e apparentemente sazia sconcerta per le sue caratteristiche borderline, categorie una volta definite viziose, tipiche della borghesia fascista. Giri di sesso estremo, droga, pedofilia, sadismo.
E’ incredibile come il binomio alcool-investigatore sia fondamentale nella riuscita di un personaggio. Certamente senza il cognac, il caffè corretto, senza quella smania tipica dell’alcolizzato di dare una calmata ai pensieri e ai tremori del corpo e della mente, Walter non esisterebbe. Il bisogno di alcool per Walter è sofferenza, condivisione di un dramma, una rassicurazione immediata e indolore, una necessità esistenziale. “Il mio rapporto con l’alcool è una questione pratica”, la sintesi del “Walterpensiero” sull’argomento.
Mara. Mara è afflitta da un corpo di cui non intravede bene i contorni, è anoressica, fragile, si guarda e non si riconosce, credo che questo disturbo si chiami dismorfofobia. Si annulla nel sesso e nel gesto estremo per definire quei contorni che sembrano cancellarsi ogni qual volta cominciano a delinearsi, si crogiola nella violenza perché le dà la certezza di avere un corpo che prova ancora qualcosa. Magari qualcosa che non le piace, ma è pur sempre qualcosa. Si aggrappa a un abbraccio, intravedendone l’amore, scambia l’egoismo per altruismo, ma è pur sempre qualcosa.
Mara, che è finita in un pessimo giro di locali notturni piacevolmente situati sui colli bolognesi, vittima di continue violenze estreme, figlia di una importante nobildonna dell’alta borghesia bolognese, percorre lo stesso incubo della più derelitta prostituta albanese da quattro soldi. Mara che si fa di pastiglie, alcool, farmaci, a cui aggiunge alcool, pastiglie e farmaci, fino a che tutto si confonde nel pensiero insensato, incongruente, inutile, del delirio e del ricordo fine a se stesso.
Questo è il mio sangue è un romanzo veloce, cinematografico, d’azione, che sa parlare della sofferenza e di quell’aspirazione all’amore che ci fa tanto, maledettamente soffrire, ma che è l’unica via praticabile verso la nostra personalissima resurrezione.


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