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Il commissario nero

di Valerio Evangelisti (da L'Unità del 17 marzo 2006)

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Il genere noir, in Italia, gode di buona salute solo apparente. E’ vero che riscuote i favori di una larga fetta di pubblico (anche se minori di quanto credono i detrattori per partito preso della narrativa di genere), è vero che ha espresso una non tanto piccola scuderia di fuoriclasse di cui ormai nessuno contesta il valore. Permane però l’equivoco, molto italiano, della confusione tra noir e giallo – dove il primo, di taglio pessimistico, apre squarci di crisi individuale o sociale che si prolungano oltre la conclusione della storia, mentre il secondo, più consolatorio, si riduce alla soluzione di un enigma, magari orrido, affascinante, problematico, senza però riverberi duraturi che si proiettino oltre il finale.

D’altra parte si moltiplicano le figure di commissari bonaccioni alla Maigret, di donne poliziotto straordinariamente intuitive alla Kay Scarpetta (si deve ancora vedere, per quanto mi consta, una poliziotta autenticamente bastarda: guai a mettere in scena una donna cattiva!), di magistrati dubbiosi ma non tanto da porre in discussione il mestiere che esercitano, di investigatori che brontolano contro il “sistema” ma si guardano dal sospettare che sia la stessa legalità che il “sistema” impone a essere criminogena.
Tutto ciò è legittimo, ovviamente, ma il suo prodotto naturale non è il noir, quale definibile attraverso le opere di James Ellroy, Jean-Patrick Manchette, Derek Raymond ecc., per non risalire a Dashiell Hammett o, in Italia, a Loriano Macchiavelli, “giallista” solo in superficie. E’ invece una variante ammodernata del romanzo poliziesco, la cui ovvia estensione sono serie televisive su squadre, squadrette, carabinieri, nuclei di polizia scientifica ecc., tese a glorificare l’ordine contro il disordine, in sintonia con i gusti del pubblico medio e moderato. Con un’appendice ulteriore rappresentata dalle uscite balzane del ministro Giovanardi che, visionato “ripetutamente” il filmato del pestaggio di un immigrato a Sassuolo, trova normale che un agente si aggrappi a una macchina per saltargli a piedi uniti sul ventre (o sul torace, non so). Tanto, l’operato delle forze dell’ordine gode di assoluzione preventiva, e per di più il disgraziato non ha sporto denuncia. Non si è visto, nelle serie televisive, che è addirittura costume della polizia offrire il caffè agli arrestati?
Personalmente spero che, di qui a poco, l’elettorato salti sulla pancia di Giovanardi e della turpe coalizione che ne condivide la cultura, in modo che sentano idealmente cosa si prova. Temo però che questo non eliminerà ipso facto la fiction law and order dal piccolo schermo (né il suo complemento costituito dagli sceneggiati edificanti su Padre Pio, santa Rita da Cascia, Teresa di Calcutta e papi assortiti, fino al fascistissimo Il cuore nel pozzo), né sbarazzerà del poliziesco consolante la scena letteraria. In cui può restare, è ovvio, purché non si definisca “nero”.
L’unica speranza mi viene dal fatto che uno dei pochi veri autori italiani di noir sia un commissario di polizia. Si chiama Piergiorgio Di Cara, è palermitano. Nel 1990 fu, all’università, uno dei leader del movimento studentesco detto “della Pantera”. Subito dopo divenne agente per passione antimafia, partecipò all’arresto di Brusca. Era tra i poliziotti esultanti e mascherati che tutti quanti vedemmo sui teleschermi. Sua moglie fa lo stesso mestiere, ed è tanto dolce quanto agguerrita. Divenuto scrittore, Di Cara si è collocato, forse involontariamente, più probabilmente per vita vissuta, al polo opposto della consolazione.
Per capire in che modo Di Cara appartenga al campo del noir e non a quello del poliziesco spacciato per noir bisogna passare oltre le apparenze. Sì, in tre dei cinque romanzi finora scritti c’è un unico protagonista, l’ispettore Salvo Riccobono (mentre il romanzo d’esordio, Cammina, stronzo, 2000, Derive / Approdi, era di fatto una storia corale). Sì, al centro della trama ci sono uno o più delitti, nel caso di Hollywood, Palermo (2005, Colorado Noir) addirittura di taglio apparentemente classico. Sì, si sa bene da che parte stia la giustizia. Però l’esito di tutto questo non reca con sé alcuna consolazione, anzi, la chiusura dell’inchiesta è persino più inquietante della vicenda delittuosa.
