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Le voci di dentro (2/2)

INTERVISTA A EMILIO QUADRELLI

di Chiara Cretella

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Mi sto occupando da qualche tempo delle scritture dei detenuti politici degli anni Settanta. Penso che l’emergere di queste scritture “individuali” sia da ricollegarsi alla riforma penitenziaria, taciuta l’espressione della “voce collettiva”. Inutile dirti le difficoltà che ho incontrato a riaprire un tema su cui si è operata una vera e propria rimozione, ma quello che mi ha stupito grandemente è stata la censura scientifica sull’apporto teorico dei “politici”. Insomma, questi testi sono spesso bellissimi, laceranti, ed anche stilisticamente irreprensibili. Si ha quasi l’impressione che essi non vengano considerati materia narrativa, neanche quando sono scritti nella forma impersonale del racconto o della terza persona, escamotage per distanziarsi, nel raccontarlo, da un vissuto autobiografico pesante.

La tua domanda presuppone una duplice risposta.

Da un lato, ma di questo se ne è parlato abbondantemente sopra, vi è la necessità “politica” del potere di rimuovere interamente l’idea stessa del conflitto esistenziale all’interno dei nostri mondi. È la parte che possiamo definire della rimozione. Accanto a questa motivazione, in fondo di recente datazione, ve n’è un’altra la cui storia affonda nella cornice culturale prevalente di questo paese, tutt’ora dominante e che non ha nulla a che fare la rimozione. Si tratta di ben altro.
L’idea che gli “uomini infami” siano privi di linguaggio è una cosa che non nasce oggi. Nel mondo della ricerca sociale, storica e sociologica la messa in mora del brusio che nasce dal basso ha una lunga storia. L’esclusione in ambito scientifico, l’ostracismo fino ad arrivare a un non malcelato fastidio subito da Montaldi e Revelli sono noti a tutti. Revelli che, se non altro, poteva vantare una biografia della quale difficilmente non si poteva tenere conto e un’appartenenza di classe di prim’ordine, è stato liquidato come felice eccezione. I suoi lavori non sono stati almeno formalmente ignorati ma velocemente riposti in un cassetto. Come accade spesso, quando si vuole rimuovere qualcuno che occupa una posizione socialmente inattaccabile, lo si promuove per toglierselo di torno. Nel suo caso, l’esclusione, è passata attraverso l’attestazione di genio. Per Montaldi, le cui condizioni sociali, economiche e politiche erano meno solide, il problema non si è neppure posto. È stato sufficiente lasciarlo morire anche se, dopo la morte, un qualche apprezzamento gli è stato tributato.
Ma in che cosa consisteva il loro peccato e la loro anomalia? Di quale crimine si erano macchiati? Avevano “semplicemente” consegnato la parola alle “donne e agli uomini infami”. Avevano detto: intorno alla società non esiste la produzione di un unico discorso legittimo, quello dell’intellettuale, ma almeno due, perché le parole dei sottoposti valgono almeno tanto quanto gli enunciati dei dotti. Questa è la vera e in fondo reale pericolosità dei loro lavori. Il problema, come in prima battuta si potrebbe pensare, non è la contrapposizione tra un discorso politico rivoluzionario e uno conservatore. Non è questo l’oggetto in discussione. Del resto, Revelli sul piano politico non è un sovversivo ma un onesto antifascista democratico e, nei suoi lavori, non è certo la rivoluzione il centro del discorso. Essenziali però sono le parole della plebe senza mediazione interpretativa da parte dell’intellettuale. Ed è proprio aver considerato in fondo inessenziale l’intellettuale come mediatore e interprete indispensabile tra i mondi sociali e quelli del sapere che ha provocato la scomunica per entrambi.
Questo, però, è un problema diverso da quello della rimozione in senso politico piuttosto ha a che fare con alcune particolarità del nostro mondo culturale il cui provincialismo è noto. Sul piano internazionale, basta pensare al movimento del “rimpatrio sociologico”, in ambito anglosassone, o ai lavori di Bourdieu nel contesto europeo, tanto per citare i più noti, per accorgersi che lo “stato dell’arte” presenta contorni e dimensioni molto diverse da quello locale. Battere la rimozione politica e rimuovere l’ostracismo dei mondi intellettuali rimandano a due campi di battaglia diversi, anche se a volte possono intersecarsi. Nel primo caso è possibile farlo solo in presenza di una pratica politica che si riappropria della memoria come arma non secondaria per le battaglie del presente; il secondo, più prosaicamente, è il semplice risultato dei rapporti di forza e di potere all’interno dei mondi del sapere.

