di Wu Ming 1
Molti ammiratori "storici" di Stephen King, letto questo libro, proveranno sollievo. Parleranno del "ritorno in forma del Re" dopo le recenti vaghezze e astruserie (da Cuori in Atlantide a Buick 8, da Insomnia a Colorado Kid, storie nate all'ombra dell'eptalogia La Torre nera). Diranno che "era ora", finalmente la storia ha un capo e una coda, proprio come ai "vecchi tempi", viva il figliol prodigo, King è ancora il maestro dell'horror. Diranno tutto questo, anzi, in America già lo dicono. Lo dicono e hanno torto, perché si fermano (non tutti, per fortuna) alle apparenze. La questione è più complicata: King si sta "ri-evolvendo", proprio come i phoners che riempiono le strade di questo romanzo.
Di primo acchito, Cell (Scribner, New York, 2006) è un romanzo più "canonico" e "di genere", quel genere neo-horror che King ha trasformato e rivoluzionato sin dalla metà degli anni Settanta. Sono evidenti i richiami a L'ombra dello scorpione, saga di apocalisse e palingenesi terminata da King nel 1978 ma pubblicata nella sua versione uncut solo dodici anni dopo.
Là un'epidemia denominata "Captain Trips" decimava la specie umana nel giro di poche settimane. Qui The Pulse, messaggio trasmesso alla stessa ora da tutti i telefonini d'America (e quindi del mondo, com'è tipico della narrativa americana), "riformatta" il cervello di chi lo ascolta, come fosse il disco rigido di un computer. Millenni di cultura e civiltà spazzati via, rimangono gli istinti-base. Nudi, immediati, acuminati. L'istinto di uccidere e quello di sopravvivere. Si colgono echi - e pure qualcosa di più - di letture etologiche e antropologiche: c'è il Konrad Lorenz de L'aggressività e de Il declino dell'uomo, c'è il Robert Ardrey de L'istinto di uccidere, forse pure l'Irenäus Eibl-Eibesfeldt di Etologia della guerra.
Caduto il Leviatano, è bellum omnium contra omnes. L'uomo non è "buono", ci ricorda King. L'assenza di regole e strutture non è libertà, ma licenza di sopruso. L'assenza di limiti è più autoritaria della peggiore dittatura. Se si crede che l'umano sia "buono" e si fa affidamento su questo, il debole è condannato a soccombere. Nel tutti-contro-tutti vince chi è in grado di strappare il paraurti da un'auto e spaccartelo in testa. Ha la meglio chi t'affonda in gola i denti, magari affilati dal broxismo. E' "la mano invisibile del mercato", bellezza.
Nel mondo di Cell, resta in possesso delle proprie facoltà chi non stava usando il cellulare o, meglio ancora, non ne possedeva uno. In Italia non ci sarebbero stati sopravvissuti. Nottetempo i normies (i "normali", cioè noi) possono viaggiare e cercare vie di scampo. Nottetempo, perché i phoners vanno a caccia soltanto di giorno. Al calare del sole, si riuniscono e spostano in grandi "stormi", si sdraiano in vasti spazi aperti e "ricaricano le pile" in un modo che non descriverò, per non rovinare la sorpresa. Risulta evidente, a chi li osserva durante il re-boot, che stanno "ripartendo da zero". E' cominciata una ri-evoluzione. Una nuova specie soppianterà l'Homo Sapiens Sapiens.
Si scopre poi che i phoners sono telepati, vanno formando una mente collettiva e hanno pure nominato un portavoce (meglio: un porta-mente, dato che i phoners non usano le corde vocali). C'è chi lo chiama "l'Uomo Malconcio", per altri è "il Presidente di Harvard", poiché indossa una felpa del celebre ateneo. I phoners hanno addirittura... una missione: convertire gli ultimi normali. Le antenne sui tetti, grazie ai generatori d'emergenza, seguitano a trasmettere l'Impulso, e i phoners vogliono che il maggior numero di persone riceva la "buona novella", diffusa sulle ali dell'elettrosmog.
Gli ultimi sopravvissuti della vecchia specie umana s'incamminano verso Kashwak, zona rurale del Maine dove "non c'è campo". La salvezza non è dove la comunicazione pervade tutto, bensì dove i segnali si perdono, esauriscono la spinta prima di giungere a bersaglio. Nel frattempo, tra i normies nascono fenomeni (sparuti) di resistenza o (più frequentemente) di "collaborazionismo". Come fa notare King con acume, quando i collaborazionisti sono la maggioranza, i partigiani (gli "ammazzastormi") vengono ribattezzati terroristi o criminali. E chi ha orecchie per intendere...
Ecco le premesse del plot, che si snoda in modo impredicibile.
Il protagonista, al solito, è un alter ego dell'autore. Stavolta non si tratta di un romanziere del Maine, ma di un fumettista del Maine. Qui troviamo, come succedeva in altri romanzi non poco esecrati, un riferimento al ciclo della Dark Tower. Come si sa, la Marvel Comics sta lavorando a una versione a fumetti della saga in sette volumi. Ebbene, in Cell il mondo impazzisce proprio il giorno in cui Clayton Riddell riesce a vendere a un'importante casa editrice la sua saga Dark Wanderer (l'oscuro vagabondo), a un certo punto definita una storia di "cowboy dell'apocalisse". E' solo una strizzata d'occhio o - come già accaduto altrove - un preciso indizio?
Lo scenario è molto simile a quello del film di Danny Boyle 28 giorni dopo. In realtà era il film ad avere uno sviluppo à la King, debitore de L'ombra dello scorpione. Al nucleo tematico e filosofico del libro troviamo alcune grandi immagini-idee: l'analogia tra intelligenza naturale e artificiale; l'analogia tra comportamento umano e comportamento animale; la tensione tra coscienza individuale e coscienza di specie; la dialettica irrisolta tra libero arbitrio e destino, tra la capacità di prendere decisioni e tutto quanto sta prima, come la programmazione genetica e la sovradeterminazione sociale.
Come sempre, stupisce la capacità di King di costruire un mondo partendo dai minimi dettagli, rendendo sinistri e ammantando di sospetto oggetti di banale uso quotidiano. Stupisce la capacità di rendere plausibile una trama come questa, di portarla avanti, disseminandola di burle crudeli ai danni del lettore, costretto a ripetute "elaborazioni del lutto". Stupisce la facilità di scrittura, il periodare sempre più terso, l'icasticità di questa lingua che ai poveretti appare "povera", e che invece è tanto difficile da tradurre.
Cell ci restituisce un autore maturo e teso in avanti, nel pieno di una nuova evoluzione, padrone dello stile, della materia narrativa e delle sue implicazioni profonde.
Oggi King, arricchito dalle sperimentazioni con l'indeterminato, l'informe, l'ineffabile, può permettersi di non spiegare, di non risolvere i misteri ultimi, di non riepilogare: chi ha programmato e trasmesso l'Impulso? E a che scopo? La ri-evoluzione era nei loro piani o è uno sviluppo non previsto? Non ha la minima importanza, almeno non tra le copertine di questo libro. Sono altre e su altri livelli le sorprese a cui va incontro il lettore.
A conti fatti, non è il King "dei vecchi tempi", ma quello dei tempi nuovi. Il Re è tornato, ma è un altro reame.


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