di Daniela Bandini

Piergiorgio Di Cara, Vetro freddo, edizioni e/o, 2005, pp.190, € 15,00
L’ispettore Salvo è stato trasferito. Motivi di convenienza o di servizio, una promozione arrivata in fretta e furia corredata da una targhetta di merito con una dicitura dal nome sbagliato, anch’essa paradossalmente frettolosa, quasi non volesse lasciar traccia di sé neppure negli archivi e sulle ricevute di pagamento. Quel brutto incidente che gli ha procurato una pallottola nel polmone ancora brucia al contatto autolesionista di ogni boccata di sigaretta, in una giornata che si stava concludendo come tante, con quell’arrendevolezza che ti coglie a ogni fine turno, quando sai che hai dato tutto, quando credi che il destino non ti possa più giocare brutte sorprese.
Un agguato mafioso, e puoi anche dire che ti è andata bene. Un attimo di incertezza e di stupore, un miscuglio di rabbia e impotenza, e ripetersi che mai, mai bisogna abbassare la guardia, che il mestiere di poliziotto è questo, anzitutto: diffidare. Trasferito. Dalla Sicilia alla Calabria, commissariato di Averno sullo Jonio. Ci si adatta come indossando un paio si scarpe nuove, sapendo che dopo un po’ diventeranno un’abitudine, si allargheranno e si adatteranno alla forma del tuo piede, che tutto ciò che ora appare nuovo e vagamente minaccioso sarà quasi la fotocopia di quello che hai lasciato: le stesse gerarchie, gli stessi ragazzi, i rapporti con gli altri reparti, lo stesso doversi far rispettare e lo stesso costringersi al rispetto.
Piergiorgio Di Cara è uno scrittore che ama profondamente la lettura, vi si immerge con la stessa voracità che prova un affamato alla vista di piatto fumante, ed è con la stessa passione che si rivolge alla professione che ha scelto, che tratta col riguardo di chi teme di tradirla: il commissario di polizia. Una professione che intuiamo esigente, tanto da esserne costantemente messi alla prova e non doverla disattendere mai: un po’ come sposare una donna ricchissima e dover dimostrare tenacemente che non è stata una scelta di interesse, sforzandosi di dare il massimo di sé senza accettare facili compromessi. Di privilegio o di passaggio di status, di scorciatoie. Una scelta difficile agli occhi di se stessi e della società, perché è difficile coniugare la propria personalità e il lavoro, senza riuscire più a verificare quale delle due parti di te ti dia più gratificazione, e cosa saresti se una delle due parti venisse a mancare.
Il commissario Salvo Riccobono decide che la coerenza di metodo è la chiave per la sua stessa sopravvivenza, e adotta i medesimi modi investigativi che lo hanno contraddistinto in Sicilia, facendogli raggiungere traguardi di successo e risultati operativi che hanno travalicato le attese di superiori e colleghi. Il suo carattere lo induce a esercitare una influenza a raggiera: agire con tutti gli strumenti a disposizione, sapere cosa chiedere e a chi chiedere, allargare i confini delle indagini e cogliere da singoli dettagli gli intrecci globali che ne potrebbero scaturire.
Questa lotta forsennata di Riccobono con le proprie forze, questo continuo braccio di ferro tra la sua volontà e una sorda depressione che lo immalinconisce, trova nella compagnia dell’alcool una disarmante e rassegnata giuntura tra l’adulto e l’adolescente, una disponibile compagna che lo riporta alla condizione di mortale ogni volta che cerca di staccarsene. Come se la sua storia personale fosse irrimediabilmente legata al primo accenno di violenza nell’aria, quasi fosse nato per dare di più e travolgere la vita sua e degli altri, come se il destino gli chiedesse continuamente il conto di qualcosa, si attendesse da lui sempre di più di quanto richiesto agli altri.
“Lo sai fare il sommergibile? – chiede Riccobono al barista del pub irlandese. - Il sommergibile: whiskey irlandese e guinness. Te lo spiego io: prendi un boccale piccolo, lo capovolgi, sul fondo metti un boccale più grande, da una pinta, in modo che il bordo del bicchierino aderisca al fondo, lo capovolgi d’un colpo, e spilli una guinness come si deve. Questo è il sommergibile. Man mano che bevi il bicchiere si inclina e il malto si confonde alla birra. Ilo risultato è una fucilata che ti mette di buon umore, e ti fa sentire come un portatore di palla che attraversa il campo come un fulmine sino a schiacciare l’ovale della meta”.
Il destino, e ciò che la forzatura del destino gli riserverà, è dolorosissimo ma quasi scontato. Cominciare a indagare su una pista che porterà al sequestro di decine di chili di droga pesante, con la scia di morti e di sangue che fatalmente questo comporta. E quest’uomo, che vive tutto in prima persona, persino nei rapporti con le donne non riesce a scindersi, non si fonde, ma neanche le usa. Semplicemente non condivide quell’aspetto adulatorio da dipendenza fisica che caratterizza molti degli altri uomini. Fa l’amore con passione ma non si concede. Il suo vero amore è quella vasta spianata della mente ricca di sogni e di trepidazioni, di piccole riflessioni e di grandi illuminazioni, la libertà di gioire e soffrire, di ricordare e programmare, il calore di un bicchiere di rosso al tramonto su un terrazzo in compagnia dell’uomo che più gli è familiare e di cui condivide ogni singolo pensiero: se stesso.
Preso dalla furia della vita e gettato in pasto alla spietata concorrenza criminale, Riccobono vive questa interiorità dandoci una grandissima lezione di stile: il vero dolore non ha parole, letteralmente. E’ un convincimento intimo e profondo, che emerge nella solitudine e di cui nessuno può farsi interprete con consolazioni più o meno sincere. E’ lo svegliarsi in piena notte con gli occhi sbarrati in cerca di una pistola, rivivere centinaia di volta la propria morte, il timore di chi hai coinvolto e può pagare per te, la responsabilità dell’assumersi un incarico. E’ tentare nel caos della giustizia di introdurre a forza i suoi ideali, cercando aderenza in qualche comma del codice penale.
Lucia, una collega di Riccobono, di scrittori di gialli conosce solo Agatha Christie. Non facciamo lo stesso errore, riducendoci a ripetere i nomi degli stessi autori, gli stessi titoli, gli stessi stereotipi. Questo è un eccellente romanzo noir, di uno scrittore che conosce e interpreta il suo lavoro con una professionalità, una profondità e una lucidità impressionanti, che ha imparato a conoscere le persone nel dolore e nella disperazione, quando sono più vere, quando non hanno più nulla da nascondere. E che va incontro al lettore condividendo con lui, senza reticenze, il dolore e la forza, la speranza, e la gaia serata finita con una bevuta alla salute di questo pazzo mondo.


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