Lavorando all’apporto femminile dato alla lotta armata mi sono scontrata anche con altre contraddizioni. Il grande alveo del movimento femminista, riassorbito in una politica moderatamente progressista, rinnega come “anomala” questa generazione di donne. Nella lotta armata il veto infranto dalle donne è stato duplice: contro la cultura patriarcale e contro il sistema capitalistico. Credo che oggi siano proprio queste detenute o ex-detenute a scontare la difficoltà maggiore del reinserimento.

Questo, se guardi bene, è ancora più vero per le “donne bandite” le cui tracce ed esistenze più che rimosse sono state completamente cancellate. Il problema, come sempre accade per chi abita i piani più bassi della stratificazione sociale, politica e culturale è lo stupore che suscitano quando prendono la parola ignorando il frame che un qualche potere/sapere ha predisposto per loro. In fondo che le femministe attuali considerino quelle donne alla stregua di un’anomalia non dovrebbe stupire. Il femminismo, o almeno quello che è pubblicamente riconosciuto come tale, appartiene interamente ai mondi inclusi, protetti e garantiti. Il suo problema, e non potrebbe essere altrimenti, è modificare e piegare a proprio favore le regole del gioco, non di sicuro far saltare il banco.
Tornando alle donne della lotta armata, credo che il discorso non possa essere generalizzato perché, a ben vedere, non vi è stato un destino comune. Quando la giostra si è fermata, e il collante collettivo è evaporato, ogni singolarità è ritornata, per così dire, da dove era partita. Le donne con delle protezioni sociali ed economiche sono andate incontro a un certo tipo di destino, altre verso degli approdi diametralmente opposti. Nel frangente la collocazione di classe, intesa in senso socio ed economico, è stata decisiva. Le donne di estrazione borghese, in linea di massima, si sono risocializzate nel loro mondo finendo, una volta che gli echi delle loro gesta si sono sopiti, per svolgere lavori, attività, funzioni socialmente incluse e di profilo medio alto. Tutte le altre hanno seguito, senza troppe differenze e rare forme di accanimento, le sorti alle quali sono andate incontro quote di popolazione non minimali. Ovviamente, in quanto donne socialmente non protette (la loro militanza politica non mi sembra abbia inciso più di tanto) hanno subito, e continuano a subire, le conseguenze peggiori del modello sociale, politico e culturale che si è imposto. Tutto ciò, però, mi sembra che abbia maggiormente a che fare con le loro oggettive condizioni sociali del presente più che con le scelte del passato.
Il modello sociale che si è imposto è unitario, paradossalmente non discriminante e discriminatorio. Se lo fosse, dovrebbe, suo malgrado, riconoscere la loro particolarità e tutto ciò che questo comporterebbe. In realtà, almeno tenendo a mente le storie da me raccolte, il dramma di quelle donne è stato, al contrario, la cancellazione della loro “particolarità”. Tutte quelle che non hanno potuto vantare una qualche posizione di rendita e prestigio pregressa si sono ritrovate, su un piano di assoluta eguaglianza, insieme a tutte le donne a loro socialmente affini. La loro condizione, ad esempio, è quella delle lavoratrici precarie, sottopagate, iperflessibili, in nero e via dicendo; ma questa è una condizione che “loro” condividono con qualche milione di altre donne che non hanno alle spalle alcuna biografia belligerante. Nei confronti delle ex, a ben vedere, non vi è stata alcuna forma di stigmatizzazione sociale e il loro “reinserimento” ha seguito le procedure attraverso le quali, oggi, milioni di individui vengono socialmente inseriti e messi al lavoro senza particolari distinzioni.

