di Daniela Bandini

Nevio Galeati, Improvvisazioni per chitarra e batteria, Foschi Editore, 2005, pp. 234, € 11,90.
L’autore tiene a precisare che questo romanzo è opera di fantasia, che gli eventi, le persone e i fatti narrati sono un frutto letterario, scevro da nessi con la cronaca. Ma l’autore è un giornalista, e un giornalista di quella che una volta era considerata provincia: la provincia verso la quale portiamo un sonnacchioso rispetto, che vorremmo vedere lontana dalla cronaca nera, che ha il sapore della Romagna e della cultura, della bicicletta e della piadina; Ravenna. La provincia come una parte della nostra vita, quella dell’infanzia, che non intendiamo infangare con gli intrighi e i compromessi dell’età adulta.
Eppure, in questa ex provincia di fatto, avvengono nostro malgrado delitti analoghi a quelli di altre zone d’Italia, i commenti nei bar non differiscono di molto dagli insulti e dall’arroganza che ritroviamo sulle linee della metro di Roma, perché quando c’è di mezzo il razzismo, il pregiudizio e l’ignoranza, i delitti, gli insulti e l’arroganza sono gli stessi, pur con inflessioni dialettali distinte. In una fredda giornata di febbraio la “casa dei negri” era andata a fuoco, e lo stupore e le voci di quanto era accaduto si sparsero capillarmente nel paese. Si trattava in realtà di un vecchio rudere, forse un fienile o una stalla di contadini, abbandonato, ma pur sempre un rifugio. Poteva essere l’ennesima tragedia della povertà, la solita bombola del gas difettosa o lasciata aperta, oppure qualcuno, come poi accertato, aveva cosparso di benzina l’edificio e appiccato il fuoco.
Di lì a poco un altro fatto inquietante: un muratore senegalese, in regola con permesso di soggiorno e tutto il resto, era precipitato dall’impalcatura di un palazzo in costruzione. L’imprenditore, un noto personaggio polically correct, che versa i contributi e fa rispettare le regole, che addirittura sovvenziona, fatto raro tra gli imprenditori, iniziative contro il razzismo. Era stato tra i pochi, infatti, a contribuire finanziariamente a un evento musicale di un certo rilievo, insieme al Comune, quest’ultimo impegnato a mettere a disposizione gratuitamente il Palazzo dello Sport. L’investigatore Luca Corsini, il nostro aggancio con la realtà, è una persona introdotta negli ambienti che contano, dalla questura ai bar, luoghi questi che se appena appena approfonditi possono trasformare l’ingenuità di una provincia in cupo thriller metropolitano. Il nostro amico, quindi, verrà contattato dal rappresentante della comunità senegalese, un uomo carismatico e apprezzato da tutti, accompagnato dalla sorella Naima, bellissima come si conviene. Gli verrà chiesto di indagare su questi che sembrano delitti a tutti gli effetti, confidando nell’apertura mentale dell’investigatore.
Il nesso tra i due fatti, non ancora pienamente accertati se dolosi o delittuosi, sembra balzare agli occhi. Un certo clima di intolleranza, battute che prima non sarebbero state neppure pronunciate in privato e che adesso vengono provocatoriamente lanciate per strada, quasi una stura ai peggiori istinti: è questo l’humus, così cambiato in città. Come se questa si fosse scissa tra la ragione e un’idea di razza che certamente non fa parte della storia di quei luoghi, ma importata, come le noci di cocco o i datteri, tanto che ormai crediamo che siano prodotti locali anch’essi, proprio come un certo razzismo.
C’è un razzismo che non è giustificabile, non lo è mai, ma per lo meno è “comprensibile”. Si tratta di quell’atteggiamento che scatta quando la crisi economica ti coinvolge e il costo del lavoro predilige un extracomunitario non in regola al tuo stato di precarietà sul filo della disoccupazione o del contratto semestrale, del fastidio di vedere bambini rom ricoverati in pediatria perché esposti al continuo freddo intenso da madri che approfittano della pietà che una situazione simile dovrebbe suscitare. Poi c’è un razzismo, per lo più maschilista e violento, che qualche anno prima molestava e insultava ragazzine da sole e ora si dirige verso le donne di colore e i loro accompagnatori, che si aggravano se si tratta di bianchi. Il tutto vissuto come un insulto palese, come una provocazione inaccettabile. C’è ancora un altro razzismo da decifrare, quello più subdolo. Se, infatti, sono le classi meno abbienti a fare i conti diretti con i nuovi conflitti sociali, le classi più agiate possono contare su un’immunità che la stessa posizione consente loro di mantenere. Osservare a distanza questa nuova emarginazione e pensare che la cosa non ti riguarda né ti riguarderà mai, semmai è solo una parte trascurabile della società ad esserne coinvolta, tanto i tuoi affari e i tuoi affetti sono ben distanti da tutto questo. E’ un atteggiamento apparentemente liberal, semplicemente perché non ne sei partecipe, almeno in maniera diretta.
Galeati si incunea in questo vuoto. Questo romanzo, pieno di luoghi a noi cari, di ristoranti con le specialità di pesce, di pub con le pinte di birra, di caffè con i clienti abituali, mette in scena, con l’omicidio di un ragazzo senegalese, un affare di famiglia, uno spaccato piccolo borghese assolutamente provinciale. Se ci fosse una morale in tutto questo, sarebbe che i problemi della società non sono a strati, che i confini non sono invalicabili, che gli affetti riescono a prevalere sul conformismo, che tutto ciò che noi siamo, nel bene e nel male, può trasformare, nel bene o nel male, questa società.


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