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Uno sguardo nero e critico. Parla James Sallis

Intervista a cura di Giulia Gadaleta e Paola Ghinelli, realizzata a Mantova il 18 settembre 2005

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Tutti i romanzi di James Sallis sono pubblicati in Italia dalle edizioni Giano. L'ultimo è Il calabrone nero, 2005, pp. 204, € 15,00.

Nei suoi romanzi la solitudine dell’individuo è centrale, potremmo chiamarli Noir esistenziali?

Una delle caratteristiche dei romanzi polizieschi è quella di essere imperniati su un individuo solo, staccato dalla società, con il proprio credo le proprie regole che costruisce nel corso della vita, il che è esattamente il ruolo del detective nelle storie di crimine.

La soluzione del mistero sembra secondaria nei suoi libri, è come se il noir fosse un pretesto per parlare d’altro.

È una constatazione molto interessante. Ho iniziato la mia carriera di scrittore dedicandomi alla fantascienza, ai racconti fantasy e ad altri tipi di letteratura, poi mi sono sentito attratto dal poliziesco perché questo genere offre una struttura di base a cui si può adattare qualsiasi tema. La ricerca che struttura questo genere letterario permette di affrontare anche una ricerca esistenziale, sociale, di parlare della vita, e del tentativo costante di ognuno di noi per ridefinire sé stesso. Per questo, la soluzione dei miei romanzi non è importante e a volte nemmeno c’è. Il romanzo giallo mi permette semplicemente di affrontare le questioni letterarie che mi interessano.

In Black hornet il noir le serve per raccontare, attraverso il mistero che deve essere risolto, la fine di un momento importante degli anni ’70: la lotta per i diritti civili. Perché è stato importante per lei raccontare la lotta per i diritti degli afroamericani?

Si tratta di una questione importante per tutti noi negli Stati Uniti. Quando ho iniziato il mio ciclo di romanzi non avevo intenzione di scrivere romanzi sociali, come poi ho fatto. Ho pensato alla figura di questo Nero, perché volevo vedere il mio mondo attraverso gli occhi di un altro, di qualcuno un po’ diverso da me. Il fatto è che se si parla di un Nero in America si deve per forza parlare delle questioni legate al razzismo, o al black power. In Blue Bible ho parlato della white supremacy. Per me scrivere significa avere una nuova prospettiva sulla vita e sul mondo, e quindi anche rompere con ciò che si sa, con i luoghi comuni e con le conoscenze pregresse. Quindi anche il lettore dovrebbe arrivare ad avere un diverso punto di vista

Nei suoi romanzi ambientati negli anni ’80 e ‘90, emerge il tema della fragilità delle donne, donne sempre rappresentate come vittime - loro malgrado - della società.

Le donne sono vittime della società, almeno negli Stati Uniti, dove sono cresciute per dipendere prima dai genitori, poi dal marito. Chester Himes, uno dei miei scrittori preferiti, di cui ho scritto anche la biografia, mi ha sensibilizzato a questi temi, perché per tutta la vita ha identificato i problemi degli afroamericani con i problemi delle donne. Avendo letto Chester Himes ed essendomi sforzato di capire cosa intendesse dire, sono stato portato a fare la stessa equazione quando ho iniziato a scrivere a mia volta. Chester Himes quindi mi ha ispirato, ma c’è un mio personaggio femminile che non è affatto fragile. La Verne inizia come prostituta e diviene una donna colta e forte, e rappresenta per me la purezza e la grazia cui Lew aspira per tutta la vita e non raggiunge mai. Questa donna accetta la fragilità e il dolore e volevo dimostrare che con una fortissima disciplina e volontà si può ottenere un cambiamento nonostante le difficoltà.

La traiettoria di vita di Lew Griffin, il detective, è tipicamente americana. È un emarginato che svolge mille lavori e, passando dalla galera, approda alla letteratura. Per lei è questo il sogno americano? Inoltre: il sogno americano è ancora vivo?

Una parte dell’anima e della psiche americana è convinta che la vita sia un processo di reinvenzione di sé. Crediamo che questo processo sia un’evoluzione, un miglioramento, mentre spesso non è così. Anche Lew Griffin inizia come un personaggio amorfo, ma poi decide di mettersi a studiare, legge, si interessa, guarda quello che succede attorno a lui, ma soprattutto si lancia nelle fauci della città, cambia, cerca di raggiungere un altro stato. Non ho programmato i miei romanzi in anticipo, ma mentre scrivevo mi sono reso conto che qualcosa doveva cambiare. Ho improvvisato, scrivendo il ciclo, ma sapevo che doveva terminare in un modo totalmente diverso rispetto all’inizio, i personaggi dovevano essere irriconoscibili, cambiati.

Come nelle opere di Proust?

Sì c’è qualcosa di simile, perché sono molto interessato al tema della memoria, al tema della storia che cambia mentre uno se ne ricorda. In uno dei romanzi del ciclo Lew è ferito e cerca di ricostruire un anno della sua vita. Tutto il romanzo è dedicato a quest’anno di cui il personaggio ricorda solo alcune parti. Cerca di immaginare anche il resto, ma passa tutto il romanzo a ripetere “non sono certo che sia andata così, ma devo riempire i buchi”. Anche la vita di ognuno di noi è fatta in questo modo, cerchiamo di comporre i pezzi cui abbiamo memoria e di riempire i vuoti, improvvisiamo, cerchiamo spiegazioni.

La psichiatria arriva spesso nei suoi romanzi a risolvere un black out emotivo che i suoi personaggi non sono in grado di risolvere da soli e nello stesso tempo lei rappresenta la psichiatria come un’altra forma di violenza che la società esercita sugli esseri umani.

