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Teglie di rabbia 3/3

di Alberto Prunetti

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In questo senso io passavo come un poco di buono, e tutti i discorsi che venivano fatti sui ladri finivano sempre con un’occhiata della proprietaria nei miei riguardi. Quello che mi fa veramente incazzare è che lei parlava sempre male di ladri, zingari, albanesi, e poi aveva preso l’abitudine di fare la cresta sulla liquidazione quando i dipendenti se ne andavano: diceva che aveva perso la busta paga e rifaceva i calcoli a occhiometro, trattenendosi una buona milionata da sputtanare in riviste gastronaziste.

Comunque io me ne fottevo, sapevo che con questa gente si deve stare sempre con le chiappe al muro. Però c’era da incazzarsi a sentire che solo loro erano onesti, probi, morigerati, e poi l’apologia del lavoro a tutte le ore… dovevo ascoltare dei panegirici lavorativi che provenivano da gente rancorosa, con i tendini delle mani sfiancati, incapaci di regalarsi piacere, e che ti promettevano dieci ore al giorno, te ne pagavano otto, non ti davano né ferie né malattie e ti inculavano sulla liquidazione. Come apologia del lavoro andrebbe bene per un masochista.
Poi consideravo insopportabili gli atteggiamenti di merda della signora, come quando la sera di ferragosto le cameriere– sfiancate come cavalle bolse - ree di essersi scambiate un paio di battute, dopo una giornata estenuante si sentirono intimare di mettersi a pulire le gambe di sedie e tavolini: un’ovvia misura repressiva, motivata dal suo astio di sfattona per la loro bellezza mediterranea. Era con queste sanzioni, volte a suo dire a correggere i rei, incoraggiare i giusti e ammonire i mali inclinati, che la padrona vedeva aumentato il suo carico giornaliero di insulti e maledizioni.
Quanto al boss, sembrava sempre più rincoglionito: a parte la lunga serie di storie che ci elargiva in continuazione – Paco le aveva ribattezzate “racconti di guerra”, e avevano per esempio questa struttura fabulatoria: “mi ricordo che quando nel ’57, o forse era il ’61, dovetti dare i miei suggerimenti ai geologi che saggiavano con le trivelle il Polesine alla ricerca di idrocarburi, conobbi una locandiera con grandi poppe che le arrivavano ai ginocchi e allora…” – a parte questo, dicevo, il boss aveva delle idee che gli si ficcavano nel capo e non si potevano estirpare nemmeno con le tenaglie. Qualunque cazzata andasse a ficcarsi nella sua ghiandola pineale, doveva essere sostenuta nella maniera più supina. Un giorno in cui la disquisizione sui ladri coinvolgeva il solito nucleo geriatrico del locale, il boss se ne venne fuori con questa storia del Codice Toscano del 1853. In quel periodo giravano in pizzeria un casino di fiorentini in vacanza, e uno di questi bucaioli, invece di continuare a blaterare su Batistuta e il lampredotto, se ne uscì inneggiando al popolo toscano che nobilitava lo stivale e pertanto doveva godere di speciali autonomie, a cominciare dall’abrogazione del codice penale in vigore ed il ritorno al “Codice penale pel granducato di Toscana”, emanato dal lorenese Leopoldo, secondo di questo nome, nel lontano 1853. Nato d’un cane: con questa storia il capo ci marciò per venti giorni di seguito. Tanto più che la carogna infetta gli passò una scartafascio di fotocopie con tutta la legislazione, compresi gli articoli che più di altri riguardavano la mia situazione penale, e cioè gli articoli in materia di manusturpazione, bigamia, commercio carnale tra ebrei e cristiani, lenocinio, scrocchio e non ultimo colombicidio.