Alcune conquiste degli ultimi anni sono oggi nuovamente messe in discussione. Penso alla legge sull’aborto, alla legge Merlin, alla legge Basaglia. L’universo carcerario, esteso anche ai clandestini nella formula del C.P.T., è ancora al centro della discussione politica? Quali sono oggi le proposte legislative?

Sai, le proposte legislative dei prossimi mesi, indipendentemente da chi vincerà le elezioni, non potranno che seguire una linea di condotta impostata sui modelli neocoloniali, interni ed esterni, che nel suo insieme l’Occidente si è dato. Questi modelli non possono essere altro che la scienza della polizia. In poche parole, se vincerà la “sinistra” non vi sarà meno polizia e più assistenti sociali o educatori mentre, se a vincere saranno gli altri, avremo un prevalere di logiche militari a discapito di quelle sociali. Nel modello neocoloniale, pratiche di polizia e pratiche educative sono legate da un abbraccio mortale. La storia delle colonie, in fondo, è abbastanza nota: la civilizzazione procede, indistintamente, coniugando senza distinzioni significative libro e moschetto. Prostituzione, follia, carcere, Cpt e via dicendo hanno a che vedere, per lo più, con i mondi dell’esclusione sociale e i governi, tutti i governi, non possono che adottare strategie pressoché analoghe. In fondo i “campi di concentramento” contemporanei, nel nostro paese, sono stati allestiti da un governo progressista. Le retoriche intorno all’insicurezza urbana, al pericolo immigrazione, allo “scandalo” della prostituzione di strada e così via, sono stati i temi dominanti del passato governo non meno che di quello attuale.
Quello che vale sul piano sociale trova riscontri analoghi se passiamo al mondo dell’economia e della gestione del conflitto politico. È stato un governo progressista a delineare il quadro normativo della Legge 30 così come è stato un governo di sinistra a indicare le linee di condotta da adottare nei confronti di una qualunque forma di critica politica non convenzionale. Napoli 2001 non è stata diversa da Genova 2001 dove, vale la pena di ricordarlo, il governo di centro destra, suo malgrado, non ha potuto fare altro che occuparsi di mutande e fioriere. La macchina poliziesca/repressiva era stata predisposta, oliata e addestrata dal precedente governo e i “neocon” locali se la sono trovata bella che pronta tra le mani. Ovviamente la cosa non gli è dispiaciuta ma sarebbe ingenuo addossare a Berlusconi & Co. responsabilità che obiettivamente non hanno avuto. Sarebbe come incolpare la Moratti dello scempio della scuola pubblica. La Ministra, per dirla tutta, si è limitata a fare goal ma l’assist gli è stato fornito dal governo precedente. Lei si è semplicemente trovata sulla linea di porta, senza neppure l’ostacolo del portiere, e non ha dovuto fare altro che appoggiare la palla in rete. Quindi, per riassumere, lo scenario prossimo venturo non potrà essere molto diverso da quello che abbiamo sotto gli occhi. Per dirla tutta, sarà il “modello Cofferati” a informare le iniziative legislative del prossimo futuro.
Su questo sfondo, abbastanza indifferenziato, tuttavia qualche differenza è lecito ipotizzarla. L’aborto oppure il riconoscimento delle coppie di fatto e atre questioni legate a una serie di diritti civili possono prendere pieghe legislative diverse. Su alcuni aspetti i punti di vista degli schieramenti non convergono. Sono differenze, alcune anche importanti, che hanno però a che fare con la vita degli individui socialmente inclusi. Possiamo immaginare i nostri mondi organizzati su due assi, uno verticale e l’altro orizzontale. Nei confronti della sua parte orizzontale il modello di gestione non sembra conoscere significativi spostamenti e strategie diversificate. Per chi sta, invece, nella parte verticale della società la posta in palio è la quantità di laicità e di diritti individuali che un modello tenderà a garantire (e forse a estendere) mentre l’altro sembra maggiormente propenso a contenerli o addirittura assottigliarli. Tutto ciò, ed è quello che bisogna tenere a mente, sarà di un qualche interesse solo ed esclusivamente per la parte legittima e rispettabile delle nostre società.