La psichiatria è una sorta di religione nella cultura americana, si suppone che all’inizio della propria vita uno incontri molti psichiatri e che continui a farlo per il resto dei suoi giorni. Lew è, a suo modo, ossessionato dalla psichiatria, che negli Stati Uniti è inevitabile specialmente se sei un emarginato. Più si è emrginati e più si corre il rischio di incontrare degli psichiatri che spesso sono a loro volta incompetenti, e impreparati ad affrontare i problemi sociali. Lew li prende in giro, perché questi raccontano sempre le stesse cose e in ogni caso hanno poca presa sulle vite dei loro pazienti. Quando ho creato Lew Griffin, mi sono reso conto che gli incontri con gli psicologi erano necessari, anche perché Lew va spesso all’ospedale, è dialoga lì con questi personaggi.

Che siano colti o no, i suoi personaggi citano passi letterari nelle situazioni più impensabili. E’ un’aspirazione o capita davvero così?

(Ride) È una bellissima domanda e mi piacerebbe saper rispondere. Ad ogni modo in tutti e sei i miei romanzi insisto sul fatto che la letteratura è un artificio e lavoro sulla base di alcune convenzioni: le prostitute hanno un cuore d’oro, i poliziotti fanno amicizia con i delinquenti, eccetera. Questi stereotipi fanno parte della struttura, fanno parte del gioco. Inoltre, non bisogna dimenticare che Lew Griffin si è fatto da solo e, avendo studiato e letto tantissimo, è portato a interpretare ciò che vive attraverso la letteratura. Fino alle ultimissime pagine della saga sembra che sia Lew Griffin a scrivere, quindi si suppone che Lew come autore, possa decidere di mettere qualsiasi cosa nella bocca dei propri personaggi. Quello delle citazioni è certamente un gioco tra lo scrittore e il lettore, ma è anche il frutto di una semplice considerazione: ci sono tanti scrittori che hanno detto benissimo una cosa, sarebbe sciocco cercare di dirla in modo diverso..

Anche in Cypress Grove, il protagonista è un “self made man” come con Griffin, che però alla fine abbandona: c’è un’inflenza della poetica del blues in questo romanzo e nella sua opera?

Il blues influenza tutto quello che ho scritto. Suono anche, il che rende l’influsso del blues particolarmente profondo. Il blues per me rappresenta uno sguardo brutale, terra-terra, sulla vita, uno sguardo che va al di là di ogni finzione. E’ come se dicendo il peggio di ciò che si è e di ciò che si fa, si riuscisse a distaccarsi dai problemi, a vederli in un’altra prospettiva. Lew Griffin si comporta esattamente in questo modo. Effettivamente, Turner è un personaggio molto simile a Lew, ma anche in questo caso questa analogia non è stata programmata. I due personaggi attraversano lo stesso tipo di processo, anche se Turner possiede quella grazia e quella calma cui Griffin aspira senza raggiungerla mai. Questo è molto eloquente rispetto ai problemi del mondo americano, che il blues aiuta a vedere con ironia e distacco.

Che significa “cypress grove”?

È un verso di una canzone blues di Skip James che dice più o meno: “preferirei esser in una cypress grove, in una catapecchia, piuttosto che essere in città con te, perché non mi ami più”. Ogni verso di questa canzone è una variazione di questa frase, che significa che qualsiasi cosa è meglio della situazione attuale.

Ne La mosca dalle gambe lunghe, c’è un dialogo tra Lew e Vicky in cui quest’ultima, appena tornata dall’Europa, racconta a Lew quanto sia diversa dall’America, e lamenta la violenza senza senso, il sadismo gratuito della vita sociale americana. Farebbe suo il punto di vista di Vicky?

Otto domande su dieci tra quelle che mi sono state rivolte qui a Mantova riguardano la violenza e il razzismo e due riguardano New Orleans, il che dimostra che questi problemi sono vivi e sentiti. Il punto è che la letteratura offre una nuova prospettiva sulla realtà, e il compito di uno scrittore è di aprire porte e finestre per mostrare qualcos’altro. Altrove ho parlato del mondo da una prospettiva afroamericana, ne La mosca dalle gambe lunghe ne parlo da una prospettiva europea. Tutti in Europa credono che negli Stati Uniti guidiamo auto meravigliose e siamo armati. Anch’io probabilmente lo penserei se vivessi in Europa, ma non è così.
Vicky è l’unico dei personaggi dei miei romanzi ispirato a una persona reale, una carissima amica scozzese che ha vissuto a Parigi e che, appena arrivata in America teneva discorsi di quel tipo. Dopo aver rubato materiale a tanti scrittori, non vedo perché avrei dovuto rinunciare alle frasi di una persona reale.

In un incontro di qualche giorno fa Amiri Baraka ha dichiarato che New Orleans era la capitale della cultura afroamericana, e non potrà tornare come prima. Pensa anche lei che gli afroamericani resteranno senza punti di riferimento?

La catastrofe di New Orleans è stata una terribile perdita per il mondo intero. La città non sarà più la stessa, perchè è stata letteralmente spazzata via. È una vera disgrazia, perché New Orleans era una delle città storiche americane, in cui molte culture si sono mescolate nel corso dei secoli e che ha nutrito generazioni di artisti, di musicisti e di scrittori. Tutto questo non può essere sostituito, tanto più che la città sarà interamente ricostruita dalla base. Tutti i punti di riferimento storici spariranno o cambieranno, non ci saranno più gli stessi suoni, né gli stessi odori.

Il ciclo di Lew Griffin continuerà?

Non programmo mai niente, quindi non lo so. Anche se le rispondessi, le mie previsioni non sarebbero affidabili. Quello che doveva essere soltanto un racconto si è già trasformato in sei romanzi!

Pubblicato Ottobre 21, 2005 03:16 AM

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