di Giulia Gadaleta

Octavia E. Butler, Legami di sangue, trad. di S. Gambescia, pref. e cura di M. G. Fabi, ed. Le Lettere, 2005, pp. 343, € 18,50.
“I miei antenati in questo emisfero erano schiavi per legge. Negli Stati Uniti lo sono rimasti per due secoli e mezzo, almeno dieci generazioni. Pensavo di sapere che cosa significasse, ma ora mi rendo conto di non immaginare nemmeno tutte le cose terribili che hanno dovuto subire. Come hanno fatto a sopravvivere e a mantenere l’umanità?”.
A questo interrogativo che si pone Lauren Oya Olamina, protagonista de La parabola dei talenti, un romanzo ambientato in un futuro a noi prossimo, Octavia E. Butler tenta di dare una risposta già in Legami di sangue, che risale invece al 1978. Agli albori della propria carriera e dopo aver ottenuto un certo successo con il ciclo di fantascienza Patternmaster, la Butler scrisse Kindred, un omaggio alle proprie radici afroamericane, ma anche una sorta di manifesto, un punto di partenza i cui temi e le cui domande ritroviamo nella produzione di genere, estremizzati e contestualizzati in accelerazioni temporali o esasperati in contesti fantastici.
Legami di sangue è ambientato nel 1976 e ha come protagonista Dana. Di lei sappiamo che ha appena terminato un trasloco e sta aprendo i pacchi di libri insieme al marito Kevin. E che appartiene a quel genere di intellettuale che è costretto a mantenersi, quando ci riesce, con lavori manuali, a ricorrere alle agenzie interinali e a patire spesso la fame, in attesa di un futuro un po’ più prospero. Insomma Dana crede di sapere una serie di cose sulla vita e sulle scelte difficili e sulla sofferenza che si possono procurare ai propri famigliari sposando un uomo bianco. La rottura di questa certezza avviene a seguito di vertigini e nausea, il mondo presente sfuoca, scompare e la porta in un altrove in cui il suo disorientamento è subito messo alla prova: deve salvare un bambino che affoga, un bambino bianco dai capelli rossi, Rufus. Una paura traumatica che non diremo la riporta al suo presente, per scopire che è veramente sparita dalla vista del marito Kevin per qualche secondo (ma almeno mezz’ora per lei).
In pochi giorni i viaggi nel Maryland della prima metà dell’Ottocento diventano temporalmente più lunghi: Dana ha ormai compreso che Rufus la invoca ogni volta che è in pericolo la sua vita, la chiama a sé perché è un suo antenato, bianco e figlio di proprietari di schiavi, e che lei deve proteggerlo per permettere che un giorno nasca Hagar, sua nonna.
Normalmente agli angeli custodi è permesso sparire quando meglio convenga loro, sottrarsi a implicazioni di eccessiva intimità. Non a Dana. L’atmosfera asfissiante, carica di tensione trasuda da una scrittura apparentemente lineare, l’ansia filtra da una trama che non lascia vuoti, ma che dice, tenta di dire l’indicibile: come si sopravvive alla schiavitù senza perdere l’umanità? Lo sguardo attonito di Dana diviene sofferenza fisica e prostrazione morale, il suo ruolo di osservatrice consapevole del futuro non regge e crolla, la fa precipitare nella vita di Alice, Luke, Nigel, Carrie, Sarah. Con loro impara a sopravvivere alle frustate e all’umiliazione. Ma scopre anche la fragilità dei legami famigliari e comunitari di fronte alla cattività.
Ma Dana è anche una nera che conosce il potere della cultura e della parola dei bianchi e che vigila su un bianco schiavista: l’autrice la costringe a stare tra la diffidenza dei neri (che l’accusano di essere una negra bianca) e l’odio dei bianchi (che l’accusano di parlare come una bianca). Qui l’abilità di Dana nel dissimulare è direttamente proporzionale all’autocontrollo e alla consapevolezza di sé. Mentre il tema del potere, tanto caro alla Butler, è declinato in rapporto al suo abuso e al suo contenimento (Rufus ha diritto di vita e di morte sugli schiavi) e al suo confondersi con il bisogno di amore (Rufus obbliga Alice ad amarlo).
Dana insomma tornerà al suo presente profondamente cambiata: nel corpo, luogo espropriato e mutilato (lo sappiamo fin dalla prima pagina), e nella consapevolezza di sé e della storia della propria gente.


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