di Chiara Cretella
(dalla rivista Le voci della luna, Speciale 8 marzo)

Esseri umani che hanno ricevuto le loro prime impressioni cognitive non dalla madre, ma da una macchina. È la prima volta che accade nella storia dell’evoluzione umana.
Rose Goldsen, The Show and tell machine, 1975
Il percorso tecnologico sta compiendo la sua rivoluzione: attraverso le inarrestabili manipolazioni sul corpo femminile, una nuova specie mutante si attesta, complice l’immaginario fantascientifico, genere d’avanguardia capace di anticipare, con le sue intuizioni, le svolte epocali dell’umanità. Rosi Braidotti nel suo ultimo libro (Madri Mostri e Macchine, Manifestolibri, 2005), esemplifica i processi con cui la mostruosità sta divenendo centrale nella nostra società. Ma la poetica dello strano e del deforme, lo sa bene chi si occupa di letteratura, si era già diffusa con il Romanticismo, quando Goya affermò che “Il sonno della ragione produce mostri”. Le religioni occidentali hanno da tempo cercato di adeguare i loro “mostri” (nel senso di prodigio divino) alla temperie contemporanea. Non credo ancora no, che vedremo presto una Madonna in minigonna (se escludiamo la Ciccone), ma alcuni salti stanno avvenendo.
Di contro, si scopre la necessità, nel villaggio globale, di attaccarsi alle radici più retrograde e tradizionaliste. Fenomeni come il nuovo razzismo, il proliferare di sette millenaristiche, sono solo alcuni anacronismi che la società delle macchine non riesce a eliminare. L’asettica catena PRODUCI-CONSUMA-CREPA deve ancora essere alimentata dal balsamo delle illusioni, che non sempre sono negative: in questa sfera si colloca anche il seme della contestazione al sistema. Forse anche questa è solo un illusione: il capitalismo farà sopravvivere l’arte solo fino a quando gli sarà utile. L’odierna comunicazione ingloba nel suo discorso totalizzante ogni informazione e la depotenzia, è come una grande bocca che ingoia e butta fuori di sé solo rifiuti, ma il discorso poetico si differenzia da lei perché “crea un nuovo ordine simbolico” (Mario Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, 2004, p. 36). Ora, nell’epoca dei bio-saperi, la cui importanza ha messo in luce Foucault, il linguaggio del corpo si è ridotto a linguaggio sul corpo, attraverso la sua scomposizione sistematica a nuclei significanti privi dell’ordine significativo. Nessuna intimità né pudore lascia intatta la “Grande Voce” della Dea-Madre Televisione, nel cui utero psicologi casalinghi, affascinanti sessuologhe, veline senza veli sezionano carne morta al silicone alla ricerca continua dello scoop mostruoso, rincorrendo quello che è costantemente fuori scena: l’oscenità del corpo. Ciò che non è rappresentabile è la vita, cercata attraverso un ossessivo effetto di realtà, di reality.
“La storia sessuale è segnata da due fatti essenziali: 1) la negazione della sessualità femminile 2) lo spostamento della sessualità fuori dall’ambito produttivo specifico dell’uomo” (Lea Melandri, L’infamia originaria, Erba Voglio, 1977, p. 24); a questo deve aggiungersi il predominio di una sessualità esclusivamente maschile: nel sistema dei media il corpo della donna è il solo oggetto tenuto in conto, una sorta di risarcimento per tale spostamento, una carota che sventola costantemente sullo schermo, sul cartellone pubblicitario, in rete. In ogni luogo dell’immaginario sembra diventato imprescindibile mostrare parti anatomiche sessuate, ormai avulse anche dallo stesso corpo da cui vengono smembrate. Di pari passo la Chiesa conduce una “restaurazione” della Madre attaccando le conquiste delle donne, e questo proprio mentre la comunicazione crea e seziona il mostro della Franzoni.
Il capitalismo incarna il regno della contraddizione in cui si danno battaglia l’ordine della rappresentazione e quello dell’iconoclastia. Contro i diktat di Ratzinger è necessario ribadire l’importanza del relativismo culturale. La nostra è una civiltà che spia ogni anfratto, posseduta dal daimon dell’ambiguo, dell’ibrido, del trans. Una civiltà che, esauriti i suoi dei, ora cerca i suoi diavoli (“il diavolo si nasconde nei dettagli”), cercando di inglobare, nella definizione indifferenziata del discorso fallologocentrico dell’impero, quei mostri, donne, psicotici, poeti, criminali, extracomunitari, uomini di diverso colore e religione che rimangono barbaros.
Il capitalismo di Babele.


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