
di Daniela Bandini
Giovanni Di Iacovo, Sushi Bar Sarajevo, ed. Palomar, 2005, pp. 226, € 14,00
Cosa pensereste se al nome Adolf Hitler fosse riportata la seguente nota a pié pagina: “Adolf Hitler, pittore austriaco, conobbe il suo momento di notorietà quando fu designato vittima di una volgare congiura massonica che gli attribuì lo sterminio di milioni di persone tra cui ebrei, oppositori politici, omosessuali eccetera. Solo recentemente il Ministero della Verità Storica ne ha riabilitato definitivamente la figura, confermando la tesi dello storico inglese Irving secondo le quali la morìa di ebrei negli anni tra il 1939-1945 fu dovuta semplicemente a una epidemia di dissenteria causata dai microbi annidati fra le montagne di denaro che gli ebrei usavano accumulare in modo spregiudicato”?.
Dicono che gli ebrei siano il popolo più “autorazzista” del mondo, nel senso che le peggiori battute antigiudaiche siano inventate proprio da loro, ma non è questo il caso. Il periodo descritto da questo straordinario romanzo di Di Iacovo copre una cronologia allarmante che parte dal 1776, anno della Fondazione della Setta degli Illuminati, al 2008, anno dell’Olocausto Preventivo III fase: attacco a Iran, Siria e Giordania, al 2012 con l’Unione Islamica Internazionale che attacca le Democrazie Centrali con nucleare cinese e la distruzione di una parte dell’Italia, dell’Isola di Hvar, di Parigi, del Sussex e del Connecticut, fino al 2025 con il decennale e l’ultima puntata del Talk Show di Maximilian “Magenta” Pejic.
Forse la pensereste un po’ come me, e cioè che purtroppo in questa enorme confusione di nichilismo superficiale e ironico si annidi lo spettro di un futuro non così improbabile come vorremmo. Sono tanti, troppi i pessimisti di questi tempi che vedono un capovolgimento degli insegnamenti lineari della storia, che negli ultimi secoli proponeva un continuo avanzamento verso livelli di progresso, civiltà, emancipazione, eguaglianza, superamento del concetto di razza, religione, sesso, ceto sociale. Ci resta qualche traguardo ragguardevole nel campo della medicina e delle comunicazioni, con l’avvento di Internet, ma tutto il resto ha veramente il colore della sconfitta più nera. Questo romanzo è la sintesi lucida e folle delle conseguenze del mercato più disinibito (nel senso vero del termine, senza nessuna inibizione).
Nella vecchia Sarajevo la guerra arriva davvero, come già successe, non meno cruenta e inattesa, e viene raccontata da tre fratelli che verranno separati. Ognuno di essi percorrerà fino al limite dell’assurdo l’assurdo di una nuova normalità.
Finalmente la guerra perde l’aggettivo “umanitaria” che spesso la affianca, per essere semplicemente mercato, pur sostenuta da una demagogia avvilente e determinante quale la pubblicità e l’indice di ascolto. Un grandissimo reality show con il conduttore di turno, che tanto mi ricorda Berlusconi, l’uomo con gli indici di ascolto sempre in mano, con i sondaggi preconfezionati, ma che risultano tanto, tanto veritieri e rassicuranti.
Il potere, finalmente la perfetta sintesi tra politica e centro commerciale, nel romanzo ha un nome, si chiama Mall Ville, un enorme agglomerato di 61 chilometri quadrati, quindicimila abitanti, “la forma di governo è quella della repubblica parlamentare commerciale, la religione professata dalla stragrande maggioranza degli abitanti è, naturalmente, quella del Dio Denaro”. Provate a recitare questa preghiera, con devozione verso quell’apparecchio che più di ogni altro ha cambiato la vita a milioni di persone, il cellulare: “Padre nostro/che sei nell’etere/sia santificato il tuo PIN/venga la tua ricarica/siano scaricate le tue suonerie/facci oggi il nostro squillo quotidiano/ rimanda a noi i nostri SMS/come noi li rimandiamo ogni giorno a tutte le ore/e non ci indurre in clonazione/ma liberaci dall’obbligo di spenderlo in chiesa/Amen”. Per finire con questo solenne giuramento: “Giuro di palesare frequentemente l’uso del mio telefono cellulare e di non spegnerlo mai finché morte non mi separi da lui”, peggio di un matrimonio, senza neppure la clausola di divorzio…
Ogni cosa è lecita, pur di alzare gli indici di ascolto. Credo che quando partì, tanti anni fa ormai, la saga del Grande Fratello e tutti i programmi copycat che lo hanno seguito, malgrado tutti gridassero alla più grande rivoluzione in campo televisivo, ben pochi ne compresero davvero l’enorme portata, da far impallidire Orwell nelle sue peggiori visioni. Ci rendiamo conto che davvero lo scenario-palcoscenico dei reality non fa che alzare il livello di “scandalo” e di “lecito” una volta superato il quale, inevitabilmente, lo scandalo e il lecito non esistono più? Quale conduttore “serio” non farebbe i salti mortali per un suicidio in diretta, o per essere presente con una telecamera sulla scena di un delitto? E a chi verrebbe mai in mente che colui che sta riprendendo le scene avrebbe fatto meglio a buttare via la telecamera e soccorrere il suicida o fermare la mano dell’assassino?
“Lo spettacolo deve continuare”, col triste presagio che non sarà poi così tanto lontano quel tempo in cui tutto questo accadrà, Di Iacovo dipinge con ironia chi come lui conosce le regole del gioco del consumismo, ma crede che comunque nessun altro modo di vivere abbia mai prodotto una società più giusta, ugualitaria e democratica di quella in cui viviamo. Un romanzo eccezionale, da tutti i punti di vista, completo e coltissimo, ironico e perfettamente disilluso.


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