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bushkosovomini.jpgLe 'menti migliori della nostra generazione' hanno scelto il pacifismo di comodo, un pacifismo che finanziava le secessioni croate e bosniache trasformando Vukovar e Sarajevo in macellerie a cielo aperto, che sganciava bombe su Belgrado nel ’99 e che oggi, mentre scriviamo, continua a far saltare con la dinamite i monasteri del ’300 in Kosovo e Metohija...

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di S. Fattori
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Fucilazioni di massa, esecuzioni sommarie, rappresaglie, morti per fame e malattia nei campi di concentramento: l'occupazione italiana dell'ex-Jugoslavia nel 1941-43.

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di Valerio Evangelisti [Le edizioni Gwynplaine, dopo un'ottima antologia di scritti di Gramsci, hanno appena ripubblicato il saggio di Emilio...

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di G. Genna
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Razzismo e legalitarismo

di Roberto De Caro

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Per gentile concessione del direttore, anticipiamo l'editoriale di Hortus Musicus n. 24 (ottobre-dicembre 2005), tra pochi giorni in libreria. Invitiamo fortemente a sostenere questa rivista politico-culturale, probabilmente la più anticonformista esistente in Italia, oggi alle prese con le difficoltà derivate dalle sue coraggiose scelte di campo. (V.E.)

Caro Roberto,
nell’ultimo numero di “Hortus Musicus”, pag. 75/76, leggo un attacco a Cofferati. Ne dissento per la sostanza e per la forma. Questa mi pare appartenere alla tradizione dei polemisti reazionari della scuola di Joseph de Maistre ed epigoni. Quanto alla sostanza, non la condivido in nulla; sono stato fin dall’inizio e sono tuttora convinto sostenitore di Sergio Cofferati, col quale mi dichiaro solidale. Così come lo sono con la direttrice della Biblioteca italiana delle donne.

Ti prego di prendere atto che non rinnoverò l’abbonamento a “Hortus Musicus” alla sua scadenza, anche se il separarmi da una rivista cui si ha collaborato – sia pure per una volta – è un passo che rattrista.

Cordialmente

Avv. Francesco Berti Arnoaldi Veli
Bologna, 19 luglio 2005

* * *

Insomma l’Italia, anche quando gli italiani sono in preda a una folle paura, resta uno dei paesi più sicuri d’Europa e del mondo, grazie anche alla tendenza di una gran parte della popolazione a denunciare e a collaborare con le forze di polizia e alla presenza di un tasso per abitante di operatori della sicurezza, che non ha eguali in nessun paese democratico.
(Livia Turco, I nuovi italiani. L’immigrazione, i pregiudizi, la convivenza, Mondadori, Milano 2005, p. 18)


Caro Francesco,
dopo avervi debitamente riflettuto, ho deciso di pubblicare sia la tua lettera sia la mia risposta poiché i temi trattati non hanno nulla di privato, riguardando da vicino Hortus Musicus, la sua storia, le sue posizioni. Mi perdonerai se, come sempre, scriverò ciò che penso, senza concedere remore ad una stima che da parte mia è sempre stata sincera, pur nella consapevolezza dell’incolmabile distanza politica che ci separa: tu in cornu imperii, io no.