Per capirsi, forse, è sufficiente un banale esempio. Genova, da quando è diventata capitale della Cultura e del Divertimento, ha visto il fiorire di innumerevoli locali legati ai mondi del divertimento notturno spesso declinati in chiave “trasgressiva”. Uno di questi ha deciso di riservare una serata settimanale al mondo gay, lesbico, trans e trav. Ovviamente senza preclusioni nei confronti degli etero. Una trovata che ha riscontrato un successo invidiabile. La sera del 13 novembre, una domenica, il locale era stracolmo e fino alle due del mattino si è potuto assistere a un flusso di folla, gioiosa e festante, dai contorni semi oceanici che entrava e usciva dal locale. L’intera zona limitrofa si presentava come un felice intreccio di “culture” diverse ma uguali. Il mondo dei “diversi” e quello dei “normali” si è confuso, un vero e proprio trionfo del meticciato come a qualcuno verrebbe di dire, in un ben riuscito esempio di non discriminazione e interazione.
Tutto bene? Forse. Sullo sfondo di questa grande festa dell’inclusione, della “laicità” e del “rispetto delle minoranze”, una vera e propria orgia di civiltà un piccolo neo, passato per lo più inosservato, era pur sempre presente. L’accesso a una delle tante versioni del mondo dei balocchi, nonostante la sua dichiarata ed enfatizzata tolleranza e laicità, rimaneva rigidamente precluso a tutti coloro che, dall’aspetto, quindi attraverso un tipo di classificazione “razziale”, non incarnavano al meglio i tratti della rispettabilità. In altre parole a tutti coloro che, nell’immaginario collettivo, a destra come a sinistra, personificavano l’incubo della nuova “classe pericolosa”, l’ingresso era precluso. I giovani stranieri, per primi, ma anche tutte quelle fasce di proletariato bianco che, per capirsi, hanno delle facce da periferia non erano legittimati a varcare i confini del paese dei balocchi. Per non essere fraintesi e incorrere nelle ire dei molti, forse troppi, “politicamente corretti”, è bene aggiungere che l’esclusione sociale messa in atto dagli organizzatori della serata “intersessuale” non faceva altro che adeguarsi alle normali pratiche sicuritarie vigenti in tutti i locali del divertimento notturno, indipendentemente dal tema più o meno “politicamente corretto” della serata. Un nutrito gruppo di “operatori della sicurezza”, dai gusti sessuali forse incerti, ma con le idee chiare in materia di sicurezza e ordine sociale garantiva perciò la libera circolazione delle persone all’interno del locale, impedendone l’accesso a tutti coloro la cui incertezza più che declinata sulle preferenze sessuali sembrava collocarsi sulla più prosaica identità, o non identità, sociale. Un esempio, in fondo banale, se non altro per la serialità con cui continuamente si riproduce, che dice molto sulla routine legislativa del nostro futuro prossimo.

Emilio Quadrelli (Genova 1956) svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Antropologiche dell’Università di Genova. Si occupa di tematiche relative alla criminalità e al carcere. Lui stesso ha avuto una lunga esperienza di reclusione, in seguito alle vicende politiche degli anni Settanta, dalla quale ha maturato una riflessione lucida e appassionata di quegli anni. Ha pubblicato saggi e ricerche sulla cultura delle palestre, sulle professioni criminali e sull’immigrazione. Tra le sue ultime pubblicazioni: La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini, con Alessandro Dal Lago, Feltrinelli, 2003; Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell'Italia degli anni Settanta, DeriveApprodi, 2004; Gabbie metropolitane. Modelli disciplinari e strategie di resistenza, DeriveApprodi, 2005.


Pubblicato Dicembre 23, 2005 03:54 AM

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