di Giulia Gadaleta

Susan Musgrave, Cargo di orchidee, trad. di G. Iacobaci, ed. Meridiano Zero, 2005, pp. 311, € 15,00.
Cargo di orchidee dell'autrice canadese Susan Musgrave è un libro forte che, come mi ha consigliato il suo bravo traduttore, va letto in modo emozionale. Perchè sfugge alle facili schematizzazioni e al moralismo. E’ un libro che non si digerisce facilmente perchè urta la sensibilità: l’autrice e la sua storia personale si pongono a conferma della veridicità del romanzo impedendoci di giudicarlo come semplice parto di una iperbolica fantasia (e d’altra parte Questa storia è vera recita la prima pagina)
E’ intollerabile che la protagonista si ritrovi senza la minima avvisaglia morale ad amare un uomo detenuto in un penitenziario di massima sicurezza senza percepirne in anticipo la malvagità ed assista come narcotizzata a rese dei conti carcerarie tra componente afro-americana (le cosiddette Posse) e narcos. L’inettitudine morale della protagonista è riscattata però da subito: la profondità umana della voce narrante infatti è proprio la sua, ma vent’anni dopo, dal braccio della morte. Che il suo destino sia quello di attendere lo scorrere del tempo nella Clinica della morte del Penitenziario femminile di Paradise Valley, è esplicitato dalla prima pagina: ogni mattina mi sveglio e affronto un giorno già vecchio, inquadrato, un materasso sottile, un cuscino segnato dal pianto.
La grandezza di Susan Musgrave si misura proprio qui, nel racconto grottesco della vita carceraria della voce narrante e delle sue due compagne, Frenchy e Rainy: il loro microcosmo affettivo appare un mondo di equilibrio e senso contro la follia surreale di regole e norme fatte per torturare il carcerato oppure per assecondare e bladire la mente malata della società americana. Sia chiaro: non c’è sottovalutazione del destino proprio, ma c’è uno humor nero e caustico fatto per sopportare e sopravvivere fino all’appuntamento. Quelli che dipinge qui la Musgrave sono i ritratti insomma di una umanità dolente che chiederebbe un po' di pietà, di una umanità che ha già molto sofferto (a me hanno ricordato quelle donne di Toni Morrison perdute in qualche tipo di equilibrio e compensazione, assorbite furiosamente dal bisogno di amore, aggrappate a sè e ai propri dolori come bambini da cullare).
Due terzi del racconto sono la storia della voce narrante e di come, accusata di infanticidio e di traffico di stupefacenti, sia finita nel braccio della morte. Le vicende si avvitano in un girone infernale colombiano, l’isola di Tranquilandia, dominio personale della Vedova Nera e del gruppo guerrigliero femminile detto Las Blancas. L’esperienza della protagonista si arricchisce qui di passaggi cruciali, la nascita del figlio, la propria cattività, la tossicodipendenza. Il suo sguardo talvolta inebetito, talaltra terrorizzato, si posa su una malsana umanità abbrutita dalla povertà, dai deliri di potere, dall’abuso in cui proprio le donne hanno la parte delle aguzzine e delle carnefici ed in cui più che il disordine civile può il sadismo come forma di empatia. Simbolo di marciume e putrescenza umana, le orchidee invadono il paesaggio, lo avvolgono di seduzione e voluttà, inebrianti ma, appunto, menzognere. Non a caso i nomi stavano lì a mo’ di monito: Consuelo, Angel Corazòn, Tranquilandia.
Smontata insomma la figura romantica del bandito, la Musgrave ci sfida a giudicare le debolezze dei suoi personaggi, delle nostre idiosincrasie attraverso le loro, della nostra capacità di sopravvivere e dei nostri poveri sotterfugi quotidiani attraverso il coraggio di questo inno al perdono. Contro ogni giustizialismo.


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