La forma. Ciò che evidentemente non condividi nella forma del mio articolo è il sarcasmo. Il sarcasmo è un’irrinunciabile arma pauperum quando la ferocia del Potere, non bastando a se stessa, veste i panni di Teopompo. Comunque ha le sue regole: se non vi è rapporto tra forma e contenuto allora ben che vada c’è catabasi letteraria. Tu per esempio replichi accostando sarcasticamente il sottoscritto a De Maistre ed epigoni (a chi? a Evola? a chi?): non è sarcasmo, è solo un insulto. Un grande avvocato avrebbe potuto trovare di meglio, in specie se si è collaborato per due volte (ti correggo) all’impresa.
Alle «pag. 75-76 – scrivi – leggo un attacco a Cofferati». Precisiamo ancora. Le pagine sono 74-75 e l’articolo – Pulizie di Pasqua, in questa rubrica – solo in subordine riguarda Cofferati (sul quale si può consultare nel n. 21, pp. 18-20, Gaspare De Caro - Roberto De Caro, «City Lights» alla bolognese: storia della persecuzione giudiziaria di un migrante bangladese sorpreso a vendere fiori a un semaforo). Come affermavo esplicitamente, non discutevo nell’occasione «lo zelo degli amministratori […], perché sarebbe come dire che è colpa del banchiere se ruba», bensì l’anima nera di quelli che ce li hanno messi, preferendoli «per il miglior uso persuasivo del manganello», in riferimento per nulla astratto agli sgombri di migranti personalmente rivendicati dal sindaco, in particolare «“molto duro” verso chi “fa un uso distorto del diritto d’asilo”, che “riguarda chi è perseguitato politicamente nel suo paese non chi è genericamente in condizioni di povertà”».
Maxima culpa, e comunque mai pertinente nella Weltanschauung del sindaco e dei suoi amministrati. Dichiaravo inoltre, a proposito di tale volontà popolare, di avvertirne «sempre più insopportabile e nemico il fetore, prima morale, poi politico». Non era cosa elegante da dire, lo riconosco, ma bisogna ammettere che all’occasione gli amministratori petroniani, senza apprezzabili differenze di parte, non mostrano miglior opinione dei loro supporters. Càpita infatti, siccome i burattini dicono sempre di sì, che Mangiafuoco si annoi e li tratti con disprezzo, spesso con felice sarcasmo pure lui, nel pieno rispetto dei criteri suesposti. Per esempio quest’estate, quando l’assessore competente, già supporto catodico della cultura dell’Effimero (della quale, mi si dice, tu non sei un estimatore), ha intitolato «Bè» l’altrimenti scontata kermesse stagionale, e per fugare il rischio che l’acronimo esaurisse l’enigma ermeneutico ha veicolato lo slogan supportandolo pervasivamente con l’immagine di Dolly, la pecora clonata. I cittadini e i turisti hanno apprezzato la graziosa metafora, ripresa con entusiasmo dalla stampa locale, che peraltro ha lamentato l’avarizia agostana dell’engagement (cfr. Giovanni Egidio, Le pecore non vanno in ferie. Bè, calendario da rivedere, in la Repubblica, cronaca di Bologna, 7 agosto 2005). L’abituale mansuetudine del gregge ha però richiesto in un frangente l’intervento deciso del pastore, che ha sguinzagliato i cani quando gli ovini hanno osato fischiare il lupo. È successo il 2 agosto scorso, nel teatro all’aperto. A guardar bene però, il vero delitto è di non aver fischiato anche il capocomico. Fuor di celia: sono tempi bui quando il Potere non dico impone, ma anche solo inizia a discutere di dove, come e quando lo si possa contestare – nella democrazia rappresentativa, lo si debba contestare, essendo il dissenso compatibile componente indispensabile di tale modello di dominio. Ma lasciamo stare le Dolly e torniamo ai nostri montoni.