Di pizza in pizza il quadro diventava sempre più fosco. Mentre le mascelle della clientela ruminavano i miei 180 grammi di farina +20 di pomodoro+30 di mozzarella e una scurreggia d’origano vedevi le cameriere deperire e gli occhi si cerchiavano e la fica si seccava e insomma tutte quelle cose che fanno di una persona un carciofo in salamoia e non era mica uno scherzo qualcuna traballava un’altra si schiantava le gambe, mentre l’isteria trasformava il locale in una cloaca e a riprova di questo si ruppe una fogna lì nella piazza antistante la pizzeria e da un momento all’altro eruppe qualcosa di mistico di avverso di lezzo… era una piaga gassosa un’eruzione gastrica insomma: si ruppe il bottino della pizzeria. Tutto ciò che era stato mangiato deglutito trangugiato, tutta quella roba digerita quei miasmi d’acidi gastrici ciò che il colon non aveva liquidato ciò che era sopravvissuto ai villi intestinali quei quintali di merda – capirete che di questo si trattava – venivano un bel giorno a vendicarsi. Sì, era l’apocalisse, era l’angelo sterminatore che veniva a far giustizia con una schiera di trogloditi armati di bottino e in un attimo vedevi le narici gonfiarsi le facce dei clienti diventare bianche chi rimaneva con il boccone seccato in gola chi con la forchetta in mano e tutti avevano capito che questo era la rimozione materica il ritorno del represso e non era Freud era roba di merda. Oh, voi capirete la mia gioia, io nella merda ci sguazzavo ero nel mio volevo farci i calzoni colla merda, ma loro no, il padrone era uno straccio l’avrebbe leccata tutta pur di nasconderla e già sentiva prefigurava prevedeva le locandine dei giornali: “Una pizzeria dimmerda” avrebbero titolato. Un signore si alzò “farò vivissime proteste” disse mentre usciva dal locale – dimenticandosi sbadatamente del conto - e prese la porta ma un monsone merdoso lo colpì netto e lo lasciò tramortito per terra. Un’altra cattolica apostolica romana signora fece indignata per andarsene e prese il nipotino per mano ma lui piccolo coprofago in calore voleva divertirsi con la cacca e si mise a piangere anche quelle testoline bionde i figli dei vichinghi i nipoti di re alboino i crucchici esemplari di razza alemannica insomma dei bambini tedeschi forse il piccolo Hans coi suoi problemi di merda appunto cominciarono a urlare mami mami erano nella merda pure loro e anche gli operai tra l’opus e il labor si accorsero che qualcosa non andava era un’orgia merdosa e tutti i presenti in sala erano colpevoli tutti avevano cacato in quel maledetto cesso della pizzeria ognuno aveva la sua parte di responsabilità e non serviva a nulla mostrare certificati di stitichezza come faceva l’usuraio in pensione che mangiava sempre solo accanto alla porta non si sarebbero salvati non dovevano sperare aiuti dalla Società Patria del Libero Spurgo.

Di fronte a questo spettacolo mi chiedevo: ma quanto mi rimane di ogni pizza fatta, e di rovescio quanto di me viene digerito da quegli stomaci ulcerati, e cosa c’entro io col loro appetito, come posso sfamarli di quella fame posticcia e poi cosa avrebbero digerito individui così indigesti, sarei mai stato ruttato contro i colli circostanti?

Adesso vi chiederete come abbia fatto a stare per svariati mesi in un manicomio del genere. Me lo sono chiesto anch’io, e non ho trovato una risposta. Per un certo periodo vissi giornate tetre, incapace d’ogni reazione. Mi sentivo gonfiare come un mantice, tant’è che non mi rimaneva per la disperazione che prendere a pedate i sacchi di farina, tentare di masturbarmi nell’esasperazione salata del sudore e ancora avanti, avanti, sputando dentro al forno mentre la saliva friggeva tra le pizze e esalava vapori d’odio ancora andavo avanti, avanti, con la pressione sempre più barzotta, sdraiando pizze senza più fiato in corpo e con un unico imperativo: seccare a colpi nei denti tutti i rantolanti aguzzini gli allibratori del desiderio gli ingordi servi che rosicchiano gli ossi caduti dai tavoli dei padroni e rimpinzano di aria i loro budelli ventrali.

Tutto si decise in una sera, una sporca sera in cui avevo consumato l’origano e la pazienza. Quella sera ero parecchio giù di umore, tutto mi sembrava stupido, mi sentivo come una sardina marinata. Avevo fatto di tutto per diventare un lavoratore. Avevo anche alzato il minimo al motorino, così quando andavo al ristorante dovevo assumermi solo la responsabilità della direzione del manubrio: ero assolto dall’obbligo di dare gas. E tuttavia ogni strada che prendevo mi riportava a quel posto, dove un forno acceso mi attendeva per incenerire la mia voglia di vivere. Mi resi conto che non poteva andare avanti. Presi una corda, entrai nello stanzino cogli orsetti di peluche. Il nodo lo sapevo già fare: fu un attimo, un battito di ciglia e lo sgabello rovinava a terra. Cazzo che sborrata fece il mio boss! Non avevo mai impiccato nessuno prima, ma nemmeno lui aveva mai goduto tanto. Mi guardava dall’alto, con la lingua serrata tra le labbra, era orrendo e paonazzo mentre moriva, tuttavia leggevo nei suoi occhi un’espressione di gratitudine: grazie per avermi fatto godere una volta, grazie per avermi tolto da questo posto di merda. La gratitudine del boss fu la mia liquidazione. Così tagliai la corda.


Pubblicato Ottobre 2, 2005 12:54 AM

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