Prendiamo Isola nera (2002, e/o). L’isola immaginaria di Lipanusa (che più che a Lampedusa fa pensare a Pantelleria) è descritta, nei primi capitoli del libro, a tinte vivaci e con quadri compositivi da cartolina. Poco a poco, però, i colori dell’isola si scuriscono, come se una marcescenza nascosta stesse emergendo, fino a tramutarsi, nel finale, in un autentico verminaio senz’altra tonalità che quella della notte più fonda. Non sono marcite le piante, non è marcita la terra. E’ l’anima degli isolani a essere marcia nel profondo.
Ma Lipanusa non è che un condensato della piaga più vasta che deturpa società meno ristrette. Di romanzo in romanzo Salvo Riccobono si rende conto di questa verità. Lui non è affatto un santo, tutt’altro: a volte la linea di demarcazione che lo separa dalla criminalità, pur non svanendo mai del tutto, si affievolisce. Lo salva una sensibilità superstite che poco ha a che fare con i ruoli istituzionali e molto, invece, con la sopravvivenza in lui, pur così duro, a volte feroce, di pietà e giustizia. Ciò è la sua condanna, perché l’ispettore, messo a confronto con l’intollerabile, gradualmente si autodistrugge. Era molto chiaro in L’anima in spalla (e/o, 2004), in cui gli eccessi tabagistici del protagonista rappresentavano esplicitamente una voluttà di degrado, a fronte della fatica di vivere. Lo è ancor di più nel recentissimo Vetro freddo (2006, e/o), dove Riccobono, inviato in Calabria e costretto a immergersi in un universo criminale di violenza barbara e inaudita, ne esce tanto scosso da doversi affidare a una psicanalista, per cercare di mantenere una parvenza di equilibrio.
Non siamo in presenza di un detective alla Philip Marlowe, in cui il ricorso all’alcool ha molto di romantico e ha più a che vedere con una condizione individuale che con una situazione collettiva. Anche riferimenti ad altri classici del noir (il giallo, è chiaro, l’ho già scartato) sarebbero impropri, salvo uno: Derek Raymond. Condito però col rigore sociologico di due scrittori di noir nostrani come Biondillo e Macchiavelli. A cui Di Cara unisce un tocco quasi desunto dalla filosofia, esplicitato nello splendido Vetro freddo.
La crisi di Riccobono, che genera in lui l’impulso all’autodistruzione e lo spinge al gabinetto di psicoanalisi, è di tipo esistenziale. Si è accorto, col mestiere che fa, che gli uomini non sono affatto buoni di natura. Sopravvive in loro un animo ferino domato a stento, che se scatenato può farsi società criminale, o società tout court. Da cui il senso di impotenza di chi sa che, eliminate le malepiante dal fusto più alto, continueranno a proliferare intere praterie di erbacce invasive e pericolose, costantemente tese a prendere il sopravvento tramite una lotta sempre più feroce .
Ecco il tocco che fa di Di Cara uno degli uomini di punta del noir italiano. Ecco ciò che fa sì che i suoi romanzi lascino in bocca un senso di amaro difficile da cancellare, a differenza di tanti noir di plastica deglutibili con la stessa facilità di una Coca Cola light.
E lo stile? grideranno a questo punto i soliti rompicoglioni. Va bene i contenuti, ma la forma?
Dico subito che, siciliano in maniera profonda e viscerale, Di Cara non somiglia per niente a Camilleri, cui pure lo legano (credo) stima e amicizia. Condisce i suoi scritti di termini dialettali ma, realista (anzi, verista) com’è, non cerca affatto di costruire un dialetto mezzo inventato e tuttavia comprensibile. Al contrario, non fa minimamente caso alla comprensibilità, fuori dell’isola di origine, dei termini che impiega. Né si preoccupa se il largo uso del turpiloquio può preoccupare le anime candide.
Duro, sincero, in apparenza cinico, Di Cara procede per frasi e paragrafi brevi, dotati di grande efficacia visiva. Il suo forte sono i dialoghi, praticamente perfetti. I monologhi interiori sono interrotti nel punto in cui si presterebbero alla condiscendenza. Meglio descrivere la ricerca compulsava dell’ennesima sigaretta piuttosto che dilungarsi sulle motivazioni del gesto.
Il risultato è tutt’altro che anafettivo. Se c’è qualcosa che è dipinto bene in Di Cara sono i sentimenti. Ma con un tocco qui e là, pieno di pudore. Come usano fare, oggi, gli scrittori davvero grandi.
Un’ultima notazione personale. Per tutelare la mia sicurezza preferirei, oggi, mille volte un Riccobono, tormentato e pieno di dubbi, ad altri poliziotti, letterari e non, sicuri della coerenza etica del loro agire. E mi conforta che un Piergiorgio Di Cara sia commissario. Non me lo vedo saltare a piedi pari sulla pancia di un povero diavolo.

Pubblicato Marzo 18, 2006 07:47 PM

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