La sostanza. Tu affermi di non condividere «in nulla» la sostanza dell’articolo e di essere «fin dall’inizio» e «tuttora convinto sostenitore di Sergio Cofferati», con il quale ti dichiari «solidale». En passant, va osservato che offrire la propria superflua solidarietà al Potere quando qualcuno osa veramente criticarlo è antico costume patrio, e anche le circostanze, visto l’abissale rapporto di forza tra contendenti, depongono a favore della tradizione. Ma c’è qualcosa di ben più grave. Tu non accenni alla natura della sostanza, non dici cosa precisamente sostieni con convinzione. Ometti. Sarà bene invece chiarire, perché ciò di cui davvero si discute è questione ineludibile, anzi, è per me la questione: si parla di migranti, in particolare di migranti clandestini, come li chiamate in cornu imperii, cioè di razzismo istituzionale, e della sacralità della Legge.
In Hortus Musicus ci si è molto occupati del tema, direttamente e indirettamente. Pulizie di Pasqua è un corsivo che non merita tanta attenzione: non è un’analisi rigorosa, un saggio critico, non è neanche riuscitissimo, lo ammetto. È però espressione dell’indignazione elementare che dovrebbe provare chiunque di fronte all’odiosa, reiterata violazione di diritti che il vostro farisaismo è sempre pronto a definire umani; è la testimonianza di una rabbia impotente per l’indifferenza civica di cui tale pratica gode, e l’indifferenza, ha insegnato Primo Levi, uccide più dell’odio. Cofferati, la protervia sua e della sua giunta, l’incassato e rivendicato plauso cittadino alle ordinanze contro gli irregolari sono meri esempi, per quanto puntuali, di una vicenda che ha una sua storia politica e morale, e una sua geografia.
Esiste ormai in lingua italiana una vasta letteratura critica sul tema dell’immigrazione che sarebbe dovere di tutti frequentare, poiché la materia non è di quelle che si possano delegare a cuor leggero al politico di riferimento o farsela pensare dal quotidiano del cuore, soprattutto se ci si pretende eticamente integerrimi, o quanto meno superiori agli altri, come suole autoraffigurarsi il popolo della Sinistra. Accade invece assai di frequente da quelle bande – per tacere delle altre, sul tema specifico certamente più riprovevoli, spesso disgustose, cui però non si può imputare la medesima dose di ipocrisia: un’aggravante che pareggia i conti su tutti i piani – che non si sappia di preciso come stiano le cose, né si manifesti il desiderio di saperlo. Perché non metti le tue aprioristiche solidarietà alla prova di un’onesta informazione? Mi permetto di suggerirti un paio di testi, il minimo per cominciare a saggiare il collasso dei diritti universali nella fortezza Europa e la profonda immoralità della deriva legalitarista promossa dal tuo sindaco: Annamaria Rivera, Estranei e nemici. Discriminazione e violenza razzista in Italia (DeriveApprodi, Roma 2003, con un Inventario dell’intolleranza, di Paola Andrisani), dedicato «a Dino Frisullo, a coloro che esercitano il diritto di fuga, alle vittime del fondamentalismo occidentale»; Marcella Delle Donne, Un cimitero chiamato Mediterraneo. Per una storia del diritto d’asilo nell’Unione Europea, presentazione di Fulvio Paleologo Vassallo, prefazione di Domenico Gallo (DeriveApprodi, Roma 2004).
Se poi vorrai affrontare la questione dei mandanti, di coloro che sedimentano il razzismo nell’immaginario collettivo, non limitarti al becerume padano, all’indecenza di un presidente del Senato che afferma pubblicamente di aborrire il «meticciato», alle altre molte efferatezze della Destra – che per esser tali sono anche in fin dei conti le più agevoli da riconoscere e contrastare –, guarda in casa tua, dai un’occhiata al libro di Livia Turco citato in esergo, dove l’inesauribile bisogno d’ordine trapela tra le pieghe dei buoni e cattivi propositi e si manifesta in pericoloso paradosso: «se le persone che entrano in modo silenzioso e ci aiutano a risolvere tanti problemi non si vedono, al contrario le nostre strade e i nostri quartieri si affollano in tutta evidenza di immigrati che si dedicano ad attività illecite, occupano giardini, stazioni e altri spazi pubblici» (p. 17) – cioè, secondo il modello Turco, l’unico migrante buono è quello che non incontriamo, se lo incontriamo è «in tutta evidenza» un problema: non sarà pure per messaggi del genere che «la gente reagisce con ansia, ostilità, rancore» (ibid.)? che organizza le ronde?
E se sei disposto a scandagliare finanche gli abissi chez vous, leggiti il best seller di Giovanni Sartori, un libello su Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica (BUR, Milano 2002, nuova edizione aggiornata, la prima è del 2000, quando Sartori era consigliere dell’Ulivo): pura istigazione all’odio mascherata dalla penna politologica, a nobilitare la stolida violenza dei luoghi comuni, proprio quelli di cui si giovano i leghisti (alcuni però frutto di professorale analfabetismo: «Il razzismo nasce in Italia con il fascismo, e muore con lui», p. 106; «Per due secoli l’Europa ha esportato emigranti […] agli europei si offriva lo spazio libero e accogliente del Nuovo Mondo», p. 95).
Posizioni ribadite ad ogni occasione mediatica: in televisione, dove lo si vede spesso, ma anche sulla stampa avversa, che ci inzuppa il pane. Cfr. per esempio l’intervista rilasciata a Pino Miglino sul Quotidiano Nazionale del 23 luglio 2005, Stop ai musulmani non integrati, in cui si paventa «una immigrazione musulmana massiccia e incontrollata […] un rischio mortale per l’Occidente»; si assicura che «il musulmano non si integra. O almeno è il più refrattario a integrarsi», che «mettersi in casa dei cittadini che ti sono nemici, dei contro-cittadini, significa risolvere un problema economico creando un colossale problema di convivenza culturale e civile»; si sostiene che voto e cittadinanza agli immigrati «creerebbero […] dei contro-cittadini che rivendicano un loro sotto-Stato teocratico»: un’imputazione storicamente rivolta agli ebrei da tutte le propagande antisemite; e naturalmente si incita alla «guerra […] ai clandestini», ma questo in linea con il vostro più generale programma in progress di criminalizzazione di ogni sorta di irregolari: legalitarismo totalitario, appunto.
Sartori è fondatore e garante di «Libertà e Giustizia», the happy few che rappresentano «la buona borghesia intellettuale e democratica», come certifica Umberto Eco (cfr. Enrico Del Mercato, Eco presenta «Libertà e Giustizia» a Palermo, in la Repubblica, cronaca di Palermo, 13 giugno 2003), altro garante di un’associazione che, un appello dietro l’altro sulla pubblica moralità (l’ultimo «ai Responsabili dell’Unione», su «La legalità come primo valore»), omertosamente continua a tacere sul caso Sartori: non interessa l’articolo o anche loro solidali a prescindere?
Ma sia chiaro, l’approccio scientifico viene dopo: dovrebbero essere più che sufficienti l’indicibile stillicidio di vite, i patimenti, le vessazioni subite dai migranti, di cui la cronaca riferisce in ogni momento e di cui tutti sono a conoscenza, per ribellarsi all’idea che questo sarebbe il prezzo della razionalità, o peggio del nostro asserito benessere. So però che non è così. So che al contrario è decisamente basso il numero di coloro che sulla questione non transigono, che non sono disposti al silenzio di fronte alle discriminazioni, alla ferocia dal volto umano della Legge, allo sfruttamento più o meno legale, agli omicidi reiterati. Non è la prima volta nella Storia, lo so, non sarà l’ultima: tuttavia, io insisto.

Roberto De Caro


Pubblicato Ottobre 19, 2005 03:49 AM

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